LOTTA COME AMORE: LcA settembre 2015

La lezione della vita

Ho raccolto e letto diversi libri in questi primi sei mesi del 2015. Tratterò nelle pagine seguenti due in particolare di queste letture che mi hanno accompagnato dalla primavera a questa esplosione di
caldo estivo che consiglia, quando possibile, un ritmo di vita che aiuta alla lettura e alla riflessione.
Sono due biografie di amici che mi è stato dato di incontrare in contesti e modi diversi. La prima è proprio una biografia commissionata dalle Paoline a Roberto Fiorini, responsabile fin dall'inizio della rivista PRETIOPERAI, intorno alla quale ruotano gli incontri, le riflessioni, le proposte di un sempre più sparuto gruppo di preti operai ormai quasi tutti in età di pensione. Uomini anziani, ma giovani nello spirito, ancora capaci di gioia e di entusiasmo, sempre con i piedi per terra, nell'oggi.
La seconda è una biografia in forma di romanzo scritto da Franco Brogi, diacono della chiesa fiorentina, dedicato per anni alla accoglienza e accompagnamento dei primi "migranti" dopo la
caduta del muro di Berlino, ragazzi e più spesso ragazze provenienti a ondate dall'Albania che ne hanno segnato la vita.
La costante di queste storie mi par sia il continuo affacciarsi sulle memorie che perdono però la loro caratteristica di "ricordi" e si intrecciano con la realtà presente in una prospettiva aperta al futuro. Si tratta quindi di storie "giovani", non nel senso temporale certo, quanto perché connotate di idealità, emozioni, attese che solo un cuore giovane può esprimere.
Questa è stata, fino alla sua morte nel mese di luglio, la caratteristica costante di fratel Arturo (don Arturo Paoli). Ritornerò sulla figura di Arturo nel secondo numero di Lotta come Amore, ma intanto
desidero pubblicare anche qui quello che ho scritto a caldo per il nostro settimanale diocesano e che immerge nei ricordi il sempre verde battesimo della vita.

Le parole scolpite di fratel Arturo

Ho incontrato Arturo verso la fine degli anni '60 del secolo scorso, quando ero giovane prete e studiavo teologia a Roma. Durante le vacanze chiedevo ospitalità a don Sirio Politi, don Rolando Menesini e la comunità di uomini e donne che si stava formando nella campagna tra Viareggio e Torre del Lago. Ancora non sapevo che avrei iniziato con loro, nella fedeltà di una amicizia senza tramonto, il mio ormai lungo cammino di fede e di vita, e vivevo gli avvenimenti della povera casa colonica in cui abitavamo con gli occhi sorpresi e curiosi di un "bambino".
La prima volta che lo vidi mi colpirono gli occhi vivacissimi, la pelle cotta dal sole eppure di seta, il linguaggio misurato e le parole scolpite. Si rivolgeva molto a Sirio, anche se con lo sguardo parlava a tutti. Seppi più tardi che c'era amicizia tra i due, o più esattamente una reciproca stima e rispetto nella libertà di ciascuno di seguire il proprio sogno nella grande e infinita storia dell'Amore. Quando Arturo dovette interrompere di colpo la sua permanenza a Roma nell'Azione Cattolica Italiana per le note divergenze sul ruolo politico dei cattolici con le posizioni avallate dal Vaticano, chiese a Sirio (allora ancora parroco a Bargecchia) di ospitarlo per un paio di mesi in canonica. Poi Arturo fu imbarcato (per allontanarlo il più possibile) come cappellano su una nave in rotta per l'Argentina. Le cronache in occasione della morte riportano questo fatto, ma non ho trovato da nessuna parte quella che, a mio parere, è stata la misura punitiva gratuita e cattiva: il divieto per lui di scendere dalla nave nei porti in cui fece scalo. Su quella nave Arturo incontrò la famiglia dei Piccoli Fratelli di Gesù e poco dopo anche Sirio chiese al vescovo Torrini il permesso di fare lo stesso percorso. La risposta di Torrini fu netta nel rifiuto: "Ho già perso un prete (Arturo), non ne voglio perdere un altro (Sirio)".
Gli incontri con Arturo si ripeterono con cadenze regolari. Ogni volta che tornava in Italia si fermava alla Chiesetta del Porto per un incontro sempre ricco di squarci di luce, di speranza, di lotta. Nella pace e nella serenità del cuore anche nei momenti storici di grossa amarezza. Quello che ci univa non era tanto il contesto sociologico del mondo del lavoro e quello dei poveri, quanto la consapevolezza di essere portatori di un messaggio che sparigliava le carte di possibili soluzioni orientate da una sia pur desiderata giustizia sociale. Adoravamo la fermentazione divina di una umanità totalmente immersa nel mistero dell'Incarnazione. Sapevamo che, senza merito alcuno, eravamo stati scelti per essere portatori della notizia di questa incredibile avventura.
In questi ultimi anni, Arturo fu accolto a Lucca a S. Martino in Vignale. Una buona accoglienza da parte della Chiesa di Lucca nella non facile gestione di una presenza, quella di Arturo, tutt'altro che rassegnata.
La differenza di passo con la maggior parte del clero e della pastorale diocesana era palese. A volte sembrava non rendersene conto, ma era solo il rifiuto della rassegnazione e la volontà di seguire le indicazioni dell'Amico come lui chiamava Gesù. E poi l'Amore non pone mai condizioni.

Luigi Sonnenfeld

pubblicato in LUCCA7 del 26/07/2015

Una vita con i preti operai

Biografia di un figlio del concilio
I preti operai sono stati coloro a cui è toccato di interpretare l'Evangelo nella vita quotidiana degli operai e dei lavoratori, dentro la società capitalistica, in decenni che hanno visto una progressiva perdita di valore del lavoro.
La loro scelta si colloca come parabola evangelica di un ministero vissuto in un tempo segnato dalla fine della "cristianità" e con l'impulso decisivo alla figura di Chiesa fatta balenare da Giovanni XXIII: la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri.
La narrazione si snoda attraverso la biografia di un prete che ha lavorato per 30 anni come infermiere nel Servizio Sanitario Nazionale, pienamente inserito nell'organizzazione leggera dei preti operai italiani. Vengono alla luce le relazioni vive di cui la vita si è nutrita, la pressione dei momenti duri affrontati sul fronte del lavoro come delle relazioni ecclesiali, la ricerca anche teologica e spirituale, necessaria per sostenere un cammino di confine, la gratuità nell'esercizio del ministero. Nel racconto compaiono volti di amici preti che in tanti anni di lavoro hanno incorporato "l'odore delle pecore", diventato ormai una seconda pelle. Requisito che per papa Francesco debbono avere tutti i pastori.
(dal risvolto di copertina)

Chi è Roberto Fiorini
Roberto Fiorini, ordinato prete a Mantova nel 1963, è stato Assistente provinciale delle Acli dal 1966 al 1972. Fatta la scelta di entrare nel mondo del lavoro, fu assunto, nel 1973, come dipendente all'Ospedale Psichiatrico; successivamente ha svolto il lavoro di infermiere professionale nei servizi territoriale della ASL, in un distretto sanitario e infine come coordinatore infermieristico all'assistenza domiciliare. Dal 1983 al 19898 ha ricoperto l'incarico nella segreteria dei preti operai italiani e dal 1987 è responsabile della rivista Pretioperai. Ha frequentato i corsi di studi ecumenici a Verona e a Venezia con tesi di licenza su Bonhoeffer. Dal 1995, su richiesta dell'associazione, è consulente teologico del Segretariato Attività Ecumeniche di Mantova.
(dal risvolto di copertina)
Figure di preti operai
"Posso appena accennare alla ricchezza delle figure di preti operai che compaiono in tutto il libro, e che ne sono la testimonianza più commovente. D'altra parte si tratta di una testimonianza che non ha bisogno di interpretazioni, perché è il riflesso di una fede e di un amore che conquistano con forza il lettore" (dalla prefazione di Armido Rizzi - retro di copertina).

Preti operai: storie vissute nelle periferie

Parlare oggi dei preti operai può apparire come tracciare una strada tutta al passato. Una storia che ha avuto momenti "gloriosi", ma che ora è praticamente finita. Per più motivi; perché in Italia sono anni che non ci sono quasi più, con il clero destinato ormai a ridursi drasticamente di numero nel futuro prossimo e perché anche la figura dell'operaio appare sempre più relegata ai margini del mondo del lavoro.
Eppure questa storia, come forse tutte le storie vissute nelle periferie del mondo, nel suo morire lancia bagliori che ne illuminano il senso profondo e la restituiscono all'eterna storia della vita.
L'autobiografia di Roberto Fiorini recentemente uscita per le Edizioni Paoline e intitolata "Figlio del Concilio, una vita con i preti operai" riporta le tappe principali di una esperienza viva e vivacissima tra gli anni '70 e i '90 del secolo scorso. Lo fa soprattutto attraverso i "convegni" e i seminari nazionali dei preti operai italiani che rispondono a domande di senso che spaziano dalle problematiche innescate dalla appartenenza religiosa a quelle dettate dalla condizione economica e sociale del paese, in una progressiva - anche se non sempre lineare - "cucitura" di fede e di vita. Il tutto nella cornice organizzativa "leggera" di quello che si è chiamato il "movimento" dei preti operai italiani.
Ma chi sono i preti operai? O meglio, cosa è che contraddistingue un prete operaio da un prete e basta? Se si parte dal criterio del Vaticano che, attraverso il Sant'Uffizio nel 1959 ribadì quanto già indicato tre anni prima, e cioè la proibizione per i preti di esercitare lavoro dipendente per più di un giorno la settimana e di iscriversi e tanto meno militare in attività sindacali, si ha da intendere il prete operaio come un prete assunto con un contratto di lavoro (manuale) come dipendente e nel pieno godimento dei diritti anche sindacali previsti dalla contrattualità in vigore.
Faceva da apripista la situazione francese che vide, nell'immediato dopoguerra (anni '40 e '50 del secolo scorso) un consistente numero di sacerdoti entrare nelle fabbriche, nei cantieri, nei porti e nella movimentazione merci su strada sull'onda delle problematiche riassunte nel libro manifesto del cardinale di Parigi Suhard, "La Francia, paese di missione". Ancora una volta furono gli eventi di quegli anni ad aprire nuove strade allo spirito. I tedeschi invasero la Francia e, per ripopolare le loro fabbriche rimaste semideserte per le necessità di sempre nuove leve per l'esercito, deportarono interi villaggi di uomini giovani. Non pochi preti non rimasero a casa con le donne, i bambini e i vecchi, ma in clandestinità seguirono gli uomini facendo propria la loro condizione e il loro destino. Quei preti che riuscirono a tornare in Francia, dopo una simile esperienza, non vollero - per la maggior parte - rientrare nella condizione dello stato clericale (abitazione canonica accanto alla chiesa, mantenimento da parte delle comunità, condizione di lavoro "non servile"...). Cercarono lavoro e abitazione nei quartieri popolari, insieme ai loro compagni come in Germania durante la guerra. Come detto sopra, dapprima nel 1956 e definitivamente nel 1959 questa esperienza, quasi del tutto radicata in Francia e in Belgio, fu troncata dalla Chiesa. I preti che non obbedirono furono ridotti allo stato laicale.
In Italia l'editto del Sant'Uffizio incrociò il percorso di due preti - entrambi toscani, che però non sapevano l'uno dell'altro - don Bruno Borghi a Firenze e don Sirio Politi a Viareggio.
Il Concilio Vaticano II fu una ventata potente dello Spirito che aprì porte e finestre nella chiesa cattolica. Paolo VI restituì dignità e libertà al percorso dei preti operai ed è alla fine degli anni '60 del secolo scorso che anche in Italia questa esperienza di vita fece breccia tra i preti. Se ne contarono oltre 300 negli anni '70, ma resta difficile far conti esatti su una realtà dai contorni tutt'altro che ben definiti.
Roberto Fiorini, nella sua autobiografia ricorda diverse figure di preti operai. Tra questi, particolarmente commovente, l'ultimo incontro con don Giuseppe Giordano nell'hospice dove era ricoverato pochi giorni prima della morte, vicino Lucca. Giuseppe - Beppe, per gli amici - ha lavorato per diversi anni come artigiano fabbro e idraulico. Una malattia lo ha fermato sui 40 anni e restituito all'insegnamento e alla divulgazione nei restanti 30. Eppure agli amici preti operai ha sussurrato: "Sono felice - e lo era davvero e gli occhi risplendevano e sono rimasti ridenti per tutto il tempo -; voglio essere seppellito con una tuta da lavoro. Perché è nella storia dei preti operai che io mi riconosco" (op. cit. p. 26).
Il criterio principale dell'appartenenza ai preti operai è quindi soggettivo: riconoscersi dentro questa storia. Non c'è un albo, non l'obbligo di iscriversi ad una associazione, non una "patente" data da altri.
E se gli anni '60 e il nord del paese ci consegnano ancora la realtà delle fabbriche con molta mano d'opera, progressivamente il lavoro emigra dall'agricoltura ad industrie medio piccole, all'artigianato, ai servizi, al precariato..., già a seguito dell'incontro nazionale dei preti operai a Firenze nel 1986, Roberto Fiorini scriveva: "Non è nato un modello univoco di preti operai. Se mai c'è stata questa idea, la realtà dei fatti non ha durato fatica a smentirla. Assumendo come punto di osservazione la collocazione materiale, tra noi ci sono: disoccupati e garantiti, artigiani e contadini, metalmeccanici e lavoratori dei servizi, precari e prepensionati, operatori tecnologizzati e addetti alle pulizie... Siamo uno spaccato abbastanza fedele dei lavoratori italiani" (op. cit. p. 134).
E così prosegue, riconoscendo il valore positivo di tante differenze: "Forse dobbiamo assumere, per una lettura corretta e feconda della nostra storia comune, la categoria dell'alterità e della somiglianza. Siamo profondamente simili per la comune esperienza della "cameretta" (del seminario) nella quale per anni siamo stati educati; lo siamo per l'esodo in campo aperto... però tutto questo si esprime nella esistenziale alterità di distinti irriducibili e che appartengono, inoltre, a mondi vitali diversi. In concreto questo vuol dire che ciascuno di noi ha pieno titolo di appartenenza alla vicenda dei preti operai italiani, ma nessuno può avere la pretesa di indicare il modello ideale al quale tutti gli altri dovrebbero attenersi" (op. cit. p. 135).
La rivista "Pretioperai", nata proprio in quell'anno su proposta di don Sirio Politi e portata avanti da subito dalla nuova "segreteria" del movimento formata appunto da Roberto Fiorini e Gianni Alessandria rende conto negli anni di questa pluralità di "modelli di vita" in particolare attraverso la rubrica "Sguardi dalla stiva" (vedi archivio della rivista in www.pretioperai.it).
Ed è intorno a questi racconti di vita di preti operai che, all'esaurirsi del movimento strozzato, prima che dai profondi cambiamenti del mondo del lavoro e del reclutamento del clero, da una decisa virata dell'episcopato italiano che, dismesso il cardinale Ballestrero (a favore del nuovo presidente della CEI Ugo Poletti su nomina di Giovanni Paolo II), mostrò nei fatti che la nuova strategia della CEI non intendeva perdere tempo con chi non era allineato, i preti operai continuarono a incontrarsi e continuano tuttoggi. Prima a Viareggio in occasione del 10° anniversario della morte di don Sirio Politi e poi, dopo alcuni anni, a Bergamo nell'ospitale cornice della Casa "al Paradiso".
Anche quest'anno, dall'11 al 13 giugno, preti operai e loro amici hanno dato vita ad un incontro e un confronto vivace e appassionato. Ormai collocati in un arco temporale dai 70 agli 80 anni e oltre non hanno ceduto di una spanna nella speranza e nella fiducia di una vita che risponde al vangelo. Così come concludeva un suo scritto nel numero "zero" della rivista Pretioperai Roberto Fiorini che si cita nella sua autobiografia (op. cit, p. 135): "Noi pensiamo al convegno innanzitutto come all'incontro delle nostre vite e delle nostre persone; lo pensiamo come gioia del ritrovarsi e dello stare insieme nell'ascolto di ciascuno che schiude il suo mondo di valori e significati, di oscurità e di luci. Aldilà di quanto riusciremo a <produrre> come riflessione e progettazione del futuro, vi è la gratuità e la bellezza del rivedersi per comunicare con chi si condivide moltissimo nel tentativo di incarnare il Vangelo nella condizione materiale di chi lavora".
E l'anno prossimo saranno 30 anni che queste cose sono state scritte e vissute con tenace pazienza, crescente fragilità e in sorprendente continuità.

Luigi

Don Sirio Politi, don Beppe Socci: i fedeli

È stato un piacere giorni fa ricordare don Sirio e don Beppe a Lucca, nella bella libreria Luccalibri dell'amico Ciancarella. L'occasione era data dalla presentazione di "Figlio del Concilio", l'autobiografia di Roberto Fiorini uscita pochi mesi fa, interessante e vivace come tutti i racconti di vita. Il libro ci fa ripercorrere un pezzo di storia italiana intrecciata alla sua: dalla decisione di farsi prete a quella di entrare nel mondo del lavoro come infermiere, all'impegno sindacale, a quello ecumenico.
Alcune pagine sono dedicate a Viareggio, alla sua particolare atmosfera, alla convivialità che si respirava alla Chiesetta del Porto e al Capannone, laboratorio artigianale dove preti operai, giovani e handicappati lavoravano insieme.
Come spiegavo quel pomeriggio, guardando indietro c'è una considerazione che emerge chiara fra tutte: don Sirio e don Beppe, e in genere i preti operai, sono stati dei fedeli, tanto che ho scelto la fedeltà come chiave di lettura per ricordarli e insieme riscoprirli. Rovesciando il cannocchiale dell'indagine e percorrendo una storia a ritroso, appare forse più chiara la qualità del percorso, quell'adesione fedele a un'ispirazione iniziale che spesso coincide con la parte più autentica della propria personalità
I nostri due amici, per me cari fratelli, sono stati fedeli a un particolare tipo di visione: stare dalla parte degli anelli deboli della società.

Beppe di questa fedeltà è stato un campione: gli ultimi la sua affettuosa e partecipe compagnia. In lui esisteva un'antenna capace di captare quel particolare brusio indistinto e sommesso che sale dal basso, lo stesso suono che talvolta anche noi udiamo, ma che non ascoltiamo.
Lui lo sapeva fare, aveva cominciato ancora seminarista chiedendo di passare l'estate - lui fiorentino - a Viareggio per lavorare con don Sirio, scaricatore di porto a giornata. Gli si affiancò e da allora la voce di chi lavora nelle stive, divenne la sua stessa voce.
Più tardi la sua antenna entrò in sintonia con il richiamo dei bambini con i quali aveva una particolare, gioiosa affinità di cuore. Eravamo nella seconda metà degli anni '70, quando si seppe che in seguito a un grave fatto di cronaca quattro fratellini (dai 5 ai 12 anni) erano stati affidati a una struttura per l'infanzia a Viareggio, essendo stati arrestati la madre e il fratello maggiore. Beppe andò a trovarli e dopo pochi mesi annunciò a Don Sirio, Luigi e me una grande decisione. Lasciava la Chiesetta del Porto per andare a formare la sua famiglia, chiedendo di avere l'affido dei quattro bambini. Il Tribunale dei minori di Firenze gliela accordò e da allora cominciò il suo cammino di famiglia.
Molti sacerdoti nella storia della Chiesa si sono occupati dell'infanzia, formando anche ordini religiosi al servizio dei piccoli. La particolarità di Beppe è che lui ha fatto famiglia, era famiglia, sulla stessa linea percorsa dai preti operai che non erano accanto al mondo del lavoro, ma diventavano lavoratori. Varcando il diaframma fra il dentro e il fuori e collocandosi dentro, con tutte le dinamiche e le turbolenze comportate dalla nuova condizione.
La sua famiglia lo mette in contatto con molte altre di Viareggio e di diverse città in un movimento di condivisione concreto e sincero che usava il medesimo linguaggio fatto di gesti quotidiani, di gioia sorridente, di preoccupazioni simili. La sua voce diventa una fra le tante di chi cresce i figli, la sua antenna registra nuovi accordi.
Lungo la vita dei figli, l'universo delle voci ascoltate si amplia: incontra dapprima la dimensioni dell'handicap perché la sorellina più piccola è spastica a causa di una nascita difficile, più tardi quella della tossicodipendenza, triste mondo attraversato nell'adolescenza da uno dei fratelli.
Beppe morirà ancora giovane, a soli cinquantanove anni, d'infarto, senza preavviso, senza segnali: un cuore troppo dilatato, senza più spazio possibile? La fedeltà ai deboli di questo mondo lo ha accompagnato tutta la vita.

Usando nuovamente la chiave di fedeltà a una visione voglio parlarvi di Sirio, il fedele visionario.
In un suo scritto a proposito della pace, parlava dei "valori che stanno avanti, prima". Prima di cosa, mi domandai leggendolo la prima volta: parlava dell'infanzia?... no, si riferiva all'origine, al nucleo, quel timbro impresso in noi fin dal grembo materno, come un marchio di fabbrica: la presenza di Dio, il suo soffio.
Era questa la visione che costantemente lo ispirava.
Era l'uomo degli ossimori, usati frequentemente negli articoli, nei libri, nelle conferenze: un termine e il suo opposto, come lui, spirito e materia singolarmente intrecciati. Uno stile di linguaggio che gli fioriva con immediatezza perché lo rappresentava.
Come avrà retto due spinte opposte è un mistero che solo la scelta coraggiosa del suo cammino chiarisce. Nei lontani anni '50, lascia la tonaca per andare ad indossare la tuta (un altro prete, don Borghi, in quegli anni faceva un esperienza simile a Firenze, ma non si conoscevano, né si conobbero in seguito).
Trova il suo movimento, un modo di stare saldo sulle gambe, scegliendo nel giorno dopo giorno il punto di incontro fra l'uomo di istinto, di carne e si sangue, un artigiano che amava il suo lavoro, un tenace marciatore per la pace e l'uomo che aveva il suo centro fuori da questo mondo.
Il movimento fra queste contraddizioni trova il suo punto di congiunzione nella solidarietà: una costante di tutti coloro che sono stati dei fedeli; con essa si accentua la volontà di lotta, don Sirio era un uomo che si batteva per ciò in cui credeva.
L' esperienza operaia lo segnerà profondamente, spingendolo verso l'impegno profondo, il prendere parte, lo schierarsi. Il titolo di uno dei giornalini che in quegli anni crea e dirige è un altro ossimoro: "Lotta come amore".
I gravi problemi della realtà sociale e politica degli anni '70 e '80, lo spingono a impegnarsi per i temi della pace, dell'antimilitarismo e della difesa della natura. Era convinto che per trovare una soluzione alle contraddizioni che emergevano, occorreva tenere conto del contesto umano, il parametro "uomo" sempre più emerge a tutto tondo come la prima realtà.
Sognava tenacemente di potere condividere con tutti l'utopia che vedeva come un bambino che piange e sorride, ma cresce inarrestabile.. una forza nascosta nell'immaginario, nella fantasia, nei sogni impossibili, nell'inconscio del cuore che può cambiare, rovesciandole, la storia, le leggi e la cultura dominante ed arrogante.
Nel lungo cammino è stato guidato da quelle che lui chiama "istintività interiori", ne parla come di realtà che gli crescono dentro e gli si impongono più della fame e della sete: l'ennesimo ossimoro che lo definisce più di tante parole . Col passare degli anni, si lascia sempre più andare a un coinvolgimento con il mistero che lo occupa, conducendolo in una dimensione che per lui è quiete interiore, preziosità dilatata, trasparente visione. Finché, dopo una lunga malattia approda dopo tanto pellegrinare e vagabondare al luogo che misteriosamente "avverto come quello in cui sono nato, la mia terra, dove mi è dato e donato vivere pienamente: qui è il bisbigliare dell'erba, il campo dove seminare per il pane e l'aria freme chiara e trasparente".




Maria Grazia Galimberti

Il campo dei girasoli

Il libro
Franco Brogi
IL CAMPO DEI GIRASOLI
Fushe luledielles
Edizione COOPERATIVA FIRENZE 2000

L'autore
Franco Brogi, diacono della Chiesa fiorentina, collabora da molti anni con la Caritas. I nomi e le vicende di questo libro sono frutto di fantasia, ma le storie che racconta sono tratte dalla sua lunga esperienza di servizio nel campo dell'immigrazione e della cooperazione internazionale.

La trama
Valentina è una ragazza che ha trovato il coraggio di fuggire dalla schiavitù della prostituzione. Stefano è un uomo rimasto solo, che non sa bene cosa fare della propria vita.
Il loro è un amore difficile e tragico che li porterà a scoprire per la prima volta la bellezza del donare gratuitamente se stessi agli altri. Un viaggio nella memoria, tra Italia e Albania, che attraversa periferie dimenticate e ci porta a conoscere storie in cui si intrecciano dolore, violenza, speranza, generosità.
Un romanzo che pone mille domande sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, sulla giustizia e sulla carità, sui sentimenti opposti e contrastanti che abitano nel cuore dell'uomo.
(dalla quarta di copertina)

Educare dai margini

Da qualche tempo ho ripreso in mano i vecchi numeri di "Lotta coma Amore", che conservo come un tesoro a cui ricorrere quando la strada si fa incerta e si rende necessario "rivisitare" i luoghi e i tempi che ci hanno portati a vivere l'oggi.
Gli scritti di Sirio (che non ho conosciuto personalmente, di Beppe che, mentre impagliava le sedie, mi concedeva il suo tempo con un ascolto partecipato, e di Luigi, che prosegue fedelmente nel tempo il cammino della Chiesetta, sono un prezioso riferimento per il mio servizio diaconale.
In essi trovo quelle indicazioni che sgorgano dal loro impegno evangelico calato nell'esperienza quotidiana: sono pagine che non si collocano nei "massimi sistemi" e non propongono sentenze già scritte; piuttosto cercano nella condivisione e nella accoglienza delle opinioni altrui, indicazioni per leggere il Vangelo nelle vicende della storia.
In particolare, guardando al percorso esistenziale di Beppe, mi sono ritrovato in due caratteristiche che forse ci accomunano: una è quella di offrirsi agli eventi, leggendo ciò che accade nella ferialità quella chiamata concreta al servizio, evitando di impegnarsi in progetti preconfezionati che a volte peccano di protagonismo e autosufficienza. La seconda è la scelta della marginalità come luogo educativo. Educare dai margini (dalle "periferie esistenziali" secondo l'espressione di Papa Francesco), è la modalità con la quale l'essere umano ritrova la sua dignità, secondo questa felice espressione del prof. Lizzola (Università di Bergamo).
<Chi incontra lo sconosciuto "senza qualità" e ne ha cura in nome dell'umanità vinta e sfigurata, diventa portatore, dà prova di dignità. Noi ci onoriamo riconoscendo un uomo, una donna in chi è sofferente e sfigurato nel corpo e nella psiche, senza ridurlo alla sua condizione, alla sua deficienza. O riconoscendo un uomo, una donna nel criminale, in chi ha fallito, senza inchiodarlo alla sua colpa, al suo delitto.>
Anche il racconto che ho pubblicato cercando di riassumere le esperienze di venti anni di servizio agli immigrati nella Caritas Diocesana di Firenze, pone domande più che dare risposte. Le storie, anche se non del tutto riconoscibili dai protagonisti del loro svolgersi, sono tutte vere e danno ragione di una realtà che sempre più ci coinvolge e ci chiama alla responsabilità, come cristiani e come cittadini. Restare indifferenti è sempre più difficile non perché ormai per le strade, sui mezzi pubblici, negli ospedali e negli uffici è sempre più frequente ascoltare lingue che non sono la nostra. E temo che, non essendoci sufficientemente attrezzati per questa realtà (peraltro da tempo segnalataci dai sociologi), ci si possa sentire "infastiditi" da questa vicinanza; e da qui a diventare razzisti, aderendo alle suggestioni di chi "soffia sul fuoco", il passo è breve.
Il "Campo dei girasoli" vorrebbe essere il mio modesto contributo ad una informazione "controcorrente", sollecitando il senso di giustizia e quella "pietas" che alberga più o meno nascosta in ciascuno di noi. Almeno per riflettere, prima di giudicare e, se possibile, guardare l'altro non come un estraneo, ma come un fratello o una sorella partecipi della comune umanità.



Franco Brogi

Padre dalle viscere materne: un uomo

Passarono gli anni, la solitudine si trasformò in depressione; non volle curarsi ma si prese invece cura dei suoi vecchi genitori finché vissero, anche loro rattristati per questo figlio sfortunato e deluso.
Non si rendeva conto che isolarsi equivaleva ad arrendersi senza combattere, senza gli anticorpi necessari per difendersi dalla marea montante di stupidità, arroganza, volgarità di cui era da tempo malata la società italiana. Non si reagiva più, si era come rassegnati ad una escalation di ipocrisia secondo cui si faceva passare per bianco ciò che era nero in un diabolici sovvertimento di valore che non aveva uguali nella storia del nostro paese se non al tempo della dittatura fascista. Invano si alzavano qua e là voci ora sdegnate, ora satiriche che denunciavano una deriva inarrestabile.
L'unica via d'uscita sembrava essere una nuova "resistenza" per coloro che si opponevano a tutto ciò. Ancora ne esistevano e non si distinguevano più per l'appartenenza ad una ideologia e neppure per essere dentro o fuori la Chiesa; la distinzione era semplicemente tra "esseri pensanti" e "non pensanti".
In una atmosfera sociale del genere la solitudine in cui si era rifugiato Stefano lo aveva portato ad un pessimismo sempre più marcato sul futuro del Paese e sulla sua situazione personale, duramente compromessa dalle vicende che conosciamo. Si sentiva circondato da un mondo indifferente e persino ostile, nel quale si trovava fuori posto. In una parola era venuta meno quell'irriducibile speranza nei valori più nobili dell'uomo, che soli possono costruire il futuro dell'umanità, quella "spes" che non viene meno anche quando svaniscono le speranze umane.

Tutto il romanzo è autobiografico. Franco costruisce la storia cucendo insieme le vicende di cui è stato spettatore, o - più precisamente - ascoltatore e attore, coinvolto fin nel midollo della sua umanità e della sua fede. A maggiore ragione sono autobiografiche queste ultime righe: lo descrivono così come l'ho visto l'ultima volta che è passato dalla Chiesetta con la moglie nella loro vecchia Panda. Avrei voluto trattenerlo, leggere insieme con lui pagine del suo libro, soprattutto quelle che possono ancora aprire il libro delle memorie di persone care che hanno attraversato anche la mia vita senza più uscirne. Ma l'oggi pretende troppo e mi pesa terribilmente la stanchezza e soprattutto la difficoltà ad uscire dai solchi che le pre-occupazioni del presente scavano dentro e mi impediscono di alzare la testa (e soprattutto il cuore...) alle sorprese che la vita riserva. Avrei voluto abbracciare quell'uomo mite nella duplice accezione di non violento e di forte, invincibile fedeltà alla sua vocazione. Padre di tanta vita giovane, bella e insieme stravolta dalla crudeltà delle storie e dai violenti propositi dei mercanti di carne umana. Padre innamorato, padre disperato, padre dalle viscere materne: un uomo.
Luigi

Questo dunque era Stefano, giunto alla soglia dei settant'anni. Uno Stefano segnato da numerose prove, ma anche investito di una missione particolare che solo lui può svolgere. Perché ogni essere umano ha la sua strada da percorrere per il bene suo e degli altri. "Ogni morte di uomo mi diminuisce" afferma John Donne, ma è il pedaggio che si paga per continuare a vivere. "Tribolati ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, colpiti ma non uccisi" scrive San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi. E Stefano, poco alla volta, stava imparando la lezione della vita. C'erano voluti 70 anni? Non importava. L'essenziale era ritrovare il "filo rosso" di una missione che richiedeva ancora tempo, impegno, fatica e soprattutto amore.. Perché l'amore è ciò che dà sale a tutto il resto ed era quello che Stefano aveva conosciuto e vissuto con l'aiuto di Valentina; era ciò che poteva donare, finché fosse vissuto. Nell'attenzione verso chi soffre ed è perseguitato, poteva ancora sentirsi unito a Valentina e, forse, anche a quel misterioso Dio che aveva permesso quella fine prematura..
A Otranto scese dalla corriera con la mente confusa, ma con il cuore in attesa di qualcosa che sarebbe dovuto accadere al termine di quel lungo viaggio della memoria. Il sole era tramontato e la sera scendeva rapidamente accompagnata da nuvole sempre più scure, premonitrici di brutto tempo per l'indomani. Si infilò nel primo B&B che trovò e si addormentò di colpo per le emozioni che quel viaggio aveva suscitato.
Quella notte Stefano fece un sogno, forse le immagini che aveva rievocato nel lungo viaggio popolavano ancora il suo inconscio o forse qualcuno voleva comunicare con lui attraverso il linguaggio misterioso e pieno di suggestioni che abitano il sonno di noi mortali.
Gli sembrava di essere in un giardino meraviglioso, pieno di fontane ed alberi fioriti. Valentina, vestita di una candida veste, gli veniva incontro e lo introduceva in un palazzo pieno di luce. Attraversavano una stanza dietro l'altra e, al loro passaggio, volti conosciuti li salutavano sorridendo. C'era anche don Giustino che li benediceva e li incoraggiava a proseguire oltre. Ad un certo momento il palazzo e Valentina scomparvero e Stefano rimase solo in quella luce abbagliante. E una voce disse: "Ancora dieci anni ed entrerai in questa luce". Stefano non si sentiva pronto per quel viaggio e rispose: "Vorrei aspettare ancora: non ho amato abbastanza per entrare nella luce": La voce riprese: "Aumenterà la tua luce se amerai ancora, l'amore non conosce limite ed io ne sono la misura".
(Il campo dei girasoli, pag. 122 e s.)

Pensieri di verità

Che cos'è questa mia produzione di pensieri? Si tratta, per me che l'ho vissuta, di una esperienza spirituale, che è durata più di un trentennio. I pensieri sono stati per la maggior parte prodotti dal 1978 sino al 1995. Costituiscono una continuazione straripante di quelli da me già pubblicati con il mio volumetto Approdi nonviolenti.
Sono poi consapevole della singolarità di questo mio lungo viaggio nel mondo dei valori.
Non ho mai scritto uno solo di questi pensieri che non fosse ispirato, cioé dettato spontaneamente dalla mia anima. Essi non sono frutto di una riflessione intellettuale, e quindi non corrono il rischio di astrazione. Nati come un'esigenza profonda del mio spirito sono autentici e concreti. Non sono per così dire prodotti da tavolino, ma di momenti particolari di gioia o di sofferenza della mia anima. Rivelano una mia particolare vocazione spirituale che mi porta facilmente a produrli. E ciò perché ho sempre sentito profondamente l'esigenza morale e religiosa.
Come si può notare, leggendo i pensieri, ve ne sono talvolta alcuni riproposti in modo diverso: proprio perché ne ho tanto sentita l'importanza, ho insistito spontaneamente a riprecisarli in forme differenti. Ho voluto lasciarli così come sono sgorgati di getto dal mio spirito, e non bisogna meravigliarsi se possono apparire come delle ripetizioni.
E' vero che questi pensieri dovrebbero esprimere una mia verità. Tuttavia penso che ogni persona, a qualsiasi credo o ideologia appartenga, non può che fondamentalmente ritrovarsi dinanzi all'autenticità di questi pensieri. Essi vengono chiamati "Pensieri di verità", intendendo questo valore in senso morale e religioso. Potevano anche essere denominati "Pensieri di bene", "Pensieri di salvezza" o "Pensieri di ascesi spirituale". Se si tiene conto del loro alto numero, si può comprendere come io sia portato a desiderare il bene.
Talvolta rileggendoli, dopo tanto tempo, ho la sensazione che non sia stato io a crearli. E ciò perché il loro carattere di verità trascende me stesso. Se è vero che è stata la mia anima a generarli, è altrettanto vero che essi appartengono non solo a me, ma all'intera umanità. Le esigenze spontanee dell mia anima non sono solo mie, ma appartengono a tutti gli uomini. La verità è che i miei pensieri evidenziano fondamentalmente un'esigenza insita nel cuore di ogni persona.
Questi pensieri delineano un mondo morale e religioso come viene sentito nell'intimo della coscienza. Con la loro ricca idealità favoriscono la crescita morale e religiosa, necessaria al comportamento, spesso imperfetto dell'uomo. Vorrebbero essere di guida per quanti li leggeranno. Vengono pubblicati perché possano fare del bene.

Agnone, settembre 2014

www.centrodispiritualitànonviolenta.it

Remo de Ciocchis

Raul Zibechi: cambiare il mondo o creare un mondo?

Le basi d'appoggio zapatiste stanno creando un mondo nuovo. Se avessero optato per cambiare questo mondo, sarebbero entrate nella politica statale, anche senza partecipare alle elezioni. Cambiare questo mondo non è possibile: il risultato dei cambiamenti per i quali abbiamo lottato è il mondo in cui stiamo, qui e ora. I popoli vivono (l'hanno vissuto nel caso degli zapatisti) in spazi che somigliano al campo di concentramento, nel senso che gli dà Agamben: spazi dove lo stato di eccezione è la regola, e la vita umana si riduce a pura vita biologica (nuda vita), una situazione in cui chiunque può uccidere (l'indio, il nero, il meticcio) senza commettere omicidio (Agamben G. Homo sacer: il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 1995).
Gli Stati moderni, in particolare quelli dove i non europei sono una parte importante della popolazione, instaurano attraverso uno stato di eccezione permanente (non dichiarato, eseguito spesso da gruppi parapolizieschi-paramilitari) una guerra civile legale, per eliminare quelli che il sistema considera popolazione in eccedenza o scartabile. Chi considerasse eccessiva questa affermazione, può dare uno sguardo a quel che avviene in Messico da che il presidente Felipe Calderòn dichiarò guerra al narcotraffico (2006), nelle favelas brasiliane dalla dittatura militare in avanti (1964) e in tutti gli spazi dove, come diceva Benjamin (2010), la tradizione di resistenza e ribellione degli oppressi ci insegna che lo stato di eccezione è la regola.
Il campo di concentramento non è riformabile. Lo si può solo distruggere, mandare in pezzi. Per questo, come segnalava Fanon e come hanno fatto gli zapatisti, non c'è altro cammino che la violenza. La violenza di per sé non è una soluzione, ma qualunque soluzione passa attraverso la contrapposizione alla violenza del sistema e il recupero dei mezzi di produzione. Poi, Agamben ci ricorda che "dai campi di concentramento non c'è ritorno possibile alla politica classica" (Agamben o.c.) E ci dice che partecipare alla politica statale, con la sua liturgia di votazioni, comizi e discorsi mediatici, è come sedersi a negoziare con i guardiani del campo di concentramento qualche misura per temperare le condizioni della reclusione. Nel campo di concentramento, la democrazia elettorale è un'ipocrisia. Oggi la democrazia è la barriera antifiamma per isolare quelli che stanno in basso. La democrazia elettorale è il muro delle prigioni. Il filo spinato dei campi di concentramento, il modo di illudere i confinati che possono trovare alleati nella società rispettabile, "nobile" e bianca, quella che può votare le sinistre e sentirsi rappresentata da loro.
Gli zapatisti non si propongono di cambiare il mondo. L'idea di cambiare il mondo come una totalità, capitalista, per dar luogo a un'altra totalità, socialista, può intendersi solo a partire da una concezione che considera la società attuale come un campo di relazioni e di elementi omogenei e continui.
Il lavoro di Anibal Quijano è particolarmente illuminante sotto questo punto. Sottolinea che nel pensiero eurocentrico, il tutto mantiene un primato assoluto sulle parti, e una sola logica governa entrambi. Però in reltà le totalità storico-sociali sono articolazioni di elementi eterogenei, discontinui e conflittuali, in modo che quella totalità non è un sistema chiuso, una macchina e, pertanto, i suoi movimenti non possono essere unidirezionali; non si può muovere come un tutto perché coesistono logiche di movimento molteplici ed eterogenee.
L'analisi di Quijano ci permette di comprendere i tempi e gli spazi propri di indios, neri, donne, e di tutte le persone oppresse:
I processi storici di cambiamento non consistono, non possono consistere, nella trasformazione di una totalità storicamente omogenea in un'altra equivalente, sia in modo graduale e continuo, sia per salti e rotture. Se così fosse, il cambiamento implicherebbe l'uscita completa dallo scenario storico di una totalità con tutte le sue componenti perché un'altra che deriva da quella occupi il suo posto. Quella è l'idea centrale, necessaria, esplicita dell'evoluzionismo graduale e unilineare (..). Il cambiamento colpisce in modo eterogeneo, discontinuo, le componenti di un campo storico di relazioni.
Non si può cambiare il mondo senza cadere nel totalitarismo. E' necessario costruirne uno nuovo, con quelli e con quelle che siano disposti a farlo. Questo è il messaggio profondo dello zapatismo, il motivo del perché rifiuta l'unità e l'omogeneità e propone di creare spazi di incontro per lavorare insieme rispettando le differenze. E' un modo ben distinto da quello eurocentrico, non pretende che tutti siamo zapatisti, non pretende di portarci tutti verso un qualche luogo, è un'altra cosa. Possiamo cambiare il mondo solo cerando qualcosa di differente.
L'unica via d'uscita perché i colonizzati non ripetano, ancora e ancora, la terribile storia che li colloca al posto del colono, è la creazione di qualcosa di nuovo, di un mondo nuovo. E' il cammino nel quale i dominati possono smettere di fare riferimento al dominante, di desiderare la sua ricchezza e il suo potere, di perseguire il suo posto nel mondo. In quel cammino possono superare la condizione di inferiorità nella quale li ha posti il colonialismo. Non potranno superare quel ruolo litigando per spartirsi quello che esiste, che è il ruolo del dominatore, bensì creando qualcosa di nuovo: cliniche, scuole, caracoles, musiche, danze. Dovranno fare quel mondo altro con le loro mani, mettendo in gioco le loro immaginazioni e i loro sogni, con modi differenti di fare, che non sono calco e copia della società dominante ma creazioni autentiche, adeguate al <noi> in movimento. Creazioni che non hanno nulla da invidiare al mondo del colonizzatore. In quel movimento collettivo del camminare, avremo anche le condizioni per decolonizzare il pensiero critico.

Da "Alba di mondi altri" - I nuovi movimenti dal basso in America Latina, di Raùl Zibechi

"La conoscenza è un bene dell'umanità. Tutti gli esseri umani devono aver accesso al sapere. Coltivarlo è responsabilità di tutti".

Per chi è interessata/o al libro e alle tematiche proposte, si può mettere in contatto con Aldo Zanchetta aldozanchetta@gmail.com

Elena Virginia Salvetti - "Amore mio"

Edizioni Cinquemarzo - Viareggio

Mi ricordo quando dodicenne mi fermai nel tempio, invece di riprendere il cammino di ritorno con la carovana: il desiderio di occuparmi delle cose del Padre mio mi sommergeva e mi sovrastava: domandavo, ascoltavo e i dottori del tempio a loro volta ascoltavano e domandavano e intorno a noi si raccoglieva gente, e tutti mi guardavano stupiti, ma io non mi rendevo conto, ero solo un ragazzino.
I miei genitori mi hanno ritrovato, ma solo dopo tre giorni di lunghe ricerche angosciate. Mia madre ancora pallida di preoccupazione, mi disse: "Figlio perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo"...
Lei era così pallida nel tempio, così spaventata al pensiero di avermi smarrito, ma si preoccupava prima dell'angoscia di mio padre Giuseppe e poi univa la sua a quella del suo sposo, nella infaticabile ricerca di me.
Mia madre mi ascoltava e mi guardava pensosa. Intanto l'esercizio dell'umiltà mi permetteva di crescere sapiente, di diventare uomo e mi donava la Grazia del Padre mio. Ho vissuto la mia infanzia e la mia giovinezza nella tenerezza di una famiglia serena.

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