Passione di Cristo e della Chiesa

Ciò che ci turba profondamente fino spesso a toglierci o almeno intorbidarci la gioia d'intravedere un risveglio chiaro e limpidissimo, sicuro di una giornata serena, luminosa di cielo azzurro e di sole stupendo, nel tempo nebbioso e tempestoso della Chiesa della nostra stagione, è l'accorgerci che spesso la novità è novità fino ad un certo punto, che il rinnovamento è soltanto epidermico e che in fondo tutto continua a essere terra terra, di una piatteria impressionante, di una cultura libresca, di un esperimentarismo penoso e in ogni caso di una verbosità senza fine, parolaia fino all'insopportabile.
Lamentandoci di tutta questa angoscia che spesso prende il cuore fino alla soffocazione, in questo momento non intendiamo riferirci ad un tipo di Chiesa fatta di uomini di Chiesa che con tutte le loro riforme fanno venire in mente, ancora una volta (è una orribile storia che sembra proprio che non accenni a diventare soltanto un doloroso ricordo) quelle impressionanti parole di Gesù che bollavano, con tutta una appassionata violenza, gli scribi e i farisei: "Fate ed osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesi gravi e insopportabili e li caricano sulle spalle degli uomini, ma essi non li vogliono muovere nemmeno con un dito" (Mt. 23,3).
C'è una responsabilità terribile che pesa sulle spalle degli Uomini della Chiesa del nostro tempo: che hanno legato insieme un rinnovamento (il Concilio Vaticano II) e hanno deposto tutto il terribile peso di questo rinnovamento sulle spalle degli uomini, ma ancora non è apparso con chiarezza e in modo concreto che loro stiano cercando di smuoverlo, questo rinnovamento, con un dito.
Ma ora vogliamo dire di altre cose. Vogliamo guardarci fra noi, uomini di Chiesa, sacerdoti e cristiani, che abitiamo e ci agitiamo in questa Chiesa periferica, a case popolari, a strade sterrate, a chiese nelle baracche, con una vita alla giornata, mangiati dai problemi della povera gente, della classe operaia, visti con sospetto dai Vescovi, maltrattati dai buoni cattolici e logorati nel frattempo dalla voglia infinita - quella che non perdona come il mal sottile - di sognare la Chiesa come Popolo di Dio, Amore di fratelli, corpo e sangue e divinità di Cristo fra gli uomini.
La Chiesa, è chiaro, non ci aiuta altro che offrendoci possibilità di forme liturgiche un po' meno burocratiche o al massimo tagliando via ciò che il tempo aveva implacabilmente ridicolizzato, ma in fondo continua ad offrire parole, parole, parole.
Non ci incoraggia e tanto meno ci spinge. Tant'è vero che quando non possiamo fare a meno di tentare qualcosa di nuovo - che spesso è soltanto miseramente qualcosa di appena diverso dal logorato dai secoli - non è possibile evitare crisi profonde di coscienza, un sentire di camminare sull'orlo - e sappiamo bene che sarebbe strada maestra - e non rabbrividire per la tentazione di non farcela più a sopportare. E' triste: la paura di non farcela più a sopportare di essere sentiti dalla Chiesa una preoccupazione, un pericolo. E di convincerti sempre più che tutto quello che la Chiesa fa è di spingerti e di costringerti a rientrare nelle file, a rassegnarti ad una buona e onesta sistemazione ecclesiastica e sociale, spirituale ed economica, contenta di vederti un buon professionista ecclesiastico, un burocrate fedele, un saggio e diplomatico obbediente, il tutto perfetto se sacerdote convinto buon celibe scapolone, anche se dalla tavola al sicuro, dalla casa da rispettabile borghese, buon costruttore di opere murarie, aperto e furbo intellettuale, colto di Sacra Scrittura e ferrato nella teologia tradizionale e chiaro discernitore di quella attuale e avvenieristica.
Il giorno in cui gli Uomini di Chiesa di cui è fatta la Chiesa della quale diceva Paolo VI agli operai di Taranto nella notte di Natale, capiranno che una Chiesa fatta così ci aiuta noi poveracci della periferia come lo spegnimoccolo aiuta la candela ad accendersi o i pompieri l'incendio che i tempi (lo Spirito Santo, lo crediamo a cuore aperto) hanno acceso dentro e fuori la Chiesa, allora quello sarà un gran giorno. Il giorno somiglierà di più alla Pentecoste, in cui il Fuoco discese dal Cielo, divampò nel Cenacolo scardinandone la porta e sbattendo sulla piazza, dove l'umanità si raduna, quel gruppetto di uomini sgomenti e paurosi, ma ormai carboni ardenti di Fuoco vivo.
Ma quel giorno è ancora lontano, a quel che sembra. E se pareva che ormai era imminente, come eccolo un giorno, quando l'orizzonte a oriente si indora e si arrossa e schiarisce il buio della notte, a volte ora si ha l'impressione nel cuore, che sia ancora lontano quel giorno, anche se proprio non si allontana sempre di più.
E' tempo ancora di solitudine, di lotta silenziosa, di cuore forte, paziente e fiducioso. Ma specialmente di Fede, soltanto di Fede, ma di Fede che vede Dio nell'universo, che avverte il maestralino dolce e la libecciata violenta dello Spirito Santo nella storia, che vive Gesù Cristo appassionatamente nel cuore dell'umanità. Uomini di Dio come dei fissati nel giocarsi in tutto, fino "a vendere tutto" per il Regno di Dio, come degli spietati per il troppo
Amore nel dono di se stessi, come degli incaponiti nel sì, sì e no, no, fino a pagare di persona come se fosse gioco da ragazzi.
Anche perché se è vero che gli uomini della Chiesa non aiutano e non spingono e costringono ad una uniformità piatta e sistemata, ad una mediocrità di livellamento borghese, il mondo, la gente fra la quale viviamo, dove la nostra fatica si esaurisce, le nostre speranze si allargano,e i nostri sogni si sognano, spesso è terra riarsa, sassosa, fatta di rovi e spine.
Noi poveri preti e cristiani della periferia della Chiesa rischiamo di somigliare - e non è cosa molto allegra -"a quei ragazzi, seduti sulla piazza, di cui racconta Gesù, che gridano: vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato lamenti e non avete pianto".
Non possiamo non provare spesso l'angoscia di gridare nel deserto, di offrire ciò che a nessuno interessa di ricevere, di indicare strade sulle quali a nessuno piace camminare. Un rischio che nessuno vuole correre, una battaglia di una guerra assurda. Una rivoluzione a chi non domanda altro che di essere lasciati in pace.
E' dura allora la vita del guerrigliero, solo col suo coraggio. Del profeta gonfio di Spirito che somiglia tanto alla pazzia. Del sognatore scosso continuamente a pietrate. Del povero preso da tutti a pedate. Con un ritornello, in una canzone cantata ad ogni angolo, che da secoli ci martella negli orecchi: ma chi te lo fa fare?".
C'è una storia di martirio che si ripete, per chi è stato chiamato al Regno dei Cieli e vi vuole essere fedele, ad ogni giorno: quella dei quaranta martiri gettati in pieno inverno, nudi, su un lago ghiacciato e continuamente invitati ai bagni tiepidi, scaldati sulla sponda del lago.
Ma questo è perché c'era stata una storia che raccontava del Figlio di Dio appeso con quattro chiodi ad una croce e un gruppo di gente perbene, rispettabile, tronfia, eppure disastrosa come nessun'altra al mondo, che gli sogghignava: "salvava gli altri.. sfaceva il tempio e lo rifaceva migliore in tre giorni..diceva di essere il Figlio di Dio.." e lo invitava a scendere dalla Croce. A uscire dal lago ghiacciato e avere acqua tiepida e un letto caldo. A non camminare sull'orlo dei precipizi, ma sulle autostrade. A smettere una guerriglia stupida e tentare di persuadere a far domanda per entrare nella polizia. A uscire da una baracca e a costruirsi una bella casa. Insomma a piantarla con l'essere - sempre un crocifisso cioè un povero sciocco e a passare furbescamente fra i crocefissori cioè fra i benpensanti, i sistemati, i prudenti. Quelli che stanno sotto la croce e invitano a scendere giù..
E' tempo di passione, di settimana santa, di racconto di Orto degli Ulivi, di sinedrio di Sommi Sacerdoti, di pretori di Pilati , di Erodi, di croci e di chiodi, di folle passionali o conniventi, di povero gruppo che scappa, di traditori,; di rinnegati , di uno solo che è fedele ( forse perchè era giovane e quindi tutto cuore e nessuna prudenza) e tre o quattro donne, a piangere abbracciate ad una povera Madre.
E' una storia che ancora raccontiamo perchè è vera anche oggi e non soltanto è vera perchè non è stata dimostrata falsa in duemila anni, ma è vera perché essendo storia di Dio fra gli uomini è attuale, di ogni giorno, come tutto ciò che è di Dio.
Ogni tempo deve avere il suo Gesù che storicamente offre le mani e i piedi ai chiodi e alla Croce. La liturgia che rivive - e quanto questo Mistero, più chiaro della luce del giorno, avviene nella Messa - ogni giorno Gesù Cristo passione e morte e risurrezione, non è liturgia di ricordo, di commemorazione, di pietismo più o meno sentimentale, ma è rendere Gesù Cristo presente, dentro, fino a comunicargli tutta la misura di onnipotenza del Suo Sacrificio, fino a farne una realtà sola con Se stesso, nell'uomo o negli uomini o in quella realtà umana che in ogni giorno della storia, offre le mani e ì piedi ai chiodi e alla croce.
Tutto questo è terribile, è vero, ma è così, perchè ciò che di Cristo è, e appartiene alla continuità della Sua storia
e del Suo Mistero nella vita del mondo in ogni tempo, fino al punto che anche le circostanze particolari, in qualche modo si rinnovano nel rinnovarsi incessante di Cristo fra gli uomini.
Non possiamo non raccontare, e vogliamo sia vera narrazione del Mistero dì Cristo nel nostro tempo, di Sinedrio, di Sommi Sacerdoti , di Pilato, di Erode, di folle di moltitudini, di classi sociali e di civiltà ecc. che martellano i chiodi a crocifiggere mani e piedi, senza domandarci di chi sono queste mani e questi piedi.
Chi sono i crocifissi del nostro tempo?
E chi è che nel nostro tempo crocifigge l'eterno Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio di Maria?
Se non facciamo questa scoperta e non la riveliamo, l'annuncio del Vangelo è di altri tempi e per altri uomini e la Chiesa è come una morta liturgia sacra quanto si vuole, e ben organizzata, è vuota di vita vivente perchè disincarnata e disincarnante.
Parliamo fra noi, poveracci della periferia perchè qui vi è più grande libertà, e più aperta possibilità che la Fede sia tutto.
E cerchiamo in un forte e serio Amore a Gesù Cristo il coraggio della lotta, non contro qualcuno o qualcosa, ma per qualcosa e, nel nostro caso, per la dolcissima Grazia di Dio, nientemeno che perchè Gesù Cristo del nostro tempo continui ad affrontare la sua passione, a dare mani e piedi alla Croce a morirvi perchè "tutto è compiuto".
Sono le uniche premesse che segnano, lo sappiamo bene e lo crediamo fermamente, la sicurezza della Resurrezione per noi, per la Chiesa, per tutto il Popolo di Dio.
Su noi poveri della periferia della Chiesa grava la responsabilità di questa Resurrezione: che però e Dio ci conceda di non dimenticarlo, rimane condizionata alle misure della nostra dedizione alla passione e alla morte, alla fedeltà delle nostre mani e dei nostri piedi ai quattro chiodi della Croce.


La Comunità


in Popolo di Dio: PdD anno 2° marzo 1969, Marzo 1969

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