POPOLO DI DIO: PdD anno 2° febbraio 1969

idee e esperienze della Comunità Parrocchiale di S. Maria

La Chiesa nel cuore degli uomini

Stiamo continuando il tema dei rapporti fra la Chiesa e il mondo e il discorso necessariamente si allunga. Preghiamo vivamente per un giudizio sereno e giusto circa queste nostre riflessioni, di tenere presenti tutti i numeri del ciclostilato che di mese in mese veniamo pubblicando.
Il problema che più sconvolge la Chiesa, nella sua realtà storica di questo nostro tempo è quello di una sua riconciliazione autenticamente cristiana col mondo nel quale la Chiesa deve essere lievito di redenzione e di salvezza. E' la ricerca di un ritorno, di un rientro. Verrebbe quasi in mente l'idea - e non spaventa affatto e non sorprende nemmeno - di una conversione. La parabola del figliol prodigo è racconto che riguarda ogni storia di uomini e ogni uomo e' tutta l'umanità in tutte le sue specificazioni, in tutte le sue realtà d'esistenza umana - e quindi anche in quella di Chiesa - in quella parabola ha la sua raffigurazione.
Questo movimento di ricerca di un rientro nel tessuto vivo dell'esistere umano - ha tutta l'apparenza di ritorno, ma in ogni caso non è assolutamente un tornare indietro, della Chiesa, è invece un riprendere la propria verità, un ritrovare sinceramente se stessa e quindi una ricerca di essere sempre più quello che dev'essere: un ritorno dunque che è vero progresso, attualizzazione crescente come è proprio del Regno di Dio - questo movimento nel senso della Chiesa, preoccupa terribilmente gli uomini della Chiesa.
Vorrebbero favorirlo - a volte sembra proprio, per la verità, perché non possono assolutamente farne a meno: la fiumana ormai ha rotto in maniera inarrestabile gli argini, tirati su a forza di secoli di fatica - vorrebbero favorirlo questo movimento di superamento della separazione fra la Chiesa e il mondo, ma vorrebbero farlo con estrema prudenza, gradualmente, a passettini quasi impercettibili con le scarpe di cencio, piacerebbe loro tanto se potesse essere come una di quelle processioni all'antica, gloriose e solenni, col cristo in testa e lanternoni dorati e clero maestoso e folla piamente osannante.
E concedono, ma subito si riprendono, accettano il dialogo, ma la verità la possiedono tutta loro, ascoltano, ma poi fanno come loro credono bene, si adattano alle riforme, ma riescono sempre a fare in modo che in fondo tutto sia sempre come prima...
Questo movimento di rientro accende invece sempre più le speranze di chi cerca, a costo di tutto, un superamento di distanze, uno scavalcare le difficoltà accumulate dalla storia della Chiesa e del mondo, uno sbriciolare le differenze... perché finalmente la Chiesa sia più assai di questo mondo, gli appartenga di più, ne sia di più l'anima in una profonda comunione di valori, in una integrazione vicendevole che va, nelle misure e nella modalità, da una vera e propria Incarnazione secondo il Mistero di Cristo, vero Dio e vero Uomo, fino alla sparizione quasi di ogni realtà di Chiesa, di Mistero Cristiano, di valori religiosi, come ormai si va chiaramente delineando nelle punte estreme di questa ricerca di rinnovamento.
Pensiamo che dovrebbe essere particolarmente interessante riapprofondire seriamente sia per la destra e sia per la sinistra - tanto per intenderci -di questo movimento di tentativo di superamento dell'immobilismo tradizionale della Chiesa e di ricerca per un incontro più vero e di una presenza più sincera della Chiesa col mondo nel quale vive, riapprofondire la storia della riforma e controriforma, perché è vero che nel farsi della storia tutto non è sempre nuovo e è anche vero che per imparare a vivere oggi giova assai cercare di capire come sono andate le cose ieri. Ma son problemi questi di cultura e li lasciamo riflettere agli uomini di cultura, sperando bene.
Noi cerchiamo soltanto di chiarirci (e offriamo fraternamente e umilmente questa fatica di chiarimento a chi l'accetta volentieri), cerchiamo di chiarirci interiormente intorno a tutto il problema che, oltre alla Chiesa, investe, è inevitabile, tutta la nostra Fede e tutta la nostra scelta cristiana, nella fiducia di trovare una sincerità d'impegno personale e di comunità che sia coerente e fedele a Gesù Cristo, per una realtà viva di Chiesa, sincerità profonda di Popolo di Dio.
No, non siamo d'accordo - lo diciamo francamente e ce ne prendiamo tutta la responsabilità - con tutta una fatica di conservazione, più o meno chiusa od aperta, ma comunque furbesca, prudente, diplomatica, fatta cioè in grandissima parte di modi umani (e spesso disumani) di sapienza di questo mondo, di tattica prudenziale, di arido giuridicismo, di dogmatismo sbriciolato dovunque, di moralismo farisaico, di assurda e stupida, anche se scaltrissima, politica nelle cose di Dio come se fossero cose di questo mondo.
Notiamo con incredibile sofferenza che la Chiesa fatta di uomini di Chiesa (vedi numero precedente) è terribilmente appesantita e oppressa da questa "sapienza umana", dal contare nelle risorse terrene, dall'affidarsi ai valori di questo mondo.
Non è certamente questa la strada da sterrare per un rientro nella realtà della vita umana, della Chiesa di Dio, di Gesù Cristo.
Se questa fosse stata la strada, d'altra parte così logorata a forza di camminarvi a processione, la Chiesa non si sarebbe trovata tanto divisa e così lontana e diversa e quindi disincarnata dalla realtà quotidiana della storia. Bastava soltanto andare avanti al passo del venire del Regno di Dio nel mondo e ci saremmo sempre trovati nel vivo cuore della storia.
D'altra parte il rientro nella vita umana, il superamento delle distanze che vogliono dire profonde differenziazioni, in modo da ottenere la presenza viva e vera, cioè secondo Gesù Cristo, della Chiesa nel mondo, non è assolutamente realizzabile uniformandoci al mondo, identificandoci col mondo, sperando nelle speranze degli uomini di questo mondo e contando sui loro mezzi.
E' terribile ma è vero: la Chiesa che affida le sue speranze di essere viva ed efficace, presente, sentita, accolta fra gli uomini, ai valori propri degli uomini, ne rimane invece sempre più - ha valore certamente di condanna - divisa, separata, lontana, respinta, odiata.
E' fatica pazza e controproducente cercare di annullare la separazione fra la Chiesa e l'umanità e è sogno antico e sciocco tentare una presenza viva ed efficace secondo il Mistero di Cristo, affidandosi all'autorità, al centralismo assolutista, alla potenza economica e politica, al privilegio, alla legge, alla burocrazia, al carrierismo, alla sistemazione, alla sicurezza, alle alleanze, ecc. ecc. (l'elenco può essere lungo quanto interminabile, è l'illusione degli uomini di far qualcosa rifacendosi a se stessi, quanto senza fine è "la maledizione che pesa sugli uomini che confidano negli uomini").

Non crediamo assolutamente più (e chiediamo perdono se vi abbiamo creduto nel passato) che la Chiesa fatta di uomini di Chiesa che si diversificano dagli altri uomini soltanto per una raffinatezza di sapienza umana e terrena, sia pure imbiancata di ecclesiastiche intenzionalità di Regno di Dio, non crediamo che questa Chiesa possa riconciliarsi con l'umanità e rientrare ed essere nel suo seno pugno di lievito, sale della terra, luce del mondo, cioè la Chiesa di Gesù Cristo.
Se le cose della Chiesa stanno ancora così, la parabola del figliol prodigo ci viene da pensare che stia raccontando ancora le sue pagine più tristi.
Trionfalismo e accoglienza della Chiesa nel cuore degli uomini non saranno mai una possibilità, altro che miseramente illusoria. Perché la via del Vangelo per entrare nel mondo è quella del servire, del primo sia come l'ultimo, del chi si esalta sarà umiliato e del chi si umilia sarà esaltato, delle otto beatitudini, dell'Amore senza fine. E'una via dal percorso obbligato, a senso unico, e va dalla mangiatoia alla Croce.
Gli uomini della Chiesa sbagliano assai quando pensano che la Chiesa costruita dall'accumulo dei tentativi di gloria, di grandezza, di potenza, di cultura, cioè di tutte le risorse umane, possa essere la Chiesa capace di ritornare nella vita umana e di essere viva ed efficace di redenzione e di salvezza fra gli uomini.
Dichiariamo apertamente e sinceramente che non siamo per questa Chiesa. Ne accettiamo la storia per il profondo dovere di chiederne perdono. Non intendiamo però rassegnarci a sopportarne i tentativi più o meno velati e furbeschi del momento presente. Desideriamo dal più profondo di noi stessi lavorare, giocandovi dentro tutto, per una Chiesa purificata dall'appesantimento dei mezzi ricchi, libera e disponibile, perché la Chiesa sia "quella follia di Dio più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio più forte degli uomini". Se è vero che "Dio ha scelto le cose stolte del mondo per confondere i sapienti, le cose deboli per confondere le forti, le cose ignobili e disprezzate del mondo e quelle che non sono, per ridurre a nulla quelle che sono, affinché nessun uomo possa vantarsi davanti a Dio" (Cor.1,17..)
Perché questa è la Chiesa dei poveri, quella che "non rende vana la Croce di Cristo".
Continuando ad offrire le nostre idee circa il terribile problema del ritorno della Chiesa nel cuore degli uomini, dovremmo dire di altre ricerche, forse di quelle all'estremo opposto: ma rimandiamo, se non vi dispiace, questo discorrere al mese prossimo.


La Comunità

La difficile speranza: padre Perrin

Nacque il 13 Aprile 1914 a Corniment, in fondo ad un'alta vallata del Vosgi che dall'altro versante guarda la pianura d'Alsazia. Aveva due anni quando il padre morì durante una battaglia della prima "inutile strage". Sua nonna, sua madre e sua sorella erano operaie tessili.
La tristezza dei tempi e le preoccupazioni della sua famiglia sono vinte dall'allegria infantile di questo bambino nervoso e vivace.
A 12 anni entra in Seminario. Allievo indolente prima, ma ben presto troverà in se stesso motivi seri per applicarsi. Il grande Seminario di Saint-Dié lo accoglie a 17 anni. Nasce la JOC (Jeunesse Ouvrière Catholique) e il giovane sacerdote Perrin ne sente il fascino. Con il suo entusiasmo trascina i suoi compagni. La loro debolezza, la sordità degli ambienti cristiani inquieta le giovanili speranze.
I suoi superiori lo vogliono professore di lettere, ma lui cerca il vero cammino per il suo sacerdozio. Si dedica ai bambini delle colonie estive, agli adolescenti e si appassiona per lo scoutismo.
Dopo l'occupazione nazista iniziano le deportazioni dei lavoratori francesi in massa verso la Germania. Ma se parecchi erano i seminaristi fra i militanti in quei campi di lavoratori civili, i sacerdoti mancavano quasi del tutto; presto fu chiaro infatti che i tedeschi non ne avrebbero mai autorizzato la presenza. Dopo una preparazione spirituale e professionale, alcuni giovani preti camuffati da lavoratori e pronti a questa rischiosa avventura furono dislocati nelle città e regioni più importanti: molti vi lasciarono la vita.
Fra i primissimi volontari H. Perrin svolse la sua attività a Lipsia, individuato come sacerdote, fu imprigionato e infine rimandato in Francia. Ha 28 anni, nel pieno della sua giovinezza. C. Houdier ha ragione di collegare a questa definitiva esperienza tutto il suo sviluppo degli anni seguenti: "Egli aveva spinto fino agli estremi, con grande purezza e con intransigenza virile, la tormentosa ricerca di problemi che gli si erano presentati in Germania 12 anni prima e che riguardava la pratica sacerdotale della carità nel XX secolo con il suo aspetto terribile di giustizia sociale...".
Henri alterna ad una azione spesso febbrile il lavoro metodico, intellettuale e spirituale. Rimette in discussione tutto ciò in cui crede: di più solido gli resta la formidabile presenza di Dio che, in ogni istante, nel più profondo di se stesso, lo crea nell'amore, e la presenza di Cristo nel cuore del mondo, suo corpo, che la Chiesa lentamente trasforma. Studia i catechismi di S. Cirillo, l'Epistola ai Romani, agli Efesini ed ha l'impressione di penetrare in un regno completamente sconosciuto.
La calma ritorna dopo momenti di scoraggiamento. Non rimane inerte e si ricorda, dinnanzi all'abisso del mistero, che Dio è Amore e Padre. Anche se la sua irrequietezza penosa lo isola, sa che la deve sentire così forte perché altri la possano sentire, e ne fa la migliore preghiera per il mondo che ama.
Sprovveduto dinnanzi a ciò che il marxismo brutalmente gli rivela, attinge nella rivelazione biblica e cristiana, esterrefatto e spaventato, la solidarietà. Comprende perché i miscredenti del nostro tempo, pur attirati dalla dottrina e vitalità spirituale del Cristianesimo, sono respinti dall'"ambiente" religioso nostro. Non parla di "penetrazione ed esempio", ma di "purificazione e ritorno al Vangelo". "Non voglio dire - scrive in una lettera - con questo che il Vangelo sia stato abbandonato, ma che l'attuale e generalizzata mancanza di Fede in un paese, malgrado tutto, permeato ancora di istituzioni cristiane, esige un ritorno al Vangelo con intensità, semplicità e spiritualità massima".
Felice e commosso alla fine del 1947 si dona interamente ~ vent'anni di studi, di viaggi, di esperienza e di formazione - alla classe operaia: ha davvero deciso di legarsi ad essa e di vivere con essa e al suo ritmo. Sa che non è prudente avviarsi da solo in un lavoro di "massa - molti preti che lavorano attualmente in piena massa considerano come loro principale sostegno le esigenze dei cristiani che li circondano, e credo non sia difficile dimostrarlo".
D. Perrin è un potente organizzatore ed ha un'incredibile capacità di stabilire contatti e discussioni fra gli uomini più diversi, inoltre la sua regola religiosa, offrendogli la possibilità dei ritiri, favoriva in modo straordinario il dono da lui posseduto di pensare e di dominare l'azione. Con un compagno gesuita s'inserisce nel 13° quartiere di Parigi (della stazione): la situazione religiosa e morale di questa popolazione operaia è pessimistica. Ogni sabato questi preti operai lo dedicheranno al riposo di una giornata spirituale.
Il giorno prima della sua entrata in fabbrica fa il punto sulla necessità di servire la Chiesa, il clero e i cristiani, di servire il Cristianesimo attuale. Urgente evangelizzare le masse miscredenti, ma indispensabile scoprire tutte le cause di questo allontanamento. Materialismo, razionalismo, scuola laica... va bene! - "ma ciò non basta a spiegare il fatto che la totalità o quasi degli uomini, in meno di un secolo, non pratichi più la religione, e non basta a spiegare l'indifferenza quasi totale dei giovani nei confronti della vita religiosa". Lealmente e dolorosamente Henri constata che malgrado i nostri collegi e i nostri catechismi, le scuole libere e pubbliche dove si fa preghiera e insegnamento religioso, terminati i corsi, di tutto ciò non resta più niente.
Per la classe operaia: fa notare il silenzio dei cattolici fra il 1848 e il 1891 di fronte allo sfruttamento del proletariato: e dopo il 1891 "che prudente silenzio, che passiva opposizione alle Encicliche!". Come potrà il proletariato essere tentato di seguire una soluzione cristiana dell'equilibrio mondiale al posto di quella cosidetta comunista?
Il clericalismo: sclerosi delle istituzioni, ritualismo sacramentale, isolamento del clero rende incomprensibile la Religione, si oppone al Vangelo.
"Penso a quel parroco parigino, giovane, poverissimo, amato dai suoi parrocchiani, per la maggior parte operai e piccoli commercianti, che tre mesi fa mi diceva - da sei anni ho fatto tutto ciò che ho potuto per la mia parrocchia: vivo poveramente, il mio presbiterio è aperto a tutti, conosco la mia gente. I praticanti però diminuiscono sempre... Perché? - Perché il significato della vita cristiana si è svuotato per i nostri contemporanei, perché il Vangelo non è più una buona novella, perché i sacramenti non significano niente, perché siamo tagliati dalla vita".
Un uomo come Henri non poteva stare tagliato dalla vita, andò a vedere. Per ritrovare l'umano varcò il fossato desideroso di colmarlo lentamente e di mescolare il lievito alla pasta in modo che possa fermentare ancora. Non era prete per arrivare a pensare che in fondo tutto va bene, installarsi, sistemarsi, amministrare, per poi considerarsi oberato dal lavoro.
Nel 13° quartiere, l'attività di Henri sarà intensa non febbrile: non era il tipo. La sua calma imperturbabile, la sua capacità di ascoltare, il suo stile nell'organizzazione e nell'azione, sempre agile e preciso, ispirano totale fiducia in lui. Molti amici e innumerevoli compagni, agganciati durante il lavoro e nel quartiere, conquistati dal suo sguardo, dalla sua cordialità, vivranno in un'atmosfera di amicizia della quale non potranno più fare a meno né loro né lui.
Le sue domeniche sono dedicate ai giovani e alle ragazze degli alberghi della Gioventù. Durante gli scioperi Isèrc Arc, i membri e i dirigenti di questo movimento giovanile, così aperto e intelligente, gli daranno la più valida prova di fedeltà.
Lavora in fabbrica dove trova in tutti fiducia e amicizia, tiene contatti con il clero parrocchiale, continua la sua opera d'inserimento nel quartiere, partecipa agli incontri internazionali operai in Germania.
Prende coscienza che il messaggio cristiano, così come viene trasmesso dai cristiani di oggi, è perfettamente estraneo a questo mondo operaio dove al massimo viene considerato con curiosità superficiale o come un oggetto storico, mai comunque come una risposta all'insoddisfazione umana che turba la nostra e altre generazioni. Non si accusa il Vangelo, di cui si ha invece la nostalgia, ma si diffida, totalmente, della Chiesa. "Conosco i motivi esteriori con i quali si spiega questa indifferenza, ma è sui motivi interiori che ci è più facile agire; troppo pochi sono i sacerdoti e i cristiani autentici al giorno d'oggi e quei pochi non abbastanza santi perché l'esempio della loro fede e della loro speranza, della loro povertà e del loro amore sia sufficiente".
Nelle sue lettere agli amici chiede insistentemente la preghiera per sé e per i preti operai affinché restino fedeli alla propria vocazione di continuare l'Incarnazione, di Cristo e di diffondere, mediante la loro vita, il suo Amore e la sua Gioia.
E' cosciente delle difficoltà "non sappiamo dove andiamo. Siamo usciti dal mondo della sicurezza per quello dell'insicurezza e ci attende una lunga ricerca". Deve eliminare dalla sua persona l'impressione di confessionalismo e di proselitismo.
La nuova vita, allargando gli orizzonti, rafforza la volontà d'inserirsi silenziosamente nell'esistenza operaia, l'accettazione costante di ogni costrizione e la trasmissione costante di un esempio attraverso contatti liberi e numerosi con gruppi organizzati o movimenti. Così D. Perrin accoglie, consiglia, guida molti giovani uomini e donne, studenti e studentesse, apprendisti, operai, seminaristi - tutti arrivati alla vita operaia dall'esterno. Al suo contatto molti troveranno una vocazione missionaria definitiva.
Rispetta sovranamente le coscienze dei non credenti, esclude qualsiasi "intrigo" che voglia portarli a ciò che essi considerano la "bottega" cattolica: tutti però hanno capito che questo prete è pronto a caricarsi, nelle sue possibilità, della sofferenza, dell'angoscia, del peccato del mondo.
Negli incontri torna con insistenza sulla necessità di una autentica vita interiore. "Se vogliamo che la nostra azione non sia un insieme di attività prive di significato cristiano, di filo conduttore, dev'essere manifestazione e incarnazione di ben altro, l'aspetto tangibile di una realtà interiore spirituale".
D. Perrin nei due anni di vita operaia cercò di essere fedele all'Amore sopra ogni cosa, all'Amore che lo sollecitava, continuamente e sotto tante forme: un amore spesso pesante da portare, carico com'è della sofferenza altrui, del peccato suo e altrui. Alle volte non ce la faceva più con tanta sofferenza e tanta disperazione da dividere; a quel punto raggiungeva tutti, gli amici in particolare, nella Messa, li ritrovava e si appoggiava a loro che per lui erano la Chiesa e Cristo. L'intero universo è sacro poiché raggiunge la sua unità in Cristo e tutt'intero si bagna nella grazia dello Spirito. Non regno del male, questo mondo, non ancora divinizzato, ma lentamente in marcia verso Dio mediante l'Incarnazione, verso la Gerusalemme eterna.
Per mantenere e sviluppare quanto aveva messo in moto e creato nel 13°, il P. Perrin decide all'inizio del settembre 1951, dopo mesi di riflessione e di esami di coscienza, di chiedere il permesso per uscire dalla Compagnia di Gesù, per ridiventare il sacerdote Henri Perrin.
Lungi dal preoccuparlo, l'incertezza della quale si trova riguardo al suo avvenire, le molte e a volte tragiche difficoltà, e quelle non meno tragiche nelle quali si dibattevano altri intorno a lui, gli rinnovano un'immensa fiducia nel Signore, e una grande calma interiore riguardo al passato e all'avvenire.
Non accettato a Lione e a Parigi, Henri incontra Mons. Lamy, Arcivescovo di Sens, che lo accoglie nella sua Diocesi. La squadra delle Dighe aveva proprio allora informato Henri dell'interesse che avrebbe avuto un prete operaio a raggiungere alcune centinaia di operai che lavoravano alla cascata d'Iseré-Arc, in Savoia.
In pochi giorni è pronto, saluta Parigi senza sterili rimpianti e parte. Egli approda a una riva nuova.
Alle dighe conduce una vita semplice e piena nel cantiere e nella Chiesa; vita di comunità nell'amicizia, di umiltà, di fede.
Laggiù si sente perfettamente al suo posto, povero abbastanza per rappresentare la Chiesa di Cristo fra quelle centinaia di lavoratori. Sa che questa vita non potrebbe continuarla se non aggrappato alla fede profondamente. Diviene il responsabile operaio del cantiere e tutti hanno piena fiducia in lui. Ha fatto due scioperi notevoli. Ma questi due scioperi l'hanno fatto operaio. Questi due anni hanno avuto un peso particolare per la sua vita operaia movimentata: la sua esperienza ha avuto qualcosa di unico, di totalmente inedito per un sacerdote.
Mentre sta vivendo in pieno la condizione e la comunione operaia (anno 1953), i Vescovi chiedono ai preti operai di rinunciare agli impegni temporali e di lasciare discretamente i sindacati. Fino all'ultimo la squadra delle dighe (12 sacerdoti) tenta umilmente, coraggiosamente, di lasciare aperto, per il mondo errante delle dighe e dei lavori pubblici, il problema dell'incontro Chiesa - Mondo operaio che il card. Suhard aveva così intrepidamente affrontato per Parigi.
Arriva la notte di tutti coloro per cui sperare è difficile e faticoso. Così scrive alla sua cugina il nostro Henri: "Con l'aiuto di Dio, credo sempre in Dio, in Cristo e nella Chiesa, ma vi sono cose che non si possono più riaggiustare" - e promette solo una cosa, "di non rivoltarmi contro la Chiesa".
Quasi solo, prova disperatamente a sfuggire al dilemma, la Chiesa o il mondo operaio?
Chiede al suo Vescovo un congedo di sei mesi.
Il 25 ottobre 1954 "lo sconosciuto del buon Dio" trova morte immediata in un incidente della strada: stava terminando un tirocinio da elettricista.
Una morte sconosciuta dopo otto mesi di strade sconosciute. Nella sua breve vita aveva sempre, di persona, rischiato per amore della Chiesa e dei Poveri, sperando contro ogni speranza.
"Con noi o senza di noi, o malgrado noi, Dio colmerà il fossato; ci sia dato di non mettere troppi bastoni fra le ruote" - il suo ultimo...grido!


don Rolando


(da "Vita di un prete operaio", Ed. Einaudi, Torino
"Diario di un prete operaio in Germania", Ed. S.E.I., Torino)


Vita del mondo

Chi è entrato nel mistero del Regno di Dio scopre prima o poi una realtà che ci fa capire sino a che punto Dio ci ama, tanto da non volere scindere l'amore per Lui e di Lui dalle Sue creature; realtà faticosa e penosa, ma germe di vita per gli uomini: l'incarnazione. Chi ama Dio deve caricarsi del peso degli altri fino a sentirsene pesare il cuore, e ancora di più perché deve desiderare di accogliere nel proprio corpo e nella propria anima come esperienza personale, parte di noi, la gioia, la speranza, l'incapacità, l'impossibilità, la sofferenza degli uomini. Vi è incarnazione quando siamo noi stessi stanchi, affaticati, travagliati, impotenti, ma questa realtà la offriamo a Dio e la viviamo per Lui facendola Sua.
Allora sarà compiuto quel mistero che appartiene a ogni cristiano, scelto fra i tanti uomini per arrivare a Lui: saremo rappresentanti dell'intero universo. Tutto questo è vero e vitale in modi particolari, assoluti, esistenziali per noi donne che dobbiamo riconoscere negli uomini tutti la carne della nostra carne e le ossa delle nostre ossa - ripetendo quel grido di meraviglia e di amore col quale Adamo riconobbe Eva e che da allora appartiene a tutti coloro che amano, madre, sposo, sposa, figlio, amante. E' il grido dell'amore che sa, che capisce, che scopre.
Ma ancora di più è nostro e ci appartiene quello che disse Dio un giorno, all'inizio dei tempi, in una frase quasi programmatica che è stata vista per tanto tempo quasi una condanna, ma che io ricevo dalle Sue mani e dal Suo cuore con fiducia, non potendo pensare che il nostro Padre ci gravi di fardelli troppo pesanti o contro la nostra natura. La frase Dio ce la disse quando ci allontanò dal Paradiso terrestre - quella meravigliosa comunione con lui che sapeva di miracolo - e ci inviò in modo definitivo nel mondo per divenirne parte, un tutt'uno, per possedere l'universo lavorandolo - quasi divenisse così parte di noi - per mescolarci ad esso ancora una volta nella morte ridiventando materia che si trasforma - per legare il suo al nostro destino e farlo partecipe dei nostri gemiti di figli che cercano il Padre, così che anche l'universo, la materia, l'armonia delle cose, divenisse preghiera vivente verso Dio.
All'uomo affidò l'universo, alla donna l'intera umanità. Sarebbe stata la madre dei viventi, ma più precisamente ancora Dio le disse, "partorirai nel dolore, ma sarai attratta verso l'uomo".
Attratta verso l'uomo, l'umanità intera, dimensione che noi donne non abbiamo ancora vissuto in pieno, fermate forse dall'egoismo maschile che ci cercava e ci cerca prepotentemente per un'attrazione spesso unicamente fisica. Tanto che può stupire che Dio abbia detto soltanto alla donna, "sarai attratta verso l'uomo".
Eppure è così, questo bisogno incessante che ci spinge verso l'umanità o un uomo per amarlo, per farlo, parte di noi e accoglierlo in noi, fa parte della nostra vocazione. L'incarnazione per noi è semplice, elementare, naturale, come lo è la maternità fisica: quando nel nostro destino portiamo un altro destino per partorirlo agli altri e a Dio, e il legame con l'uomo-umanità è così stretto e vitale da divenire in noi vita.
Sì, vi è un dialogo di amore fra noi e il mondo che dobbiamo ascoltare nel segreto del nostro cuore, contemplare in silenzio e lasciare che cresca a forza di amore, senza mai distrarci. Vi è qualcosa che ci chiama oltre il prepotente bisogno che ci attira verso l'uomo e i figli come motivo di vita - è la voce del mondo intero che aspetta qualcuno che lo ami e colmi i suoi vuoti, e rinnovi la vita, e sia certezza, forza e riposo.
Bisogna ascoltare questa voce ed abbandonarci ad essa senza timori perchè volontà di Dio dall'inizio dei tempi, e realtà insegnata dal Verbo che è venuto ad abitare fra noi: amore fatto di incarnazione .
Allora percorreremo le strade del mondo, dentro la vita di ciascuno, nascoste o svelate, in silenzio o nell'azione, partecipando al travaglio dell'uomo nostro figlio e sposo lottando ogni giorno con lui per arrivare a Dio, spianandogli la strada colmandogli le valli, indicandogli la via del rispetto e della fiducia, difendendo non uno ma tutti i nostri figli, così che l'uomo non odi più, non escluda l'altro uomo, per essere più "madre dei viventi" e avere così diritto a chiamare Dio a venire tra noi e pregarLo di avere pietà di questo povero mondo.


Maria Grazia

Celibato o no

Pensiamo, per via di alcuni motivi personali e di comunità, che anche noi dobbiamo cominciare a dire qualcosa circa il gran problema, così agitato ai nostri giorni, del celibato del Sacerdozio Cattolico.
Non è per fare studi approfonditi o per entrare in polemica contro gli uni e contro gli altri, con queste pagine e con quelle che seguiranno e che raccoglieremo con totale sincerità unicamente nella scelta sacerdotale in cui abbiamo giocato e giochiamo tutta la nostra vita, intendiamo semplicemente offrire il nostro pensiero e l'esperienza che andiamo vivendo e che pensiamo di approfondire sempre più per una pienezza di valori umani nella fedeltà ad un sacerdozio che crediamo profondamente terra d'incontro fra Dio e gli uomini da dopo Gesù Cristo con misure di appartenenza letteralmente assolute.
Non ci stiamo preoccupando, evidentemente, di difendere la santità della virtù cosiddetta angelica, né di continuare ad affermare un privilegio che segni una distinzione di più e quindi una lontananza - fin quasi alle misure di una disincarnazione - dalla comune vita degli esseri umani, per chi Dio ha chiamato al Sacerdozio.
Ma non giudichiamo però lo stato di verginità una croce che la Chiesa ci butta addosso col Sacramento dell'Ordine. E tanto meno pensiamo che verginità significhi diventare di legno, inaridirsi del sentimento, paura ed orrore della donna, vivere immersi fin sopra gli occhi nell'acqua santa, annusar peccati al soffio di ogni venticello, sesso uguale a perdizione sicuramente ipotecata, chiudersi nell'urna sotto vetro e candele uguale a santità.
Perché verginità non è Medio evo che continua nei nostri tempi. Un credere ancora agli angeli aureolati di luce e alati di sogno o alle streghe scatenate dal diavolo per la dannazione degli uomini.
Confessiamo anche sinceramente però che nemmeno ci convince a favore della verginità, in maniera determinante, il pensiero della Chiesa e meno ancora che il celibato per il sacerdozio cattolico sia una legge ecclesiastica. Le diverse encicliche che ogni tanto i papi emanano per riaccendere il fervore celibatario dei sacerdoti, non è che ci abbiano entusiasmato mai gran che, e non possiamo non riconoscere che insieme all'educazione e formazione alla vita sacerdotale, così assurda, ricevuta in seminario coi libri di meditazione e di avviamento alla vita spirituale, ascetica e mistica, possono, al massimo, essere riuscite a realizzare una passività e rassegnazione al problema, ma non sono sufficienti ad aiutare ad una scelta chiara, totalmente positiva, estremamente vissuta, non molto, cioè, al di là di un consenso, di una adesione, sia pure consapevole, ad una legge. E' terribile, ma è vero: in fondo bastava soltanto accettare la legge. E' di qui che anche noi contestiamo che la verginità del Sacerdozio possa e debba essere una legge ecclesiastica.
Noi, grazie a Dio, vi troviamo - e sempre più ce ne cresce la sicurezza nell'anima, anche se ignoranti come siamo non possiamo fare dimostrazioni culturali di raffinata sapienza teologica, esegetica, storica e via dicendo e non ce ne importa niente - noi vi troviamo, nella verginità sacerdotale, una motivazione che si rifà a Dio, che risale e si chiarisce in Gesù Cristo e nella continuità del Mistero Cristiano nel mondo.
Per me non è una legge, è un fatto teologico di rapporto fra me e Dio, è una, condizione che realizza una accoglienza unica e totale di Dio nella mia vita, una appartenenza esclusiva a Gesù Cristo, cioè a seguito di Lui, a Dio e all'umanità., fino alle misure della ragion d'essere della mia vita.
Cioè, insieme ad altre componenti, la verginità è realizzare una vita spiegabile soltanto con Dio, unicamente con Gesù Cristo.
Il Sacerdozio deve essere questa realtà di vita, se sacerdozio vi dev'essere nel fatto religioso, diversamente si tratterà di un presidente di assemblee di preghiera e di lettura biblica, di un insegnante di materie religiose, o di un impiegato di amministrazioni ecclesiastiche o di un sagrestano che accende e spenge le candele e altre cose certamente tutte buone, ma, senza dubbio, un'altra cosa di quello che è - o dovrebbe essere - il sacerdozio cattolico.
E' impressionante che in questi nostri tempi il problema della verginità non sia sentito e affrontato e vissuto come un progredire del Regno di Dio, un andare avanti dello sviluppo e del chiarimento incessante della Rivelazione, un purificarsi sempre più del fatto religioso e specialmente del Mistero Cristiano nell'andare avanti dei tempi: progresso quindi logico e giusto sulla linea dell'incontro sempre più chiaro e profondo degli uomini e Dio, che pure deve avvenire, se è vero che anche nel Mistero religioso si progredisce come in tutto si progredisce, pena l'essere dei morti.
E invece la verginità sacerdotale viene ancora giudicata una legge e quindi da abolire, un medio evo e quindi - che vergogna aver aspettato tanto - da concludere una buona volta, una schiavitù logicamente da spezzare, un complesso di tabù di cui finalmente liberarsi.
No, non siamo d'accordo. Per noi questo non è progresso religioso, cristiano, non è Regno di Dio che viene sempre più. Per noi progresso è Dio che è sempre di più Dio e quindi crescita di valore umano. E' Gesù Cristo sempre più capace di centuplo in questa vita, se è vero che sarà vita eterna, nell'altra.
Con questo nostro convincimento non vogliamo però mancare di rispetto alla Chiesa orientale, cattolica o ortodossa, che da sempre vive il suo sacerdozio nel matrimonio. E nemmeno vogliamo mancare di comprensione affettuosa per il ministero
pastorale che i nostri fratelli protestanti svolgono insieme alle loro famiglie, e per alcune delle quali abbiamo particolare affetto, ammirazione profonda amicizia.
E nemmeno minimamente intendiamo condannare i sacerdoti cattolici che la pensano diversamente da noi. E chi è ritornato sulle sue scelte iniziali e ha deciso diversamente della propria vita riprendendo personalmente - in contrasto quindi con la Chiesa nella sua disciplina secolare - l'iniziativa del come vivere la propria vita, rispettiamo e amiamo fraternamente senza ombra di risentimento,anche se - e ce lo permettano senza offendersene - con un'ombra di tristezza.
Non possiamo però non chiedere che sia affrontato con serietà e responsabilità di Regno di Dio il problema del celibato ecclesiastico. E' problema di valori umani, ma è insieme e specialmente problema di Fede e di misura di una scelta e di una presenza cristiana nella vita umana.
Umilmente ma fermamente, pensiamo che sia doveroso un rispetto per tutta una storia di fedeltà - sofferta fino alle misure estreme, come del resto deve essere quando si tratta di fedeltà - ad un impegno di vita spiegabile soltanto con Dio a seguito di Gesù Cristo, anche se tutto è stato fin qui, attraverso la limitatezza della iniziativa della Chiesa, realizzata per mezzo di una legge ecclesiastica.
Non accettiamo assolutamente che tutta una fedeltà a Dio attraverso la Chiesa sia scambiata per un tabù, sia considerata sopravvivenza di Medio evo, oscurantismo pesante e avvilente. E respingiamo che l'abolizione di quella fedeltà sia liberazione da passare per progresso di valori umani fino a poter essere giudicata crescita del Regno di Dio.
Non sappiamo bene questo nostro impegno individuale e di comunità di scrivere su questo problema, a cosa possa concludere. Vorremmo tanto che fosse per un parlarci fraterno e sereno, fra noi sacerdoti, di ciò che noi personalmente e direttamente riguarda.
In ogni caso se non altro potrà essere utile a vincere la nausea che ormai ci prende ogni volta che si apre un quotidiano o, peggio ancora, un qualsiasi settimanale a rotocalco, per via di quelle immancabili pagine, sempre tanto tristi e squallide, di fidanzamenti e matrimoni di preti e roba del genere, a grande vantaggio soltanto dei giornali ecclesiastici e dei giornalisti a sensazione.


don Sirio

Sacerdoti di Gesù

Ho visto su un settimanale di questi giorni un grosso titolo, seguito anche da un servizio fotografico: "Una moglie per il prete". Ho pensato a tutto questo problema che ora si trova sulla piazza, raccolto dai giornali quasi sempre per motivi scandalisti e commerciali. Ho pensato soprattutto a tutti i sacerdoti che si trovano "dentro" questo problema e che lo sentono come un'angoscia o una tragedia. Oppure lo vedono come una "soluzione" al loro disagio interiore, all'amarezza e al vuoto di una vita giudicata ormai inutile. Ho ripassato nella memoria gli insegnamenti della teologia classica e di quella appena appena sfornata dai teologi del momento. Ma nessuno mi ha soddisfatto; nessuno mi ha dato una risposta che mi sembrasse autentica. Mi è venuto il sospetto, il presentimento che il "problema" stia da un'altra parte. Non si tratta di decidere se sia bene o no che i preti si sposino; se i sacerdoti siano o no liberi di una scelta di fronte al celibato; se la disciplina ecclesiastica vada riformata e aggiornata. Mi sembra che questo sarebbe un mettere "un pezzo di stoffa nuova su un vestito vecchio", o "il vino nuovo in otri vecchi".
Forse, in tutto questo non veder più chiaro il senso della propria verginità, , la ragione della rinuncia al matrimonio da parte di molti preti, c'è un appello segreto dello Spirito Santo alla Chiesa. Forse Dio ci chiama a scoprire qualcosa di più alto, di più intimo e anche di più drammatico.
Ho sentito tanto il bisogno di guardare l'unico Sacerdote dell'umanità, Gesù Cristo, Lui che è la Radice di tutto il sacerdozio cristiano, il "mistero" ultimo racchiuso nel destino di ogni prete. Lui che porta in sé tutta la Pienezza di Dio e tutta la realtà dell'esistenza umana. In Lui, nella profondità del Suo Amore, nel segreto del Suo destino sacerdotale, ho trovato piena e perfetta risposta al problema che così tanto tormenta tanti preti del nostro tempo, turba le coscienze dei cristiani e mette scompiglio nel cuore della Chiesa.
Se guardo Gesù Cristo, mi accorgo di non credere più al sacerdozio, mio e di tutti i preti del mondo, come ad un "ministero", ad un "servizio" o ad una "funzione", la quale può essere esercitata in qualunque condizione di vita, nel matrimoni o nella verginità, nella ricchezza o nella povertà, nell'umiltà o nel privilegio. Credo invece con tutta l'anima che Gesù Cristo, "sommo ed eterno Sacerdote" ha portato nel mondo, nella storia, un nuovo tipo di sacerdozio, sostanzialmente diverso da qualunque altra espressione sacerdotale. Sento con assoluta certezza - ed anche con profonda gioia - (e vorrei poterla offrire ad ogni prete che di questo soffre) che il Sacerdozio di Gesù, e quindi anche il mio sacerdozio nato dal Suo, esige una consacrazione dell'essere, un perdersi totalmente nel Mistero di Dio e dell'uomo. Per cui Verginità, Povertà, Amore, Dono di sé, Spirito di Pace, Fame e Sete di Giustizia, Croce, non sono che aspetti di un destino che è vita vissuta, esistenza concreta, carne e sangue bruciati dal Fuoco di Dio, anima e cuore sopraffatti da esigenze impossibili. Il celebrare l'Eucarestia, il Perdono dei peccati, l'Annunzio della Parola di Dio, non sono un "ministero" che si possa esercitare come una professione qualsiasi: sono invece il fiorire all'esterno, sulla superficie della storia umana, di un "mistero" che il Padre ha nascosto nel cuore del Figlio Suo fatto uomo e che dal Suo Cuore continua a fluire nei cuori di tutti coloro che sono stati presi nei lacci di un Amore implacabile, troppo vasto per trovare subito capacità d'accoglienza; troppo impossibile, per essere accettato in base alla logica.
Non è ormai più possibile appartenere a qualcuno, possedere qualcuno, avere qualcuno per sé; non posso più avere una donna per me, perché di mio non ho più niente. Sono stato spogliato del mio avere; mi è rimasto soltanto l'essere, ma non il mio. Qualcuno ora vive al posto di me. Qualcuno si è impadronito della mia vita, del mio cuore, del mio destino.
Sono talmente povero, che non posso, non vivere la verginità, perché essa non è altro che la massima espressione della povertà cristiana. E il Sacerdozio di Gesù realizza questa povertà, ne fa la radice più intima della vita di ogni prete. Della mia vita, come della tua, fratello carissimo nel sacerdozio, che pensi di trovare in una donna quello che solo il cuore di Dio può darti. Ogni donna davanti a me, davanti al mio sacerdozio non può essere altro che l'immagine dell'umanità che aspetta il Suo Sposo, l'immagine dell'ansia materna di Dio per ciascuna delle Sue creature, l'immagine della tenerezza e dell'amore che deve ricolmare ogni angolo della terra. Ma essa non può essere per me motivo di tutta un'esistenza, ragione di una scelta particolare e individuale. Ormai io appartengo a un Altro: e questo proprio in forza del Sacerdozio di Gesù Cristo, in forza di questo Amore inspiegabile che è penetrato a viva forza nel tessuto della mia povera vita e l'ha sopraffatta.
Forse, quando nella Chiesa fu decisa la "disciplina del celibato" per chiunque venisse consacrato sacerdote, ciò non fu deciso proprio per i motivi di Gesù Cristo. Questo "vuoto d'anima" è stato forse la causa di tutte le false impostazioni di vita sacerdotale in tutto il corso della storia della Chiesa e lo è tuttora. Questo "vuoto", forse, si trova anche nell'attuale insegnamento teologico, non sempre nato da un approfondimento autentico delle esigenze del Regno di Dio, così come ce lo ha presentato Gesù. Lui solo può essere la chiave del mistero di ogni prete, perché siamo i "suoi" sacerdoti. Come Lui siamo stati "consacrati"dallo Spirito di Dio per annunciare ai poveri il Vangelo, per portare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per mettere in libertà gli oppressi, e promulgare un anno di grazia del Signore" (Luca,4, 18-19). E questa "consacrazione" è qualcosa che prende irrimediabilmente la nostra vita, l'assorbe, la rende simile al pane e al vino dell'Eucarestia: ormai sono per sempre il Corpo di Cristo e il Suo Sangue prezioso.
Il Sacerdozio di Gesù - quello vero, quello che ancora forse non ha illuminato a giorno il volto della Chiesa è una strada senza ritorno, un Amore senza confini, un fiume che si perde nell'Oceano. E' una fame e una sete di Valori infiniti che Dio accende nel cuore di qualcuno dei suoi figli, che nessun pane della terra può saziare e nessuna fontana estinguere. Anche se questo pane e quest'acqua avessero la bellezza e la dolcezza di un cuore di donna. Perché l'unico cuore per cui Dio ha fatto i Suoi preti - come il cuore di Gesù Cristo - è il Suo.


don Beppe Socci

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