La trave nell'occhio

Di fronte al fatto che un certo numero di vescovi, in rappresentanza di tutto il «collegio apostolico» sparso nel mondo intero, si riunirà a Roma in un sinodo per affrontare il problema della «giustizia nel mondo» - con l'intenzione esplicita di fare di questo approfondimento un impegno per tutta la comunità della Chiesa - mi ha richiamato alla mente l'avvertimento severo di Gesù: «Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, permetti che ti levi il bruscolo che hai nell'occhio», tu che non vedi la trave che hai nel tuo?» (Luca 6, 42).
Rimane veramente difficile credere che da una Chiesa - intesa nella sua totalità e in tutte le sue molteplici ramificazioni - legata ancora così tanto al «regno dell'ingiustizia», possa venir fuori un discorso - seguito poi da fatti - che sia onesto e soprattutto fondato unicamente sulla forza dirompente del Vangelo.
Soprattutto è impossibile non provare l'impressione di un «gioco amaro» che viene portato avanti sulla pelle degli altri, quando non ci si ponga davanti al primo dovere di una «conversione radicale», di una rottura da operare prima all'interno della propria costruzione appoggiata su tante pietre che non sono il Cristo.
L'onestà di un discorso sulla «giustizia» proposto da vescovi cristiani, da «inviati di Dio» è misurabile solo in base ad una seria volontà di liberazione da tutto ciò che struttura la comunità cristiana - a diversi livelli - in una realtà di ingiustizia permanente che si risolve in complicità storica con l'ingiustizia del mondo.
Ulna chiesa che ancora una volta - il passato è pieno di esortazioni, di parole, di raccomandazioni - si rivolgesse attraverso i suoi Vescovi al «mondo» denunciandone le spaventose ingiustizie della guerra, dello sfruttamento, dell'odio razziale, dell'idolatria del denaro, dello schiacciamento dei poveri da parte dei potenti e dei ricchi di ogni specie, senza prima spezzare visibilmente le catene che la legano e in certi casi la confondono con quel mondo che condannerebbe, una chiesa simile non potrebbe non essere accusata di fariseismo, di ipocrisia, di «oppio del popolo e di Dio».
Prima di accingerci - com'è dovere cristiano urgente e irrinunciabile - a togliere dagli occhi dei nostri fratelli «ingiusti» il bruscolo, la trave, o la montagna che oscura il loro occhio, è assolutamente necessario - è serietà di Fede in Dio, in Gesù Cristo - ripulire il nostro occhio cristiano di tutto il gravoso peso con cui la storia l'ha oscurato, fino a fargli perdere lo splendore e la chiarezza liberante del Vangelo.
Sembra evidente che in nome di quella «Giustizia» di cui parla il Vangelo e che Gesù Cristo ha proclamato nella concretezza della sua storia, dalla nascita, alla Croce, alla Resurrezione - e che è appunto la «Giustizia» di cui 'intero Corpo della Chiesa deve rendere testimonianza - debba avvenire un processo di separazione all'interno della comunità fra ciò che è valore di Regno di Dio e tutto quello che essa ha preso dal regno del potere, della forza, del privilegio, della ricchezza di ogni genere.
Non si può ormai più accettare l'esistenza, nella struttura visibile della chiesa, di una serie di FATTI che contraddicono con lo spessore della loro concretezza storica qualunque annuncio in nome di Dio, ma che anzi lo rendono disprezzabile e inaccettabile da chi cerca seriamente la Verità: c'è una «chiesa» ancorata a realtà così assurde dal punto di vista cristiano, che ne fanno addirittura una argomentazione di ateismo, e una prova di come possa divenire alienante dalla vita il mondo religioso che essa vorrebbe offrire.
Questi «fatti» che fanno parte del tessuto storico della chiesa cattolica e che ne formano l'ossatura non cristiana e che quindi ci pongono in stato di «ingiustizia» di fronte al pensiero di Dio e agli occhi dei fratelli sono purtroppo assai evidenti:
(1) L'esistenza dello Stato Vaticano, con tutte le sue conseguenti ramificazioni economiche, politiche, diplomatiche, ecc..
(2) Il sistema dei Concordati (Italia, Spagna...) con tutti i tentativi a livello «civile» di una contrattazione per assicurarsi una «pace» evangelicamente assurda, privilegi e un «potere» effettivo all'interno dello Stato per coloro che, invece di profeti, sacerdoti, apostoli, sono finiti per diventare la «casta clericale».
(3) Il legame stabilito - qui da noi in modo inequivocabile - col mondo della scuola e con quello militare: per un falso concetto «pastorale» l'annuncio del Vangelo è scaduto a livello di un «mestiere» ed è diventato sostegno di un sistema oppressivo delle coscienze e alleanza pratica col più forte.
(4) Il modo di vivere della quasi totalità dei preti e dei vescovi, legato direttamente ai fatti sopra elencati, con la conseguenza di una sistemazione economica dipendente dallo Stato, di una «soggezione» al potere civile (vedi nomina dei vescovi, istituzione civile della parrocchia, ecc.), di un inserimento nel sistema della proprietà capitalistica e quindi di sfruttamento (proprietà di terreni, case, azioni).
Dai vescovi che si riuniscono per annunciare il messaggio della «giustizia nel mondo» noi attendiamo prima di tutto ed essenzialmente questo atto di cristiano coraggio e di Fede autentica e incarnata: prima di indicare il carico amaro dell'ingiustizia tra i fratelli, bisogna che essi - in nome del Vangelo di cui sono annunciatori e di Cristo di cui sono schiavi - abbattano con la forza nascente dallo spirito di Libertà i muri d'ingiustizia entro i quali la Chiesa - a certi livelli - si è barricata e sistemata.
Da essi, in fondo, attendiamo un'unica cosa: che dimostrino di essere uomini che prendono sul serio Gesù Cristo e che quindi non possono più sopportare che esista una Chiesa immersa nel labirinto dello sfruttamento, legata tramite il denaro ai potenti, ai forti, agi uomini del «potere», alleata e complice degli assassini autorizzati e legittimi quali sono gli uomini del mondo militare, di chi organizza lo schiacciamento dei fratelli mediante la forza delle armi, il sistema poliziesco, la repressione politica.
Vogliamo che finisca - e i vescovi lo devono annunciare, insegnare, proporre fortemente - tutta una presenza cristiana, sacerdotale, a benedire, incoraggiare, tenere in piedi strutture, meccanismi, «mondi» oppressivi e ingiusti: essi hanno il dovere e il diritto di riaccendere la violenza del fuoco che Gesù Cristo è venuto a far divampare sulla terra.
Non abbiamo affatto bisogno che essi ci indichino i «nomi» di cui si veste l'ingiustizia che incatena ancora milioni di uomini e li spezza sotto il giogo di mille oppressioni diverse: questi nomi ormai sono conosciuti da tutti, da quelli che li adoprano e da quelli che li subiscono. (L'elenco siamo noi che purtroppo possiamo offrirlo alla loro meditazione: guerra - sfruttamento - torture - dittatura - fame - razzismo - imperialismo - capitalismo...).
Da essi attendiamo l'offerta concreta di una proposta che liberi la Chiesa in ogni aspetto della sua « struttura » visibile, storica, dai compromessi con l'ingiustizia; attendiamo un atto di «rottura» da tradursi all'interno di ogni comunità, di ogni «chiesa locale», di ogni parte del «Corpo di Cristo», dalla Chiesa di Roma a quella nell'angolo più sperduto della terra.
Un atto di «rottura» che sia prova eloquente in se stessa, nel suo stesso compiersi che il Regno di Dio non è un'utopia, un sogno vuoto, un mito sterile, ma l'acqua viva che garantisce all'intero tessuto della storia umana la fecondità e la salvezza.
Se non saranno capaci di questo «segno» la loro opera assomiglierà - come tante volte è accaduto - a quella di coloro che chiusero il Cristo nella tomba.


don Beppino


in La Voce dei Poveri: La VdP settembre 1971, Settembre 1971

menù del sito


Home | Chi siamo |

ARCHIVIO

Don Sirio Politi

Don Beppe Socci

Contatto

Luigi Sonnenfeld
e-mail
tel: 058446455

Link consigliati | Ricerca globale |

INFO: Luigi Sonnenfeld - tel. 0584-46455 -