i fatti della Bussola

Siamo una parrocchia di Viareggio e quindi oltre a tutti gli altri motivi, sentiamo un dovere particolare di riflettere sui fatti della contestazione giovanile, alla Bussola di fine d'anno.
Ci rendiamo conto quanto sia difficile un discorrere intorno a ciò che è successo in quella diaccia notte che concludeva il '68 e iniziava il '69 nei pressi di un locale di divertimento dove la gente con quattrini a disposizione, cercava di spengere la tristezza di un anno in agonia e di riaccendere le speranze di un anno che cominciava. Il tutto bevendo e ballando.
E' difficile e penoso parlarne perché quei cinquecento ragazzi (più o meno che fossero) radunati un po' di dovunque, non hanno soltanto disturbato la quiete pubblica, guastato gli interessi di un locale alla moda, sciupato la serata di fine d'anno a molta gente "perbene" e fatto prendere una nottata di freddo ai disgraziati della polizia e compiute molte altre cose più o meno allegre o assurde che siano.
Ciò che complica molto l'argomento è che con una gazzarra da ragazzacci hanno sgomentato l'opinione pubblica, sollevato una montagna di problemi, acceso infinite discussioni e specialmente - e la cosa fa davvero impressione - sono riusciti a spaventare, a incutere terrore fra tutti i benpensanti.
Sono sorti comitati cosiddetti di salute pubblica per la difesa della patria civiltà. Gli armaioli hanno venduto un buon numero di pistole perché i privati non si sentono più al sicuro. Tanto più che ormai è evidente che la polizia, anche se ha ancora le armi, non ha più il coraggio di usarle e fare dei vuoti esemplari.
Esecrazione quindi da una parte, facile immediata e violenta. Speculazione politica dall'altra per un approfittarsi di qualsiasi cosa pur di gettare la croce sul governo, agitare i parlamentari, preoccupare i partiti o accenderli di bramosie da beccamorti.
E' davvero formidabile la possibilità di girare intorno ai problemi, di disfarsene disinvoltamente, di cercare di piegarli a proprio vantaggio da parte di questo nostro buon mondo borghese o proletarieggiante che sia.
Perché un fatto di cronaca (diciamo pure nera, dal momento che c'è stato un ferito grave) di teppismo e di brigantaggio, se proprio lo si vuole chiamare così, è diventato un avvenimento d'importanza nazionale? Fin quasi a sembrare che scuotesse i cardini della convivenza civile?
Lasciamo stare la speculazione politica: questa ormai c'è sempre come di mestiere. Certa gente e certe organizzazioni vivono soltanto, pare, sulle disgrazie, i disastri, la miseria umana. Specialmente poi e tanto più quando ci va la polizia di mezzo.
Ci viene in mente però che tutto lo sgomento dell'opinione pubblica, della gente perbene, nei confronti di tutta la contestazione giovanile sia la paura che tutto un certo mondo, tutta una sistemazione di cose, quasi l'insieme di una civiltà, sia in pericolo. E non proprio i valori di fondo, quelli che contano veramente, come la libertà, la giustizia, la parificazione sociale, la liberalizzazione della cultura, ecc. sono sentiti in pericolo (e difatti non lo sono), ma tutto il resto che costituisce "l'esterno" della nostra civiltà: il benessere pacchiano, l'individualismo più spietato, 1'indifferenza più fredda, il classismo più assurdo, il dio quattrino, il divertimento a costo di tutto, il materialismo pratico.
I riflessi dell'opinione pubblica dimostrano, a seguito del giudizio pressoché generale circa i fatti della Bussola e di tutta la respinta della contestazione giovanile comunque si esprima, che la gente non vuole saperne che tutto questo "progresso" sia in pericolo.
Quei cinquecento ragazzi la sera dell'ultimo dell'anno hanno dato noia a tutti, bisogna riconoscerlo. Hanno inquietato profondamente tutti. Hanno scocciato terribilmente tutti.
Per questo, assai più che per quello che hanno compiuto d'eccessivo, di scalmanato, di violento (il blocco stradale, per esempio, da riprovare nel modo più assoluto, bottiglie d'acido, ecc.), l'opinione pubblica ha sistemato un problema profondo che sarebbe giusto affrontare con serietà e responsabilità, giudicando il tutto teppismo, banditismo, oppure dall'altra parte, nascondendo la faccia per il tradimento delle proprie ideologie, spostando tutto il problema su quello delle accuse alla polizia.
Quei ragazzi, mi hanno fatto molto riflettere e mi hanno profondamente inquietato. Perché loro hanno fatto con la violenza, pagando di persona con quel freddo di quella notte e rischiando pericoli e guai senza fine, ciò che io sacerdote dovrei fare per fedeltà alla mia scelta cristiana e sacerdotale.
Mi vergogno assai di non inquietare, come sarebbe giusto e doveroso - sia pure, evidentemente, in un altro sistema - questo mondo così pacioccone e bonaccione nel quale vivo. Che sotto una vernice di benessere nasconde ingiustizie impressionanti e sfruttamenti insopportabili. Che nell'affermazione della libertà realizza in fondo l'unica vera e terribile libertà, quella del danaro. Che nei valori "uomo" intende e cerca soltanto l'immediato e il materiale e il personale...
E un prete che non è ministro d'inquietudine è un prete che cura i mali con gli impacchi.
La nostra parola pietistica, devozionale in una liturgia sentimentale, privilegiata. La nostra vita allineata sull'andazzo dei più, ricopiata - sia pure purificandola - dagli schemi vigenti della vita borghese. La nostra testimonianza diluita e sbiadita in indicazioni vuote di concretezza esistenziale, così mal pagata di persona.
Quei cinquecento giovani non sono partiti quella sera dalle nostre associazioni, non hanno la benedizione di assistenti ecclesiastici, non sono assolutamente Chiesa (e quindi possiamo stare tranquilli nei confronti della polizia, non avremo sicuramente grane e possiamo, con buona pace di tutti, non essere considerati un pericolo dall'opinione pubblica così timorosa per la sicurezza tranquilla dei suoi svaghi e dei suoi interessi), ma non riesco a non sentirli, in qualche modo, popolo dì Dio che, pur senza saperlo e volerlo, cerca d'impedire che l'umanità si sbricioli in individualismi spaventosi e si spappoli nel marcitoio comune del benessere egoista, e sia pure in modi da condannarsi e da respingersi, tenta di affermare, o se non altro, di rimettere in un certo rilievo, problemi da non trascurare e valori da tenere almeno in una qualche considerazione.
E spesso può darsi che ciò che con preoccupante faciloneria viene considerata opera del diavolo, può essere invece azione profonda, anche se sgomentante, di Spirito Santo. Se vogliamo guardare seriamente e in vista del Regno di' Dio che deve realizzarsi a costo di tutto, la storia.
Chi deve semmai preoccuparsi responsabilmente del problema è chi avrebbe il dovere e la missione di realizzare quel medesimo Regno di Dio nell'Amore. Perché è vero che quando viene a mancare la violenza dell'Amore, interviene spietata e spaventosa la violenza dell'odio.


don Sirio


in Popolo di Dio: PdD anno 2° gennaio 1969, Gennaio 1969

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