POPOLO DI DIO: PdD anno 1° dicembre 1968

idee e esperienze della Comunità Parrocchiale di S. Maria

...e Gesù Cristo?

Noi, vecchi innamorati di Gesù Cristo, lo stiamo cercando ansiosamente e spesso con angoscia, nelle problematiche attuali che travagliano la Chiesa. Non soltanto non possiamo fare a meno di Lui per il fatto che dove Lui non troviamo è vuoto di valori veri in senso essenziale ed assoluto e tutto ci sembra momento fuggente e peggio ancora apparenza, velo che ricopre e quindi non la realtà consistente, quella che veramente conta, ma anche e perché ci viene a mancare la speranza e tanto più la fiducia che il mistero del momento attuale porti in sé soluzione e il travaglio d'ora possa fruttificare qualcosa.
Non siamo dei trascendenti o dei misticheggianti che si rifugiano negli assoluti di Dio e lì, al sicuro, aspettano che il diluvio smetta di affogare per uscire, tranquilli e disinvolti, dall'arca di Noè. Non ci nascondiamo per paura di essere travolti e non stiamo a guardare di sull'argine l'acqua del fiume che sempre più ingrossa e minaccia di straripare.
Soltanto che noi non possiamo fare a meno, in tutto quello che succede qui o là e ormai un po' dovunque - perché non sono più battaglie di assaggio per provare le forze, ma ormai è una guerra divampata su tutti i fronti - non possiamo fare a meno di cercare Gesù Cristo. Non intendiamo assolutamente occuparci di altro che di Lui, sicuri come ci sentiamo che Lui è la Chiesa, la cristianità, il popolo di Dio, 1'umanità..
Sappiamo e crediamo che in Lui tutto è, vivo e presente così tanto che la realtà del mondo e degli uomini si può capire e si può seriamente vivere in modo e misure totali, soltanto in Lui e attraverso Lui.
Perché Lui soltanto è la luce giusta per vedere come stanno veramente le cose: in ogni altra luce la visione è distrutta, parziale, difettosa. Camminando per altra strada non si arriva al cuore del mistero dell'umanità e non si arriverà mai a risolverne le angosce.
La storia di tutta la ricerca degli uomini per affrontare e risolvere i problemi dell'umanità è la storia di. una spaventosa distrazione, di una terribile alienazione, da dove soltanto c'è speranza.
Ci è difficile perdonare agli uomini della Chiesa, agli uomini che hanno avuto e hanno responsabilità nel Popolo di Dio, di cercare sempre o quasi al di fuori di Gesù Cristo ciò che è necessario alla Fede e alla Speranza. E il tradimento all'Amore è spaventoso.
Grazie a Dio siamo gente pressoché senza cultura e quindi possiamo guardare la Verità delle cose rifacendoci unicamente a Lui. E è nella visione di Lui, cioè nel mettere a fuoco attraverso Lui il nostro guardare la Chiesa, che sentiamo di respingere tanta parte della sua storia.
Tanto più che ci viene in mente e ci gonfia il cuore l'immaginare (il sognare e quindi è tanto Amore) quale sarebbe dovuta essere la sua storia, cosa ci sarebbe nel mondo, nel cuore dell'umanità, se la sua storia fosse stata diversa.
E guardando a Gesù Cristo (e a chi dobbiamo guardare per sognare la Chiesa?) non è difficile immaginare quale sarebbe dovuta essere questa diversità.
Gridava Giovanni Battista e con le sue parole cominciava un nuovo criterio di giudizio della storia: "Egli nella sua mano tiene il vaglio e purgherà la sua aia e raccoglierà il grano nel suo granaio mentre brucerà la pula in un fuoco che non si estingue".
Non possiamo non giudicare il momento attuale della Chiesa, e quindi nostro, con altro vaglio che non sia Gesù Cri sto.
Tanto più che siamo sicuri che guarda re e giudicare, accogliere o respingere rifacendoci a Lui e cercandovi Lui come unica certezza e sicurezza di Verità, siamo nell'Amore, nel rispetto e nella libertà e nella giustizia.
D'altra parte a qualcosa di oggettivo, di chiaro bisogna rifarci in questo bailamme attuale di teologie vecchie e nuove, di pastorali conservatrici e rivoluzionarie, di medievalismi e modernità, di autoritarismi e contestazioni, ecc.
E noi ci stringiamo a Gesù Cristo, con umile e semplice Amore. Con adorazione dolce e profonda.
Accogliamo la sua storia di Dio fatto Uomo anche come indicazione (e non davvero soltanto come consiglio per farci santi) d'esistenza della Chiesa, che crediamo continuatrice della presenza di Gesù Cristo fra gli uomini, nella sua realtà di Dio e di Uomo. Ci chiariamo ogni problema rifacendoci alla sua Parola e ne abbiamo più che a sufficienza per sapere tutte le cose. E offriamo, con la dolcezza e l'Amore di un offrire che può essere anche non accettato o respinto, la nostra ricerca di Gesù Cristo nel mistero della vita e la scoperta di Lui che abbiamo la gioia di realizzare.
E nella fedeltà a Lui andiamo avanti tranquilli.
Anche se con la spaventosa angoscia (non sappiamo bene, ma a volte ci sembra perfino con qualche punta di disperazione) che ci soffoca l'anima e il cuore quando nelle vicende che agitano attualmente il popolo di Dio non riusciamo a scoprire Gesù Cristo e quindi a rassicurarci che sì, è momento di terribile sofferenza, di lacerazioni inevitabili, di affermazioni faticose e quindi di angoscia per tutti, ma la ricerca è veramente ricerca di Regno di Dio.
Alla gerarchia della Chiesa e all'episcopato chiediamo non tanto del giuridicismo arido per una fedeltà a tutta prova al Diritto Canonico, alle pastorali stabilite presso la CEI e nemmeno ci bastano le citazioni del Concilio Vaticano II a legittimazione delle proprie scelte ecc.: chiediamo Gesù Cristo, vivo e vivente, da riconoscerlo immediatamente, da provarne tutto il fascino, da crescerne appassionatamente l'Amore.
Alla contestazione teologica, pastora le, ai preti del dissenso, alle ricerche dei laici, alla volontà di rinnovamento delle strutture della Chiesa, a tutto il riboìlimento che ferve dovunque.. . chiediamo di tenere gli occhi su Gesù Cristo e di capirne intera e totale la realtà di vero Dio e di vero Uomo. Di cogliere e imparare tutto il suo Mistero, dalla mangiatoia alla croce per una storia d'incarnazione di tutto l'uomo in Dio e di tutto Dio nell'uomo e quindi tutta la sua realtà così essenzialmente religiosa. E la sua Parola che tutto di Lui chiarisce e manifesta, va tutta accettata perché quando è rivolta agli uomini è meravigliosamente carica di tutto Dio e quando è rivolta a Dio è tutta colmata, traboccante di tutto l'uomo.
Questa adorabile fedeltà a Dio e all'uomo di Gesù Cristo.
Dove Gesù Cristo non appare, dove non domina e determina o almeno non trasparisce attraverso il velo o la pesantezza della nostra carne, non è cristianesimo, non è popolo di Dio, non è Chiesa.
Non sappiamo cosa farcene.
E anche se è terribile, ci viene in mente (e a volte la sentiamo come unica possibilità di fedeltà alla nostra scelta cristiana) quella frase di Gesù: "Lascia che i morti seppelliscano i morti, tu vai ad annunziale il regno di Dio" (Lc. 9, 60).


La Comunità

Tempo di Nazareth

La vita che da qualche mese stiamo facendo, per pura bontà di Dio che ci ha portato passo passo su questa strada, ci sta facendo entrare sempre più nel cuore di Mistero di Nazareth.
Stiamo scendendo nell'intimo segreto della vita silenziosa, nascosta, "perduta" di Gesù, uomo fra gli uomini, Figlio di Dio disceso nella normalità quotidiana dell'esistenza umana.
Finora avevamo solo sognato questo modo di essere presenti e vivi, come sacerdoti e come cristiani, nel cammino di tutti; ora siamo diventati fiume anche noi, gocce perdute nel fluire delle giornate, piccoli semi sepolti dentro la terra che è l'umanità intera.
Ci pare di scoprire sempre più il senso profondo del tempo di Nazareth nella vita di Gesù; il suo raccogliere il mondo, la storia, la pena, la gioia, l'angoscia, la paura degli uomini, nel silenzio del suo cuore, nell'intimo della sua anima di uomo, e nell'immensità del Suo essere Figlio di Dio. Il Suo Amore silenzioso, ma fortissimo per tutte le creature; il suo essere presente dovunque, accanto ad ogni passo, luce accesa su ogni sentiero, pane buono sulla tavola di tutti. Le sue braccia già allargate nel dono più totale, per tutto raccogliere nell'Unità del Padre e dello Spirito Santo: un silenzio e un nascondimento, quindi, che sono presenza a tutto il mistero del vivere umano, accoglienza totale di tutto il destino degli uomini nel proprio destino.
In quegli anni, nel suo crescere uomo fra gli uomini, nell'esperienza quotidiana di ciò che è la vita umana, Gesù ha certamente portato in sé, per consegnarlo al Padre, tutto l'arco della storia universale. Nella sua vita, tutta la vita; nel suo lavoro, tutto il lavoro; nel suo Amore, tutto l'amore.
Così sentiamo che è grazia immensa per noi due sacerdoti, consacrati da Gesù a portare la Sua Realtà nella storia, poter percorrere lo stesso suo cammino. Perduti, come Lui, fra le colline della nostra campagna toscana, piccolo fuoco acceso sulla montagna, debole voce nel deserto, ogni giorno nel nostro silenzio e nella povertà della nostra esistenza, sentiamo passare il mondo.
E, come Lui, sentiamo di poter tutto amare, tutto raccogliere, tutto portare nel cuore di Dio, perché nella Sua Pienezza tutto abbia la più perfetta realizzazione. Nel lavoro delle nostre mani, che ci fa parte viva, del popolo dei poveri, c'è tutto il lavoro degli uomini della terra. Nella nostra preghiera, spesso faticosa ma sincera, si raccoglie ogni battito del cuore del mondo che cerca la sorgente dell'Amore inestinguibile. Nello sforzo continuo di essere aperti, disponibili, accoglienti per tutti, c'è la sete profonda d'amicizia e di fraternità che brucia nell'anima di tutte le creature.
Siamo felici di poter vivere il nostro sacerdozio così, sepolti in questo "tempo di Nazareth", che è come essere sepolti nel Cuore stesso di Dio.


i due don Beppe

"i due Beppi" sono due giovani preti nostri fratelli che da qualche tempo vivono in una minuscola e stupenda chiesetta romanica del Chianti la loro missione sacerdotale, offrendo¬la alle parrocchie vicine e a tutti gli amici che alla sera vanno a completare la fatica della loro giornata logorata dal duro lavoro della terra, mescolati ai braccianti agricoli di una grande fattoria.


Problemi fra i preti

Cari amici,
gli incontri di quest'anno, conclusi ad Arliano, hanno permesso di conoscerci meglio ed hanno maturato la proposta concreta di ritiri mensili per piccoli gruppi di sacerdoti. Una proposta volontaristica certo, ma che richiama immediatamente un contenuto abbastanza delineato per esperienza comune di preghiera, amicizia e lavoro: un tentativo per aiutarci a ritrovare noi stessi in un sacerdozio autentico, vera incarnazione dei valori della morte e risurrezione di Cristo.
Per quanto mi riguarda, desidero continuare a condividere una ricerca che spero comune e quindi capace di trovare cuori disposti a rischiare una stabilità, fosse pure acquistata a caro prezzo, per inoltrarci nelle Sue vie che sono sempre così diverse dalle nostre.
Una serie di incontri, di situazioni...: sto chiedendomi spesso, in questi giorni: come mai non sono povero?
Come mai non sono povero?
E la domanda non può lasciarmi indifferente perché inevitabilmente me la ritrovo dinanzi, spietata esigenza di un'Amicizia sincera. Posso lottare con me stesso per accogliere nel mio cuore le contraddizioni della vita, sapendo che sarò consolato; posso accettare di essere scavato fino a misure di fede infinita, sapendo che possiederò la terra; posso lasciarmi accecare dall'amore, sapendo che vedrò Dio; ... ma se non sono povero, il Regno non mi appartiene.
E la domanda non può lasciarmi indifferente perché se non sono Regno di Dio a nient'altro son buono che ad essere gettato nel fuoco, albero senza frutto, sarmento separato dalla vite, lievito invecchiato e inacidito.
Come mai non sono povero? Non lo sono perché non ho il senso dell'attesa, ma l'istinto e la prepotenza di chi vuol incidere il suo solco nella vita, a fondo e subito. "Il Regno dei cieli, infatti, è simile ad un padrone di casa che, di buon mattino, uscì a prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna" (Mt. XX, 1-16). Beati quelli della prima ora, fonte di speranza per chi ha ancora davanti a sé lunghe ore di attesa. Beati loro, semplice ma limpida manifestazione del Regno, nostra Gioia e Consolazione. Ma beati anche coloro che rimangono fedeli all'attesa, incuranti del sole che brucia ogni energia, del disprezzo di coloro che son sempre sulla sponda buona, del senso di meschinità e di impotenza che stringe il cuore perché manca il lavoro e sembra soffocare ogni scintilla d'umanità. Beati questi poveri, piaghe aperte in attesa di una Misura colma e traboccante! Perché, in fondo, la paga del padrone non manca di una sua logica: Egli sa troppo bene che è il solo a poter trar frutto dalla sua vigna, e ciò che ama negli operai non è tanto il lavoro quanto il rendersi disponibili ed accettare, non un contratto di lavoro, ma un rapporto d'Amore.
E' triste che proprio in noi sacerdoti sia così viva l'insofferenza per l'Attesa, la brama per l'incidenza, il risultato, l'interesse. E' desolante in noi giovani quest'impronta di stanchezza senile che ci spinge a rifugiarci subito nelle braccia di un padrone, - chiunque egli sia -, perché non ce la sentiamo di fare a meno di esser rispettati, amati, considerati.
Abbandonare la ricerca del Regno, l'attesa di una Chiamata inequivocabile perché l'Amore segna tracce indelebili nel cuore, tutto per rifugiarci in un lavoro a responsabilità limitata nei confini ben segnati di un gruppo, di una parrocchia, di un "ambiente". Incapaci poi di capire che se siamo dei poveri sfruttati è perché i padroni che non sono Lui badano solo al proprio interesse e non possono fare altrimenti. Incapaci di capire che reagendo per la via delle rivendicazioni 'sindacali', accettiamo una condizione di dipendenti: noi, consacrati da Dio ad essere incarnazione viva di libertà, perché mossi solo dall'Amore!
E' necessità urgente prima per me ed insieme per voi, accettare il crescere di noi stessi, della nostra coscienza, della nostra responsabilità. Non per fama e popolarità, ma nell'ascolto attento dello Spirito che illumina la Vita del Cristo, per una realizzazione seria del nostro sacerdozio. Questo vuol dire non impegnarsi in tutto ciò che non sia direttamente Regno di Dio: l'arrivismo, l'attivismo apostolico, il 'sindacalismo' presbiterale, l'assenteismo piagnucoloso e stranito, il concordismo a tutti i costi, ecc..
Questo vuol dire avere il coraggio, in qualunque situazione, di ripensare il proprio essere in rapporto all'unico valore che è Gesù Cristo. Vuol dire impegnarsi in povertà, amore e verità anche quando non è possibile portare avanti riforme liturgiche o formare gruppi di studio. Vuol dire spendere qualche ora nell'Adorazione silenziosa, anche se non c'è nessuno in Chiesa, con il cuore aperto al mondo. Vuol dire accettare di essere segno dì una continua presenza di Perdono sulla terra, anche se la teologia della penitenza ci fa invidiare il IV secolo. E questo non perché, ahimè, non possiamo fare altro, ma perché Povertà e Amore e Verità e Adorazione e Perdono sono valori del nostro sacerdozio, il lievito di una realtà che tende, nella sua fermentazione, a dilatarsi a misure di magnifica pienezza.
Questi valori, proprio perché Suoi, sono la nostra forza. E se abbiamo voglia di provare sul serio, lo avvertiamo subito: è sufficiente realizzare un'unghia di vera Povertà per sentire vacillare la fiducia in chi fino ad allora ci amministrava su basi di interesse. E' una forza che ha l'aspetto di una dolcezza irremovibile. E non è colpa nostra in fondo se lo scopriamo solo a fatica, dopo che ci hanno insegnato a livellare tutto ad una inoffensiva mediocrità; non è colpa nostra se ci hanno insegnato a vedere il Cristo che vive nei poveri, "esortandolo, consolandolo e confortandolo con una spugna inzuppata nell'aceto", invece di insegnarci ad essere crocifissi con Lui "sul legno della maledizione,... della instabilità ed incertezza per il domani, dello sfruttamento, della discriminazione, ecc..." (cfr. lettera dell'Isolotto al vescovo di Parma). Ma non per questo siamo dispensati dal cercare di scoprire e di capire, anche se questo vuol dire lasciar tutto perché si è rintracciata la Via. Ricordiamo che questa è forza immensa perché non è logorata dal tempo, né soffocata dallo spazio: ha davanti a sé i secoli e le terre senza confini.
Dobbiamo ammettere questa realtà di violenza nella nostra vita, non per se stessa, ma come logica conseguenza dell'entrata assolutamente nuova di ciascuno di noi sulla scena del mondo. Non siamo chiamati tanto a fare qualcosa (altri verranno dopo di noi e faranno certamente meglio): siamo chiamati ad essere, sopra e prima di tutto, noi stessi, in quel nodo unico e irripetibile e perciò intrasferibile - che è la nostra persona. Ed è in questa vicenda assolutamente nuova, è questa persona unica che Dio vuole incontrare ed amare in misure così grandi da suscitare una risposta altrettanto piena.
Ed io non sono povero perché la moneta della Cultura mi permette ancora di pagare una maschera di rispettabilità e di saggezza, nascondendo lo smarrimento e l'incertezza di fronte a questo calare del Mistero di Dio nel profondo della mia storia.


don Luigi Sonnenfeld

Collegio Capranica
Roma


Martin Luther King

Prima di andare a scuola, aveva provato il peso della sua pelle nera, sapeva di appartenere a una razza inferiore. Conobbe l'amicizia di due bambini bianchi, ma fu impossibile continuarla... I genitori impedivano non con ostilità, ma con scuse, che il piccolo Martin giocasse coi loro bambini. Seduto sulle ginocchia della madre, seppe del loro peccato, della loro maledizione, "cominciò a raccontarmi della schiavitù, e come vi fu posto termine con la guerra civile. Il Sud, per legge, assegnava una separazione fra bianchi e negri nelle scuole, i ristoranti, i teatri e i quartieri cittadini... non perché questo rientrasse in un ordine naturale, ma perché lo volevano i bianchi". Suo padre - pastore della chiesa battista - aveva condotto una lunga lotta, prima della nascita di Martin, in favore della comunità negra di Atlanta.
"Su questo sfondo familiare, non c'è da meravigliarsi che anch'io abbia imparato a detestare la segregazione, che consideravo assurda da un punto di vista razionale e ingiustificabile moralmente".
Nasce ad Atlanta il 15 gennaio 1929 in una famiglia della classe media. Si laurea in teologia a venticinque anni. Risvegliatosi in quel tempo dal sonno dogmatico che lo rendeva inadeguato sia per la chiesa sia per la vita personale, si convinse che la storia è una serie di conflitti non riconciliati e che l'esistenza dell'uomo è piena di angoscia e minacciata dalla mancanza di significato. Mentre la definitiva risposta cristiana non si trova in alcuna di queste asserzioni esistenzialistiche, vi è molto che il teologo può usare per descrivere il vero stato dell'esistenza umana. In questo tempo il giovane teologo acquista sempre più interesse e si impegna nei problemi sociali. Vedeva come i sistemi di segregazione finivano nello sfruttamento del negro, come pure del bianco povero.

Il tempo della ricerca
Nella sua ricerca fu immediatamente influenzato dal Vangelo: "Il Vangelo riguarda l'uomo intero, non soltanto il suo benessere spirituale, ma anche quello materiale. Qualsiasi religione che professa interesse per l'anima dell'uomo e non si preoccupa ugualmente dei tuguri che dannano l'uomo, delle condizioni economiche che lo paralizzano, di quelle sociali che lo storpiano, è una religione spiritualmente moribonda che aspetta le sue esequie".
In questo tempo quasi dispera della forza dell'amore per risolvere i problemi sociali. L'offrire l'altra guancia e l'amare i nemici gli sembrava valido solo nei conflitti di individui con altri individui, ma non quando gruppi sociali e nazioni sono in conflitto. Nella conoscenza della filosofia di Gandhi il suo scetticismo sulla capacità dell'amore diminuì gradatamente e arrivò a vedere per la prima volta che la dottrina cristiana dell'amore operante col metodo gandhiano della nonviolenza era una delle armi più potenti a disposizione degli oppressi nella loro lotta per la libertà.

Una donna coraggiosa
Nel 1954 sposa Coretta Scott, sua compagna di studi; una sposa cristiana degna di lui:"Mio marito diceva spesso ai suoi figli - quattro erano i figli di Martin e di Coretta - che un uomo il quale non sa per cosa morire non è preparato a vivere. Diceva anche che l'importante non è vivere a lungo, ma vivere pienamente. Sapeva che in qualsiasi momento la sua vita poteva essere abbreviata e noi prevedevamo questa possibilità".
In questo stesso anno è pastore battista a Montgomery (Alabama): in questa comunità dopo pochi mesi ha un'esperienza che gli servì come chiarimento di idee sulla non violenza più di tutti i libri che aveva letto. Il primo dicembre 1955 una giovane negra viene imprigionata per essersi rifiutata di cedere il posto in autobus a un bianco. Tutti i negri della città sono invitati da Martin a boicottare il servizio degli autobus. Per 382 giorni cinquantamila negri vanno a piedi cantando: "Andrò a piedi sulle mie due gambe fino all'avvento del Regno! Andrò a piedi sulle mie due gambe fino a che mio fratello mi darà la mano!". Le società gerenti devono capitolare abolendo la segregazione negli autobus. Per vendetta la casa del pastore viene fatta saltare. Coretta trema per Martin: "Ma se il Signore ci ha posto alla testa del movimento, abbiamo noi il diritto di ritirarci?". Mai il giovane pastore si è ritirato: anche dopo essere stato pugnalato mortalmente nel 1958 da una donna negra. Non ha incertezze per il rischio della sua vita, teme per quella della sposa e dei suoi figli. Ma è Coretta che gli dà coraggio: "Noi siamo nelle mani del Signore. Tutti al Suo servizio per il compito che ci ha affidato. Bisogna continuare, Martin".

Io sogno ancora
Martin continua sulla via dell'amore e della sofferenza. E' arrestato o imprigionato ad Albany in Georgia mentre guida una campagna di manifestazioni nonviolente contro la segregazione nei ristoranti. Libero per il riscatto pagato da uno sconosciuto (e la campagna fallisce!). Nel 1963, dopo avere sfidato insieme ai suoi fratelli negri disarmati i manganelli e i cani della polizia, finisce in prigione con tremila suoi compagni. Dal carcere di Birmingham è liberato dallo stesso presidente Kennedy. I segregazionisti debbono venire a patti ed accordare l'integrazione nelle scuole, biblioteche, ristoranti e molti altri edifici pubblici.
Il 28 agosto guida una marcia su Washington di 250 mila persone provenienti, in tutti gli stati dell'Unione. Gli estremisti fanno saltare l'appartamento da cui King e i suoi collaboratori dirigono le operazioni, per questa volta è salvo: quattro bambine negre sono uccise da una bomba e altri bambini trucidati dalla polizia. Nel 1964 riceve il Nobel per la pace. Nel 1965 a Selma è a capo di numerose manifestazioni di piazza per il riconoscimento del diritto di voto ai negri. Viene malmenato perché vuole una stanza in un albergo "per soli bianchi". Nel 1966 vive a Chicago fra i baraccati negri e conduce una campagna per rivendicare i loro diritti civili, sociali, economici. Mentre parla in un parco gli viene lanciato contro un coltello. Nel 1967 si schiera e manifesta contro la guerra nel Vietnam: "Una nazione che continua, anno per anno, a spendere per difendersi militarmente, piuttosto che per migliorare la vita dei suoi uomini, è ai margini della morte spirituale".

Assassinato
Il mercoledì 4 aprile 1968, alle 18,01, Martin Luther King è assassinato con un colpo di fucile a Memphis, dove si era recato per preparare una "marcia di poveri". Una marcia di quei poveri negri americani che non sono mai stati una massa di assassini. Non hanno mai ucciso bambini di una scuola domenicale, non hanno mai impiccato uomini bianchi ad alberi che portano strani frutti. Non sono mai stati gli autori incappucciati di violenze, che linciano gli esseri umani secondo la loro volontà e li annegano secondo il loro capriccio.
Il mondo buio, disperato, confuso e ammalato dei vigliacchi e degli assassini ha respinto questo uomo cristiano che alcuni anni prima aveva detto: "Se un giorno mi troverete assassinato, io non voglio essere vendicato con la violenza ma con l'amore".


don Rolando

"Mamma Pollard" di L. Martin King

Uno dei più impegnati partecipanti alla protesta degli autobus a Montgomery, Alabama, era un'anziana negra che noi chiamavamo affettuosamente Mamma Pollard. Sebbene poverissima e incolta, era straordinariamente intelligente e possedeva una profonda comprensione del significato del movimento. Dopo che era andata a piedi per parecchie settimane, le fu domandato se era stanca: con sgrammaticata profondità, rispose: "I miei piedi è stanchi, ma la mia anima è riposata".
In una particolare sera di lunedì, seguita ad una settimana piena di tensione, che includeva, per me, l'essere stato arrestato e l'aver ricevuto numerose telefonate minatorie, io parlavo ad un raduno di massa. Cercavo di comunicare un'aperta impressione di vigore e di coraggio, pur essendo interiormente depresso e spaventato. Alla fine dell'adunanza, Mamma Pollard venne dinanzi alla chiesa e disse: "Venite qui, figliuolo". Andai da lei immediatamente e l'abbracciai con affetto. "C'è qualcosa che non va, con voi", ella disse. "Stasera non avete parlato con forza". Cercando ancora di nascondere i miei timori, risposi: "Oh, no, Mamma Pollard, non c'è nulla che non va. Mi sento benissimo, come sempre". Ma il suo sguardo era perspicace. "Ora non mi potete ingannare - disse - So che qualcosa non va. Abbiamo forse fatto qualcosa che vi è dispiaciuto? O forse i bianchi vi stanno molestando?". Prima che potessi rispondere, mi guardò diritto negli occhi e disse: "Non vi ho detto che noi siamo con voi in ogni modo?". Poi la sua faccia divenne raggiante, ed ella disse, con parole di tranquilla certezza: "Ma anche se noi non fossimo con voi, Dio si prenderà cura di voi". Mentre ella diceva queste consolanti parole, tutto cominciò a tremare e ad agitarsi in me col vibrante tremore di una fresca energia.
Dopo di quella terribile notte del 1956, Mamma Pollard è passata nella gloria ed io ho conosciuto pochissimi giorni tranquilli: sono stato torturato di fuori e tormentato di dentro dai furiosi fuochi della tribolazione; sono stato costretto a chiamare a raccolta tutto il vigore e il coraggio che avevo per resistere agli urlanti venti della pena e alle furiose tempeste dell'avversità. Ma, mentre gli anni si susseguivano, le semplici ed eloquenti parole di Mamma Pollard sono ritornate continuamente a dare luce e pace e guida alla mia anima turbata. "Dio si prenderà cura di voi".
Questa fede trasforma il turbine della disperazione in una calda e vivificante brezza di speranza. Le parole di un motto che nella passata generazione si trovavano di solito sulle pareti nelle case delle persone devote devono essere impresse nei nostri cuori:
La paura ha bussato alla porta.
La fede ha risposto.
Non c'era nessuno là fuori.


(da "La forza di amare")

Tempo di Avvento

Vorrei tanto aspettare la venuta di Dio tra noi come se fosse la prima volta per la gioia di dirGli - Vieni, Signore, tu solo hai parole di vita eterna.
Vorrei essere in questi giorni l'attesa del mondo, attesa semplice, felice, aperta, svuotata come di donna che attende il suo sposo. Solo attesa che desidera di essere colmata, attesa di questo creato dove la materia tutta stanca del suo peso, perfetta nella sua meraviglia, geme e soffre; attesa di questa umanità che non sa più, non capisce, si sperde perché le manca il Signore Gesù.
Ho bisogno di Dio più del cibo e dell'aria: non è solamente il mio cuore che palpita se sa di essere sotto il Suo sguardo; è l'anima mia che attende il suo Dio, il mio essere che vuole riposare nell'Essere; è la vita che senza di Lui non ha significato, il mondo che sarebbe troppo solo.
Se mi metto in ascolto della voce più vera di chi è stanco e sfiduciato e guardo in fondo ai cuori che non sanno o non vogliono donarsi scopro il desiderio di Lui, che ha il mondo; quando riesco a tacere e il mio cuore è aperto al destino degli uomini di ogni tempo, di questa povera umanità appesantita da una ricerca ostinata e stranita che non sa da dove nasce - sento la vita, il miracolo dell'esistere che ha bisogno di qualcuno che la guardi e la chiami per nome per espandersi e amare. Dio guarda così le Sue creature, e infinitamente di più, ha bisogno solo di raccoglierle sotto le ali come la chioccia fa con i pulcini, di sfamarle, di condurre il suo gregge. Non c'è nulla che lo può spaventare, Lui sa che tutto in noi è preghiera vivente, povera invocazione mai disperata, grido inespresso di chi vuole chiamarlo; perfino il male è un vuoto che vuole essere colmato, un poco di buio in cerca di luce.
Per questo Lo chiamo. Noi Chiesa, cuore del mondo, dobbiamo raccogliere la solitudine, essere parola di sofferenze senza voce, cuore di chi è ormai indurito per troppo dolore.
Mi metto davanti al Padre e Gli presento le Sue creature, non ho nemmeno bisogno di parlarGli, il mio gesto può essere muto, Lui sa cosa voglio dire quando lo chiamo "Padre.."; conosce il lungo avvento del mondo che attende senza sapere.
Voglio essere di nuovo nel tempo Maria, ripetere con lei senza distrarmi, il nostro Amore a Dio, chiedergli con la sua umile fiducia di venire, chiederlo con la nostra vita di uomini e di donne il cui cuore è aperto, svuotato di noi, desideroso solo di Dio.
Come lei voglio che Dio si incarni nel mondo, venga non ci lasci soli, sia speranza degli umili, sicurezza di pace e giustizia, certezza di vita diversa - ci sia accanto, vicino, da toccarlo con mano, da colmare l'ansia del nostro cuore, il bisogno di Lui che tutti abbiamo; che colmi l'angoscia di questo chiederci sempre "perché?...".
Insieme a Maria non ho paura di essere questa speranza dolce e insistente, questo domandare sommesso, perché so, guardandola, che dobbiamo essere la voce dell'umanità che parla al suo Dio.


Maria Grazia

Questi giornali

In questi giorni sono apparsi su diversi giornali notizie e considerazioni e apprezzamenti vari a nostro riguardo e particolarmente in riferimento a due lettere unitamente inviate al Cardinale di Firenze e a don Mazzi, parroco dell'Isolotto.
Precisiamo che queste lettere avevano carattere assolutamente privato e sono state inviate agli interessati e a uno strettissimo giro di amici ai quali eravamo in dovere di comunicare il nostro atteggiamento e sulla riservatezza dei quali potevamo pensare di poter contare.
Non sappiamo in quale maniera i giornali siano venuti a conoscenza di queste lettere: certamente la riservatezza di qualche amico non è stata così assoluta come sarebbe stato doveroso che fosse (e ne siamo veramente dispiaciuti di questa incapacità a non buttare tutto sui giornali). Sta il fatto che noi non ne abbiamo nessuna responsabilità. t
I giornalisti si sa come sono: cercano il sensazionale, lo scandalistico, l'impressionante a costo di tutto e quando e dove non è possibile, forzano le cose in modo che non sia possibile che non susciti scalpore, contrasti, polemiche.
E' un male contro cui è inutile combattere.
Il miglior sistema è leggerli meno che sia possibile. E in ogni caso, rimanerne assolutamente liberi è indispensabile per l'uomo onesto.
Noi abbiamo inviato quelle due lettere (è stato ai primi di novembre) perché abbiamo sentito il dovere di esprimere la nostra umile opinione e ci è sembrato onesto offrire il nostro modesto parere per la soluzione migliore di tutta la crisi fiorentina senza che le confusioni successe impedissero un serio sviluppo dei valori emersi.
Abbiamo consigliato semplicemente che l'uomo non prevalesse sul problema che unicamente conta: quello del Regno di Dio.
E che poveri preti si permettano esprimere la propria sofferenza per tutta una situazione così appesantita e desiderino, anche chiedendo grossi sacrifici, uno schiarirsi per un tornare di tutti a quell'essere "servi inutili" di cui parla Gesù e quindi fratelli e cioè "una cosa sola" come Lui e il Padre, non si vede che ci possa essere qualcosa di sorprendente.
E che i soliti poveri preti possano osare di esprimere un giudizio e dare un consiglio ad un Vescovo e Cardinale, mossi unicamente dalla ricerca del bene della Chiesa, non si vede come tutto questo possa suscitare scalpore, creare sensazione, rischiare lo scandalo ecc. invece che essere considerato sincerità, Amore vero, fedeltà a tutta prova alla Chiesa, a meno che non si tratti del
pettegolezzo di giornali a sensazione e di lettori dallo scandalo facile, evidentemente poco abituati a "cercare prima di tutto il Regno dei Cieli", considerando tutto il resto soltanto un soprappiù buono solo ad appesantire e complicare fino a misure spaventose.


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