Don Sirio Politi 1920 - 1988

Biografia
"Chi lotta e soffre su una zolla di terra
lotta e soffre su tutta la terra"
(N. Kazantzakis)

La capacità di intrecciare fra loro realtà diverse e farne sintesi è una caratteristica che segna tutto il pensiero di Don Sirio Politi: preteoperaio, lottatore, poeta, artigiano, scrittore, vivido pensatore.
Ma la sua opera più geniale è stata la sua stessa vita, quell'uomo nuovo che periodicamente nasceva e rinasceva, grazie al suo raro dono di integrare fra loro gli opposti: spirito e materia, uomo e donna, persona e natura, amore e lotta, normalità e disabilità, sacerdozio e laicità, salute e malattia.
Di qui il suo essere infaticabile uomo di frontiera, capace di ripartire dopo ogni tappa ad esplorare nuovi orizzonti, l'ultimo dei quali lo ha condotto al grande viaggio verso il mondo dell'al di là.
Ordinato sacerdote a Lucca nel 1943, dopo due anni di incerto girovagare da un incarico a un altro - eravamo nell'ultimo, difficile periodo della guerra - lo troviamo parroco a Bargecchia, un piccolo paese collinare alle spalle di Viareggio.
Lì, nel decennio di esperienza parrocchiale che per lui corrispose alla fase dai 25 ai 35 anni - cruciale nella vita di un uomo - in Don Sirio si opera una lenta metamorfosi. Il sacerdote legato alla forma e alla tradizione, figlio del suo tempo, lascia lentamente posto a un innamorato dello Spirito e della Sua libertà che avverte il bisogno di spogliarsi di tutto e di vivere di sola preghiera, povero fra i poveri.
La sua evoluzione deve molto ai contatti che aveva iniziato a tessere con il movimento dei preti operai francesi e i Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle di Gesù, Congregazioni religiose il cui ideale di vita era quello di vivere disperse a piccoli gruppi in realtà umane difficili: nelle periferie, nelle borgate, fra i nomadi nel deserto...
Ed ecco che nel febbraio del '56 si sente pronto e scende dalle colline verso il mare seguendo l'impulso di liberarsi di tutto, ridurre all'essenziale il suo sacerdozio ed immergersi nella realtà della Darsena di Viareggio, fra pescatori ed operai per abbandonarsi lì, accanto a loro, al suo sogno di Amore.
Trova da vivere in una sorta di baracca all'imbocco della darsena Toscana che la Capitaneria di Porto gli dà in concessione col patto che ne ricavi una cappella e un'abitazione per lui. Ne nascerà la Chiesetta del Porto, piccola, bianca, circondata di verde, un piccolo gioiello, un luogo di sosta e di pace nel rumoroso andirivieni della darsena: il tetto a chiglia di navicello, la parete di fondo lavorata a ritagli di travertino con murato dentro il Tabernacolo fatto di ferro, la porticina ornata di due pezzi di catena saldati a forma di croce.
"Ogni mattina, appena tacciono le sirene dei cantieri, suono la piccola campana posta sul tetto della Chiesetta: è nascosta fra i pini ed è di tra il verde che sbucano fuori i rintocchi a distendersi nel bosco degli alberi delle barche assiepate tutt'intorno, quasi accovacciate sull'acqua, a dormire ancora, nonostante lo splendore del sole.
E' l'ora della messa, è l'ora del lavoro e mi accompagna all'altare l'orchestrale di una musica vera: alla fuga classica dei primi colpi di mazza rispondono suoni più lontani, colmati di eco profonde, il martellare secco dei calafati e poi le lamiere battute a suono metallico. Si accende, allora, qualche rumore di peschereccio e spesso fanno coro quelli dei grossi motoscafi in prova: le voci delle seghe a nastro cantano l'ultima pena del legno mentre irrompe violento l'inno trionfale dei martelli pneumatici che raccoglie ed unisce ogni altro rumore in un a solo potente."
Siamo alla prima, importante tappa della sua vita: era andato per vivere come lievito nella pasta, solo più tardi, con l'inizio del lavoro nei cantieri, comincerà per lui un faticoso apprendistato, duro come ogni iniziazione. L'immersione nella realtà del lavoro lo plasmerà lentamente come uomo, permettendogli di integrare lo Spirito dal quale era animato con la realtà materiale che lo circondava. La scelta di povertà acquista connotati precisi e diventa scelta di classe. Da questa prima opera di sintesi nasce il preteoperaio, il primo in Italia, che legherà la sua sorte con uguale passione alle lotte operaie e alla ricerca spirituale.
" Da qualche tempo lavoro come carpentiere tracciatore. Sono fra lamiere e longarine di ferro dalla mattina alla sera. Sempre in piedi, chinato fra lamiere piccole come fazzoletti o grandi come lenzuoli, sotto il capannone o fuori all'aperto a tracciare segni, prendere misure, a punzonare la tracciatura a forza di martello e di bulino. E spesso sono stanco da non sapere come arrivare all'ora di uscita.
E il mio lavoro è dei più leggeri, che quasi mi dà l'impressione di essere privilegiato. Qui, in condizioni esterne impossibili, fisicamente logorati, con un ritmo senza soste o appena un respiro come rubato, gli uomini sono abbruttiti, disumanizzati.
...Mentre lavoro non è possibile dire quello che spesso, nonostante il rumore assordante e la spossatezza fisica, mi passa dall'anima. Mi sento spaventosamente povero ed inutile, ma insieme mi pare di essere sponde di una fiumana infinita.
Un desiderio immenso come tutto l'universo, una preghiera, un chiedere con gli occhi, uno scongiurare con tutta l'anima, un implorare dolce e calmo con dentro una sofferenza ed una gioia terribili... perché io so quanto l'umanità ha bisogno di Lui. E davanti a Dio non sono più io, sono loro, sono tutti."
Lentamente, Don Sirio conquisterà l'amicizia e la fiducia dell'ambiente operaio, poi nel '59 vi sarà il perentorio intervento delle autorità ecclesiastiche che lo ponevano di fronte al dilemma o fare il prete o fare l'operaio. La scelta incredibilmente sofferta, presa in giorni di isolata meditazione fu di "continuare il rapporto con la Chiesa."
Finita l'esperienza di operaio dipendente, rimase a vivere in Darsena, mantenendosi con periodi di lavoro come scaricatore di porto e dando vita a un periodico breve ed intenso come una fiammata, intitolato . La redazione, alla quale partecipavano gli stessi operai, un giovane avvocato, e studenti universitari si teneva nella Chiesetta del Porto, allargata per l'occasione da una sala per riunioni.
Nel '61 scrive il suo primo libro , edito da La Locusta, che narra la storia interiore dell'esperienza operaia, una sorta di lettera aperta dove racconta il suo amore per Dio e per l'umanità. Per Don Beppe e per me quel libro fu galeotto. Lette quelle pagine, ci affrettammo a venire a conoscerlo: lui veniva da Firenze ed io da Roma. Nello stesso periodo il libro spinse anche Don Rolando , unico prete della diocesi, a stringere legami con lui.
Il 1965 sarà per Don Sirio un anno importante: su invito del Vescovo si trasferisce in campagna, alla periferia di Viareggio per dar vita insieme a Don Rolando Menesini a una comunità che vivendo all'insegna della povertà avrebbe continuato il sogno di tessere insieme Spirito e materia. Un nuovo passaggio, una nuova integrazione, quella della solitudine e dell'essere insieme. Anche qui Don Sirio terrà saldamente in mano le due polarità vivendole entrambe, senza rinunciare a nessuna delle due, perché rimarrà sempre un solitario e insieme, da allora, cercherà fino alla fine l'integrazione della comunità.
"Si chiude un periodo della mia vita di solitudine, di eccezionalità e comincia l'avventura della comunità. Siamo due sacerdoti e vivremo una vita di totale comunità perché l'Amore di Gesù ci ha resi veramente fratelli. Avremo una parrocchia in una zona agricola. Con noi verrà anche una ragazza, la sua presenza di donna sarà per noi il segno di tutto l'universo. Impostiamo la nostra vita di comunità come una famiglia che vive insieme alle altre famiglie di contadini. Vogliamo vivere del nostro lavoro di coltivatori della terra. Daremo un'importanza massima all'ospitalità. E vivremo la vita pastorale della parrocchia in modo semplice, affidandoci alla predicazione dell'amicizia e della testimonianza, nella povertà e cordialità più totali".
La ragazza di cui parla ero io che li raggiungo nel '66: credo che in quegli anni il rapporto uomo/donna sia stato la caratteristica più rivoluzionaria del nostro vivere insieme. Capimmo che la saldatura operata fra Spirito e materia formava un territorio capace di ospitare altre due polarità: il femminile e il maschile potevano integrarsi e convivere in maniera radicalmente nuova, annunciando la venuta di "nuovi cieli e nuove terre".
"La donna è il luogo della riconciliazione, è dove il Mistero della vita si incontra e diventa uno. Dio ha accettato questo luogo di incontro e di unità e si è umilmente rivolto a lei per potere nascere.
L'umanità non ha ancora riconosciuto e tanto meno accettato la donna come luogo di riconciliazione, per questo la storia dell'umanità è ancora lontana dal suo compimento".
Il rapporto fra generazioni fu un'altra caratteristica che ci segnò: il ribollio del '68, la sua intensa vitalità scaturivano dalla presenza dei giovani; era la prima volta che prendevano la parola e non accettarono facilmente di lasciarla, non volevano che la vita fosse inquadrata dalle regole: la fantasia al potere! In quel di Bicchio i giovani si potevano manifestare: anche se Don Sirio era il maestro di vita, tutti ci esprimevamo e crescevamo insieme. Nel fermento innovativo del tempo, la comunità rappresentò un autentico crocevia per tantissimi ragazzi provenienti da ogni parte d'Italia alla ricerca di impegno e di nuovi stili di vita. Li ospitavamo nella nostra abitazione da contadini.
Sono gli anni in cui inizia il lavoro artigiano, quella forgiatura ornamentale del ferro che continuerà per quasi vent'anni e che gli fece amare tanto il lavoro artigianale, veramente a misura d'uomo, da suggerirgli, circa 10 anni più tardi, di costituire nel '79 un laboratorio di cultura artigiana per il quale cercò un capannone nella Darsena dove aveva iniziato la sua avventura.
In questo periodo scrive il suo secondo libro edito da Gribaudi. Ma le difficoltà stavano in agguato. Le due o tre persone dell'inizio erano diventate molte di più. La crescita fu fin troppo rapida, inevitabili i conflitti sul modo di condurre la parrocchia, i gruppi parrocchiali, giovanili, il catechismo...quanto di più estraneo a Sirio la cui caratteristica era tutta nel vivere. Di fronte agli ostacoli che rallentavano il cammino, egli sentì fortemente il desiderio di tornare alla propria unicità, al cammino personale che lo caratterizzava. Troppo figlio del suo tempo per non sentire il richiamo dei grandi movimenti di lotta degli anni '70, Don Sirio con un colpo d'ala sceglie...tutto. Coniuga la sua specificità con la comunità. Decide di tornare in città, alla sua amata Chiesetta, per essere dentro gli avvenimenti che incalzavano ed offre a chi vuole di seguirlo. Così Luigi , Beppe ed io ci trasferimmo in darsena: la bianca, materna Chiesina ci ospitò.
Poiché le cose si richiamano con interdipendenze storiche molto precise, Don Sirio prestò ascolto alla voce dei movimenti che nel decennio '70 attraversavano il mondo occidentale, ma ancor più alla voce della natura che chiedeva di ripristinare una continuità fra sé e l'umano. Tutte le grandi battaglie ecologiche, le lotte contro le centrali nucleari furono da lui combattute con tale passione da portarlo, durante una manifestazione contro la costruzione di una Centrale Nucleare a Montalto di Castro, ad occupare con altri la ferrovia, a essere per questo denunciato, all'esperienza del tribunale e alla successiva condanna a sei mesi con la condizionale di 5 anni. Quella condanna Don Sirio la patì vivamente, come un'offesa fatta a tutta la Creazione e gli fece esclamare: difendere la Creazione è diventare vittima del potere.
Ristabilire la continuità fra l'uomo e la natura, permetterne la reciproca espressione, ritrovare sintonia, riparare e prendersi cura del grande e pulsante ambiente nel quale viviamo, rispettarne le interdipendenze biologiche divennero tematiche saldamente intrecciate alla sua vita.
Da questi temi l'impegno si è allargato a macchia d'olio: si occuperà di pacifismo e antimilitarismo, dei gravi e tremendi, come amava definirli, problemi della pace: la lotta contro gli armamenti e soprattutto contro quelli nucleari lo videro presente in prima persona. La minaccia rappresentata dalla massiccia presenza di testate nucleari era per lui una preoccupazione continua, il segno della follia umana. Follia espressa simbolicamente dalla realtà militare che divideva il mondo non tanto fra Est ed Ovest, ma di fatto fra Nord e Sud: il Nord mangia praticamente i tre quarti di risorse umane per sovrabbondanza di benessere e l'altra parte di umanità muore di fame a milioni e milioni ogni anno.
Gli sembrava poco concepibile credere in Dio al di fuori di una coscienza dell'attuale realtà storica: è assurdo credere che Dio sia creatore quando si permette che la creatura compia il sacrilegio supremo della distruzione della creazione, quando l'affermazione del proprio incontentabile benessere fa sì che gran parte dell'umanità sia sommersa dalla fame e dalla disperazione. La pace, quindi, come lotta, lotta contro tutto ciò che è l'opposto di Dio. Riprendeva forza quel leitmotiv che lo accompagnava dal lontano '56.
Tanto gli premeva comunicare, che Don Sirio mise a punto una nuova modalità di raccontare e fare conoscere le idee che gli erano care. La penna non bastava più: erano poche migliaia gli abbonati a un giornalino che scriveva da anni e del quale era direttore, giornalista, correttore di bozze e postino. Per diffondere quanto gli urgeva nel cuore inventò un genere per lui nuovo: 4 opere di teatro popolare da recitarsi nelle piazze e nelle chiese; si improvvisò regista, capocomico e tuttofare di una compagnia eterogenea che recitava e cantava andando in giro per l'Italia, nei cosiddetti circuiti alternativi.
Siamo arrivati negli anni '80: il laboratorio artigianale che aveva creato apre i battenti ad alcuni ragazzi handicappati che si cimentarono nel lavoro manuale, il proseguire dell'esperienza lo porterà a confrontarsi anche col tema normalità/anormalità spingendolo a percorrere lo spazio che separa i due mondi per trovare possibilità di incontro.
In controtendenza rispetto alla voglia di privato e normalizzazione che ormai sembrano prevalere, Don Sirio stringe i legami con chi riconosce compagno di cammino e non si sottrae all'impegno di continuare a parlare delle tematiche in cui credeva, ovunque lo chiamassero. Partecipò attivamente alla vita cittadina e culturale della città. Fu, fra l'altro, presidente dell'AVIS e cofondatore della sezione cittadina dell'AIDO. Per alcuni anni animò come presidente il premio letterario "Martiri di S. Anna."
L'86 sarà per lui un anno dirimente, sono passati trent'anni da quando, arrivando in Darsena, ha iniziato la grande opera di tessere insieme Spirito e materia: il tempo che gli era stato donato ha un'improvvisa accelerazione e mostra in filigrana che si sta consumando. Si annuncia la malattia che lo tormenterà per due anni - come una spina nella carne - e che lo invita a rivedere il senso dell'integrazione che ha operato, a rivisitarla lungo la strada di un fisico sofferente che gli stringe addosso i limiti della materia per spingerlo a rinascere, e questa volta dallo Spirito.
All'alba del 19 febbraio 1988 Don Sirio muore all'ospedale di Pisa dopo un ultimo, estremo tentativo di salvarlo con un intervento a cuore aperto.
Una grande folla lo ha accompagnato al funerale: portato a spalle dai compagni per le vie della Darsena, lui andava come sempre davanti al corteo a ricordarci ancora una volta che la morte non chiude la storia.


* le parole tra " " sono di Don Sirio Politi



M. Grazia Galimberti


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