LOTTA COME AMORE: LcA ottobre 1986

Non violenza oggi

La nonviolenza è come la pace, come la Fede: ha i suoi devoti, i consacrati al suo culto, i suoi fedeli cantastorie, appassionati carismatici, sognatori...
Ma è anche vero che progressi la cultura, la sensibilità, forse perfino la popolarità, della nonviolenza ne ha fatti in questi nostri tempi. Chi è che non parla e non si ammanta di nonviolenza?
Tutto ormai è nonviolenza anche e specialmente perché la precisazione del concetto e della realtà concreta di violenza è ormai praticamente impossibile significarla con criteri inequivocabili.
Tutto nell'anima umana e nella convivenza, è nonviolenza per il semplice motivo che tutto è nella violenza, tutto è violenza.
Violenza nell'opinione corrente e tanto più in quella del "potere", in questo nostro tempo è esclusivamente il terrorismo, tutta la violenza di cui affoga il mondo fino ad insidiare la sopravvivenza dell'umanità, è nonviolenza. Questo si legge sui giornali, si guarda in televisione ...
Se l'onestà, un'ombra di pudore, della cultura, della politica, dei mezzi d'informazione, dell'opinione pubblica ecc. usasse le parole (la comunicazione) nel loro preciso, naturale, etimologico significato, si scoprirebbe quanto "pace" voglia dire concretamente "guerra". Quanto "progresso" comporti nello sfruttamento delle risorse naturali "distruzione" e così via...
Basta guardarsi d'intorno per vedere quanto "il benessere" è un modo eufemistico per non dire "inquinamento". Chi è che non sa che la scienza che, la tecnologia che costruisce "armi" e gli eserciti che le maneggiano, lavorano per la "morte"? E che la "difesa" è un miserabile inganno anche se viene chiamata deterrenza che vuol dire semplicemente capacità di "offesa" fino all'annientamento del nemico? Difendere e affermare "la libertà" nel mondo è un modo elegante per coprire e giustificare "la schiavizzazione'' economica, politica, militare, del mondo intero. E... "terzo mondo... terzo mondo... " e il terzo mondo per via delle briciole giustifica il mantenimento benedetto dei "privilegi" del ricco epulone...
Si potrebbe continuare a lungo in questo raffronto e confronto di contraddizioni: risulterebbe che l'ipocrisia della nostra cultura ha normalizzato l'informazione e quindi il tentativo di costruire l'opinione pubblica, non tanto sulla falsità, notizie non vere, manipolate ecc. quanto contrabbandando il male come bene, le tenebre come luce, il demonio (tanto per non essere fuori dell'argomento del giorno) come angelo del Signore...
Sta succedendo nel mondo della cultura, del pensiero umano, della coscienza e anche nella moralità, nella religiosità (nella Chiesa) ecc. quel fenomeno micidiale che gli scienziati chiamano "effetto serra". Cioè: le sorgenti di produzione di anidride carbonica (sempre più sovrabbondanti e sempre meno controbilanciate per le progressive distruzioni, dalla ossigenazione delle foreste) stanno rinserrando come dentro una serra, l'orbe terraqueo: sale la temperatura, diminuisce l'ossigeno, aria irrespirabile e quindi fine dell'umanità (tanto per cambiare!) Non è difficile avere l'impressione che lo spirito umano sempre più si trovi come chiuso in un atmosfera irrespirabile. Dove l'anidride carbonica della falsificazione, della distorsione dell'identità delle cose e della storia, fino all'impossibilità della percezione dei valori, della conoscenza della verità, della giustizia, della libertà... è sempre più cappa opprimente, anello soffocante. Atmosfera mefitica, avvelenamento per uno sfruttamento, ormai senza velo di pudore, di tutto ciò che è "vitale" in una realtà spietata di utilizzo economico, di destinazione di potere.
Chi è che non avverte e, se ha un resto di sensibilità umana, non soffre di questa subdola e spietata violenza?
Perché è violenza la sostituzione delle essenzialità vitali, decisive e determinanti di autenticità umana, con surrogati propinati furbescamente e contrabbandati come cultura, come progresso, come nuova civiltà...
L''effetto serra" è il progressivo addensarsi della violenza nella realtà a misura sempre più totalizzante: incombe la minaccia che da un momento all'altro non sia più concesso nemmeno di respirare una boccata d'aria.
Certo, è proprio così. La nonviolenza è utopia, un sogno, poesia, forse anche stupidità la vera, seria, responsabile Nonviolenza.
Però che piaccia o no, che interessi o ci si sputi sopra: sta il fatto che se c'è una speranza di sopravvivenza di umanità (con tutto quello che umanità significa) questa speranza è tutta e unicamente nell' alternativa alla violenza.
Fino al punto che di violenza ne deve rimanere una sola: ...quella dei violenti che rapiscono il Cielo". E "Cielo" è respirazione a pieni polmoni dell'aria ossigenata di libertà.
È dilatazione, spaziosità oltre ogni misura delle ragioni costruttive di umanità. È trasparenza di idee, d'ideali, di sogni, di progetti, di sensazioni...
È reciprocità di dono e di accoglienza...
È dove pace è Pace, amore Amore, libertà Libertà, dove fede è Fede...
e dove tu sei Tu, io sono Io e dio è Dio...

Madonna povertà

In questi giorni, tra la fine di Agosto e l'inizio di settembre, mi è successo di trovare molto spesso nella cassetta della posta delle lettere provenienti ora da un istituto bancario ora da un altro. Certamente è accaduta la stessa cosa a tutti i preti italiani. Le varie filiali delle banche della provincia si sono premurate di offrire tutte le indicazioni necessarie per la riscossione dello "stipendio" che dovrà essere erogato dall'istituto diocesano per il sostentamento del clero. Naturalmente ogni banca precisava le proprie modalità relative al "tasso passivo", alle "valute versamenti", ai "fascicoli assegni" ed alle varie agevolazioni riguardanti la concessione di prestiti personali ecc...
Così, quasi all' improvviso, mi sono reso conto di dover ringraziare ancora una volta la dolce bontà di Dio che da molti anni (esattamente dall'Ottobre 1968) mi aveva spinto sulla strada nella quale camminava Madonna Povertà.
E dal profondo del cuore ho sentito il desiderio di rendere a Lui e a Lei una "pubblica riconoscenza" per avermi condotto su un sentiero di vita sacerdotale dove non incrociano le complesse operazioni bancarie. Mi sono accorto, anche in questa occasione, di una condizione di libertà, di una realtà di non-dipendenza da un tipo di rapporto economico né con l'istituzione ecclesiastica né con quella civile.
Di tutto questo sono profondamente felice: anche se so benissimo - per esperienza vissuta - che il fatto di aver avuto la grazia di guadagnarmi il pane con la fatica delle braccia, il sudore della fronte, la precarietà della condizione operaia e artigiana, non mi mette automaticamente al riparo dalle debolezze dell'esistenza, né dai compromessi col "sistema". Tuttavia devo confessare la mia felicità, la gioia sincera ed umile di non essere legato, come prete al carro dei calcoli economici.
Per un antico sogno, spuntato nell' anima fin dagli anni del seminario, che mi ha sempre accompagnato fedelmente fino ad oggi, sono molto felice di essere stato preso per mano da colei che Francesco d'Assisi chiamava col tenero nome di Madonna Povertà e di essere stato portato sulla via percorsa con assoluta coerenza, nel mistero dell'Incarnazione, da Gesù di Nazareth. Un antico sogno giovanile che mi ha riempito il cuore e ha dato forza d'ideale alla decisione di accogliere la consacrazione sacerdotale per una vita spesa per il Vangelo, nella condivisione di esistenza con la gente umile, povera, affaticata e appesantita giorno dopo giorno dalla normalità del lavoro. Sogno di essere - come prete - semplicemente "uno" del popolo lavoratore, un piccolo pugno di lievito dentro la grande massa, un piccolissimo seme nel vasto campo di umanità formato dai milioni di uomini e donne che ogni giorno si piegano sulla terra, nella fabbrica, sul mare, nell'officina, per costruire qualcosa di buono per tutti, che serva alla vita di tutti. Un pezzo di pane, un abito, uno strumento di lavoro, un bicchiere di vino buono, "qualcosa" che accresce la possibilità e la qualità di vita per sé e per gli altri.
E tutto questo a partire proprio dalla mia realtà di sacerdote cristiano, di prete di Gesù, di consacrato a spezzare il pane dell'Eucarestia senza sottrarmi all'impegno di partecipare alla fatica che occorre perché quel pane arrivi sull'altare. Perché non ci fosse niente (nemmeno l'ombra del denaro!) a dividere la gente dal messaggio di Amore, di Pace, di Giustizia, di Perdono, di Libertà che il Figlio di Dio è venuto a portare nella storia umana. Perché il "fossato" di separazione tra la Chiesa storica e la classe operaia, il mondo contadino, il popolo dei lavoratori, potesse a poco a poco come essere colmato, ridotto, superato, attraverso il dono della propria vita.
Perché la Povertà - concreta, quotidiana, materiale - non facesse più paura alla Chiesa del Signore Gesù e fosse possibile appartenere nello stesso tempo, con assoluta semplicità, alla storia dell'Amore di Dio e alla storia dei poveri, dei senza potere, di chi non ha altra forza se non quella delle proprie braccia e della propria speranza.
Le delusioni sono state tante e lo sono ancora: ma in questo momento non voglio fare un'analisi delle sconfitte, della mancanza di risultati, della fatica assurda che ancora l'istituzione ecclesiastica fa ad accogliere l'umile segno della condizione operaia di alcuni fra i suoi preti. Addirittura del persistere in alcuni casi di un atteggiamento di rifiuto e di respinta.
In questo momento (e le lettere bancarie me lo hanno inaspettatamente ricordato) ho sentito salire dal profondo dell' anima un sentimento sereno e forte di riconoscenza e di gratitudine, quasi di meraviglia, per aver potuto camminare in questi anni su una strada di povertà liberatrice. Di fronte a quelle lettere non mi sono sentito nemmeno per un istante "clero": ho avuto la reazione istintiva come di fronte ad una cosa che in alcun modo ci riguarda. Con tutto questo non mi considero giudice di nessuno, nemmeno di me stesso: devo riconoscere però di sentirmi molto felice per essere accolto nella comunità ecclesiale come sacerdote e al tempo stesso di non rientrare nei quadri economici derivanti dal nuovo concordato.
La riconoscenza e la gratitudine sono per la straordinaria e misteriosa bontà di Dio che mi ha
liberato dai lacci di Messer Denaro, consegnandomi all'umile tenerezza di Madonna Povertà. E spero con tutta l'anima che sia Lei a condurmi sino al termine del cammino e a presentarmi a Colui che vorrei tanto fosse l'unico "stipendio" della mia piccola storia come di quella di tutti.

don Beppe

Violenza e terrorismo

Che piaccia o no ai non violenti (cultura, organizzazioni, movimenti ecc.) l'umanità non cammina nel labirinto della sua storia, fra violenza e nonviolenza. Se così fosse vorrebbe dire che l'uomo sta avviandosi nella sua evoluzione verso possibilità di autentici valori umani quali, per esempio, la libertà, l'uguaglianza, la dignità umana... Ma disgraziatamente non è così. Il cammino della storia umana è tutt'ora affogato nel mare morto della violenza. E tutto fa prevedere che il dilagare della violenza sia inarrestabile come una nube radioattiva che è senza confini, imprevedibile, invisibile, micidiale. Sta diventando la violenza da episodica a cultura corrente, da casistica a mentalità normalizzata, da fattaccio a convivenza possibile, da delinquenza a progetto politico, da interessi maledetti alla onorabilità di rivendicazioni di libertà o di affermazioni di giustizia, difesa della pace, della civiltà umana...
In questo nostro stranissimo tempo la torre di Babele dove si confondono fino all'impossibilità di intendersi, le lingue, tutte le lingue, è la violenza. Circa la violenza tutti hanno e vogliono avere ragione per il semplice motivo che tutti, assolutamente tutti (compresi quelli che ne fanno un rigurgito infernale, quelli che vogliono assolutamente e ricorrendo a qualsiasi mezzo di violenza, combatterla...) tutti (l'elenco e il racconto è sui giornali quotidianamente o fotografato sui video) tutti rivendicano la, violenza come l'unica "forza" alla quale affidare e nella quale riporre ogni speranza di umanità e cioè di liberazione e cioè di repressione, simultaneamente.
E liberazione e repressione si annodano come serpenti nel veleno della violenza e in un intreccio di avvelenamento tale che violenza è l'aria che si respira, la parola che si legge o si ascolta e che ormai, più o meno coscientemente, è la lingua che tutti, assolutamente tutti, più o meno correttamente o scorrettamente, parliamo. "Perché, è scritto, la lingua parla dell'abbondanza del cuore".
E siccome l'umanità non è più frammentaria, nessun uomo o popolo è un'isola e nemmeno un arcipelago, non esistono distanze o separazioni e l'informatica ha portato tutto (meno i segreti di Stato e le intenzioni del Potere!) allo scoperto, sarebbe interessante, conoscere questo cuore dell'umanità e cosa dentro vi si agita o palpita o ribolle.
Dalle "auscultazioni" delle esplosioni di ogni giorno qua e là per il mondo, ma sono intuibili anche quelle potenziali, qualsiasi orecchio appena attento e sensibile, concluderebbe che nel cuore dell'umanità batte, a pulsazione sconcertante, la violenza.
Difatti con la violenza stiamo tutti imparando più o meno serenamente a convivere.
Il segno evidente e la riprova sconcertante è la distinzione, ormai entrata nella cultura corrente, fra violenza e terrorismo.
In fondo il terrorismo è una della orrende facce della violenza. E forse nemmeno la peggiore se non altro perché è violenza più allo scoperto. Ma nella raffinatezza della violenza, della cultura, del costume, della "civiltà" della violenza, il terrorismo è diventato e appare e viene affrontato come terrorismo e basta, tant'è vero che giustifica ogni e qualsiasi scatenamento di violenza per combatterlo e debellarlo. La cosa è di una assurdità che sgomenta.
E ci troviamo davanti ad una violenza "privata" (anche se rivendicativa di popoli oppressi) che viene etichettata come "terrorismo" e a un "terrorismo di Stato" ormai istituzionalizzato, accettato e giustificato, per il motivo che è ordinato e organizzato e militarmente armato (portaerei, cacciabombardieri, servizi segreti e uno spiegamento sbalorditivo di mass media a copertura ecc.) a "terrorizzare" l'altro terrorismo e specialmente i popoli oppressi dall'ingiustizia e dalla prepotenza, ma specialmente a giustificazione e benedizione di tutta quella violenza economica, politica, militare e cioè di poteri assoluti, che sta schiacciando il mondo intero e là sua povera umanità, sempre più costretta nello stringersi delle fitte maglie dell'imperialismo.
Questa violenza ha bisogno di un nemico: ecco, a fare il suo gioco, il terrorismo che se non esistesse andrebbe inventato, non per nulla viene meticolosamente e diabolicamente provocato.
Non è una riflessione per aria: l'esemplificazione, come si diceva sopra, è quotidiana, nei fatti e misfatti del nostro tempo. Ma più ancora l'esemplificazione (e è questa realtà che c'interessa mettere in evidenza perché fatto di equivocità e disonestà sconcertanti) è nella costatazione che tutti parlano, scrivono di terrorismo, di terroristi, di mitra e bombe a mano, automobili bomba, cariche di tritolo e tutto a livelli internazionali, europei, nazionali... pare che, eccolo lì, il terrorista, all'angolo della casa... chissà se sotto il letto ci sarà la bomba e tanto più può essere che sulla scaletta dell' aereo stia salendo il terrorista davanti o dietro di me... La trama di questo vivere e convivere è intessuta ormai di terrorismo e con più esattezza di libici, di palestinesi, di libanesi, di iraniani e poche altre frange molto marginali... Insomma tutto il terrorismo a terrorizzare quella pace che invece la violenza dei grandi poteri assicurerebbe per il bene universale.
Dunque questa violenza va affermata e appoggiata. Spesso è desiderabile che sia perfino benedetta e difatti lo è sacramentalizzata più che sia possibile, ma è specialmente sacrosanto dovere da parte della violenza istituzionalizzata e armata, difenderla, adoprando ogni mezzo atto allo scopo fino agli interventi più violenti e distruttivi o mantenendo inflessibilmente posizioni politiche, comprese le più violente e oppressive. Perché tutto questo "piano della violenza" abbia giustificazione e consenso e benedizione, occorre quella distinzione, separazione micidiale fra violenza e terrorismo.
Nello scontro mortale, fra le due trincee dove si arrocca la violenza della violenza di Stato e la violenza del terrorismo, la terra di nessuno, quella della innocenza della gente, è inzuppata di sangue e Dio impedisca che vi scorrano sempre più fiumi di angoscia, di disperazione, di paura, di rabbia.
Ma perché la sciagura orrenda di questa disumanità non precipiti in un abisso di perdizione, ma ritrovi la strada della libertà e dell'uguaglianza, è necessario:
1 - Che la violenza deponga la sua pretesa di assolutizzazione in proporzione al potere di cui dispone perché è micidiale la legge (promulgata da chi?) che stabilisce che chi ha più potere più la sua violenza è giustificata.
2 - La violenza di Stato deve non cercare le sue legittimazioni per una distruzione del terrorismo spesso o sempre provocato dall'insaziabilità del potere e quindi dalle sue ingiustizie e oppressioni, nelle esplosioni dell'impazzimento assurdo e disumano del terrorismo.
3 - Tenere presente nella cultura e nella sensibilità dell'opinione pubblica del nostro tempo che i tempi della "rassegnazione" si sono conclusi e che non è accettabile né sopportabile l'ingiustizia, l'oppressione, la violenza.
La ribellione e cioè l'affermazione della libertà individuale e collettiva, di persone e di popoli, è cultura corrente, è l'aria che si respira. Il Terzo Mondo muore di fame ma non vuole mai più morire di schiavitù.
È chiaro che il terrorismo non ha legittimazioni e è esecrabile, da condannarsi e respingersi in maniera assoluta. Ma è anche vero che c'è il terrorismo in questo nostro triste tempo di storia, perché sono rese impossibili le rivoluzioni, sono represse nella violenza e nel sangue le liberazioni, sono strappate ai popoli le loro terre, negata la sopravvivenza ad antiche culture, impedita l'autodeterminazione dei popoli e il loro sviluppo... ma specialmente perché si stanno sempre più normalizzando rapporti tali, sociali, economici, politici, militari, culturali, religiosi ecc. dove la NONVIOLENZA è poco più che utopia, pura teorizzazione degli impossibili, senza spazio e credibilità.
"Dall'albero cattivo, è scritto, nascono frutti cattivi". "E dai frutti si conosce l'albero... "

Sirio

Una chiesetta racconta

Una voce dice: Grida!
E io rispondo: che dovrò gridare?
(Isaia 40,6)

C'era una volta una terra, pochi metri quadrati, di scarico, abbandonata e rovi e scepi vi erano cresciuti appena dominate dalla chioma di quattro pini. Un antico muro, basso, di pietre e mattoni all'intorno e poco oltre sciacquava la banchina, specialmente quando passavano le barche, l'acqua del porto e a quel tempo l'acqua che dal padule scende al mare, era limpida tant'è vero che qui intorno le reti a bilancia pescavano le triglie, pesce di mare.
Di tra il bosco di rovi, fra cordami catramosi, resti di barche morte e ciarpame marinaro, quattro mura diroccate, brandelli di tetto e una povera donna, giovane ancora, invecchiata di prostituzione, di malattia, di fame. Intorno le barche da pesca, vecchi trabaccoli a vela e ormai con un motore nel ventre gonfio, a staminare scrostate di vernice e reti a pencolare tirate su, color di ruggine antica, dal bigo a forza di braccia. Accovacciate come vecchi gabbiani a farsi cullare sulle acque, in attesa di virare qui all'angolo, lungo il canale a prendere il largo.
Un angolo abbandonato, rattristato di sporcizia e di cattiva fama tant'è vero che la gente lo chiamava "il cantaccio".
Un giorno sono capitati qui due stranissimi tipi che da tutto un modo di fare apparivano amici. Uno era un prete assai giovane ma di aspetto fragile, ecclesiastico ancora, come trasognato, guardava e non sapeva forse nemmeno lui cosa vedeva. L'altro, evidentemente uomo pratico, ateo anticlericale e sembrava che anche lui intravedesse qualcosa che l'affascinava. lo mi sono sempre ricordata di lui anche dopo il colpo di fucile nella landa del vialone, perché se io sono qui, in quest'angolo del porto, prima che ad ogni altro, compreso il prete, lo devo a lui e il suo nome è scritto sulle mie pietre e fa parte del mistero che mi riguarda, io, piccola chiesa, venuta al mondo nascendo da mura diroccate, costruite, almeno tre secoli fa, perché i navigatori a vela disponessero di un lazzaretto dove, in quarantena, purificarsi dai contagi raccattati nei porti delle "indie".
Poi le mura rappezzate hanno servito per alloggiare i canottieri, remigatori famosi a quei tempi. Durante la guerra e dopo quei ruderi nascondevano la prostituzione a servizio della soldataglia tedesca e americana, finché un prete e un ateo vi hanno immaginato una chiesa.
Era un'estate di trent'anni fa.
Non sto a fare il racconto delle difficoltà perché questo "cantaccio" è terra demaniale e poi è anche dentro i confini di una parrocchia, complicazioni quindi ma disinvoltamente risolte e manovali e muratori hanno rifilato i muri, l'albero maestro di un veliero ha fatto da trave portante, i travicelli come un'ossatura di barca e il tetto ha ricoperto il nuovo pavimento in mezzane di cotto. Sul fondo pietre di travertino e un vecchio comunista ha costruito il Tabernacolo in ferro con due pezzi di catena incrociati davanti.
Cominciavo a diventare una chiesa ma poi sono venuti gli scaricatori del porto e con le loro autogrù hanno sistemato un grosso blocco di travertino a mo' di altare, un pittore, anticlericale e di un gran cuore, ha dipinto (ha digiunato dalla prima pennellata fino all'ultima) Gesù crocifisso su una larga tavola di rovere... ed ecco, sono diventata realmente una chiesa. Quest'anno erano trent'anni da quel 15 agosto quando fu celebrata la prima Messa.
E fra le mie vecchie mura rimesse a nuovo ha cominciato ad abitarvi il mio adorabile ospite, Gesù. Mi piace raccontare delle mie origini perché, nel riandare alla memoria di questi trent'anni, mi sembra che tutta la mia storia sia significativa, emblematica di tutto lo scorrere del tempo e di tutta l'avventura che, piccola chiesetta, ho vissuto in quest'angolo che, nell'andare degli anni, gli alberi hanno traboccato di verde, fin quasi a nascondermi in un nascondimento di umiltà e di silenzio, che, in fondo, avevo sognato fin quasi dall'inizio, povera piccola chiesa.
Non vi sono mai state feste nell'ombra della mia solitudine e nemmeno all'intorno. Nessuna pastorale né ricerca liturgica e mi viene ancora da ridacchiare (una piccola chiesa come sono io può concedersi rapporti umoristicamente disinvolti nei confronti della grande Chiesa) quando, siamo nel '56, mi arrivò un'ingiunzione da una Congregazione Romana di appoggiare il masso-altare al muro di fondo, smurare il tabernacolo, gettarlo e costruirne uno a guisa di tempietto da collocare sull'altare... dopo cinque, sei anni, tutte le parrocchie e le cattedrali si dettero da fare a costruirsi altari per celebrare la Messa, i sacerdoti voltando la faccia, invece delle spalle, al popolo... Eh! si, confesso che per me, piccola, insignificante, nascosta chiesetta, ritrovarmi un po' profetica mi ha fatto sempre assai soddisfazione.
A volte mi domando, quando mi capita un momento di tristezza, cioè di ripiegamento su me stessa, specialmente da quando ho lasciato la campanella senza la corda, così che nemmeno mi posso dare un po' d'arie di chiesa sul serio suonando la campana, mi domando che significato ha una chiesetta che proprio non serve a nulla.
È vero che intorno a me, nella saletta qui accanto, molte cose sono avvenute anni fa. E spesso la sera ascoltavo trepidando discussioni di operai a cercare giustizia, dignità, solidarietà e poi tanta scuola per ragazzi e adulti. E notavo e certo con pena, anche se non era proprio quello il mio programma, che quasi nessuno varcava la soglia per fermarsi un po' fra le mie mura.
Ma anche queste e tante altre "opere" (le chiamano così nella pastorale) non giustificavano questa mia presenza nel "cantaccio".
Forse però (e la cosa mi piace molto, è chiaro) per il fatto che ci sono io, qui accanto, esattamente sotto il mio stesso tetto, ha sempre, fin dal primo giorno, abitato un prete. Poi è successo che ve ne sono stati due e poi tre, poi due e di nuovo, attualmente, tre.
Beh! Tre preti fanno grande una chiesa anche se è piccola, insignificante, pastoralmente inutile. Forse per questi preti e per tutti i loro amici (mi domando spesso quanti saranno qui in Darsena, in città, qua e là per l'Italia e oltre ancora) anch'io significo qualcosa e sono conosciuta assai più di quello che mi risulta a stare a contare chi viene qui, a pregare, a cercare un momento di silenzio e di Fede.
Si, è vero, questi miei preti sono davvero un po' strani e un tantino assurdi. Pretioperai si definiscono, preti cioè la cui giornata è come quella di chi campa del lavoro delle proprie braccia: difatti e la cosa mi commuove molto e mi piace tantissimo, nella mia penombra non si accendono candele votive, non esistono cassette che chiedono elemosine con lo spacchetto adatto e, cosa davvero che mi entusiasma, qui non c'è giro di soldi nemmeno per le Messe... Posso dire che, piccola e insignificante quanto volete, ma io non sono una bottega del sacro, qui non si vede e non si compra assolutamente nulla, nemmeno, è chiaro, la simpatia di chi conta in qualsiasi campo, compreso quello ecclesiastico.
E tante cose potrei raccontare. Di ore di preghiera, spesso angosciata ma più spesso ancora, silenziosa, raccolta eppure dilatata nel mondo intero. E io mi sono sempre sentita come una madre che stringe fra le sue braccia il sognare del suo bambino. Perché qui si è sempre rianimato e riacceso il progetto, l'impegno, la ricerca, spesso oppressa e soffocata, di una Chiesa povera, libera da ogni privilegio, unicamente accoglienza e dono di forza, di coraggio, di speranza, di fraternità, di Amore.
Le mie povere mura rimediate dall'antico lazzaretto spesso avrei voluto spalancare per abbracciare tutta la Darsena, tutta la città e il mondo intero. Ma dalla mia porta sempre aperta continuamente è entrato ogni dolore, tutta la fatica, questo rumore spesso assordante di motori, di cantieri navali, del vociare di imprecazioni, di richiami di tutta una vita di gente a strappare il pezzo di pane.
E ogni notte ho sempre benedetto quando le barche da pesca virano alla curva qui accanto e penso che i pescatori non possono non farsi il segno di croce passandomi intorno e al ritorno un'occhiata certamente me la rivolgono perché il rientro, con le ceste di pesce per il mercato, è sempre uno scampato pericolo. Forse può anche essere che nemmeno si accorgano di me ma Chi abita qui, fedelmente da trentanni, nel silenzio di quella piccola prigione di ferro fra le mie pietre di travertino, ha detto di un piccolo seme nascosto sotto le zolle che morendo porta frutto e diventa albero da raccogliere sotto la sua ombra l'umanità tutta e ha raccontato anche del lievito nella massa di farina, del sale che dà sapore... E che il cielo e la terra passeranno ma che le sue parole non passeranno...
Insomma, lo dico sinceramente, sono contenta del mio silenzio, del mio essere nascosta fra gli alberi e di essere conosciuta soltanto da chi cerca la mia riposante penombra per trovare un po' di Luce di Fede e un momento di respirazione a cuore aperto nella pace del Mistero di Dio.
Da qualche giorno sento raccontare e in piccole riunioni sento discutere di un certo progetto.
Qui intorno dove anticamente erano rovi e spine c'è l'idea di realizzare, come lo chiamano già, un "Campo della Pace". Monumenti, bassorilievi, murales, iscrizioni ecc. per rendere visibile cosa vuol dire Pace e che cos'è che la insidia e la compromette nel cuore dell'uomo e dell'umanità.
Speriamo bene, ma io, piccola e insignificante chiesetta, ho fiducia e mi sento alquanto orgogliosa a pensarmi circondata da un sogno di pace e quindi anch'io, povera chiesucola, abitazione di Cristo e di tre scagnozzi di preti, diventata assai più di una cattedrale, la Chiesa della Pace.

Chiesetta del porto

Mi hai sedotto, Signore
E io mi sono lasciato sedurre
Mi hai fatto forza e hai prevalso.

Son diventato oggetto di scherno
Ogni giorno: ognuno si fa beffe di me.
Quando parlo, devo gridare,
devo proclamare: "Violenza! Oppressione!".

Così la parola del Signore è diventata per me
Motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.
Mi dicevo: "Non penserò più a lui
Non parlerò più in suo nome!".

Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente,
chiuso nelle mie ossa,
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo..

Geremia 20, 7

L'A.R.C.A. a Luigi in Etiopia

Caro Luigi, ci manchi e tantissimo. Giriamo là, per le ferraglie sparse, guardiamo dietro il banco ma fra gli scaffali ordinati in un fantasioso disordine, non ti vediamo, burbero sorridente, serio e scanzonato, a gettarci in faccia che "basta, è l'ora di lavorare". E martella lassù l'aria compressa, bofonchia sotto il banco la saldatrice e frigge sui grigliati a lampi accecanti... Ma tu non ci sei. Rolando borbotta riverberato dal fuoco della forgia e si sfoga a martellate rigirando il ferro acceso sull'incudine. Noi si gira al largo e cioè Sergio, Pierino e quel vagabondaccio di Giancarlo, perché è un po' nervoso Rolando, ora che non ci sei tu tutto il lavoro del ferro tocca a lui. Anche perché, che vuoi farci, Sirio è davvero un po' vecchietto e basta un po' più di fatica e s'ammala subito (si ammala sul serio, non è che lo fa apposta).
Meno male che c'è Beppe a fare le sedie e quanta paglia arrotola, poveraccio. Fortuna che ha il dono della parola e arrotola anche un chiacchierare continuo. Un po' per tentare d'istruire il suo allievo Roberto, pieno di buona volontà ma piuttosto pasticcione e poi perché è Beppe, come sai bene, il centralino (non soltanto telefonico) dell'azienda: chiunque si affaccia dentro il capannone, si ferma a trattare con Beppe, un po' perché lui ha le sedie per sedere e poi, c'è poco da fare, non se ne dà a vedere ma è lui che regge e domina la piazza.
E non ti dico della ceramica, lì dentro c'è la cultura dell'azienda. La Franca è dell'USL e quindi te la raccomando, non è l'autorità ma un po' d'ariette se le dà, la bimba. E figurati l'Eleonora perché lei è dall'Accademia delle Belle Arti e è chiaro che qui, fra una mostra e l'altra, ci sta guardando tutti dall'alto. E ora non posso che ricordarti l'infinita voglia di paste di Pierino, lo struggente sentimento della Katia, i dolcissimi sbadigli di Federica, lo sguardo di coniglio di Domenico, la fiamma d'amore della Ines quando suona il pulmino d'Angiò, gli abbracci affettuosi-pesanti della Stefania e le effervescenze di Diego quando sogna una gita lunga, lunga... Insomma va tutto bene alla ceramica e è per questo che fino a che non ritorni tu la forza lavoro basta così. Ci sarebbe da salire le scale e certo "di sopra" tutto è ad alto livello. Produzione raffinata della Cecilia di carta-pelletteria, il telaio tesse le speranze dell'Antonella e di lassù all'ora esatta volteggia una voce, è quella di Giancarlo che suona la sirena,
Ai piedi della scaletta di legno, come ben sai, giace il silenzio disarmato degli obiettori e mentre tagliuzzano un po' di pelle in borse e cinture, ringraziano S. Massimiliano loro protettore, ché, tardando tu a ritornare possono tranquillamente dedicarsi alla pace.
. Per tutto il resto stai tranquillo perché come ben sai l'amministrazione è in buone mani, con Elena e la sua pignoleria, tutto è sempre in pareggio. Perdonerai se l'ARCA di Viareggio che, certo senza di te galleggia ferma all'ancora sulle acque stagnanti di via Virgilio, 222, ha cercato di raccontarti che gli imbarcati resistono con buona volontà, ma è stato anche per salutare gli imbarcati di quell'altra ARCA, ad Asella in Etiopia. Certo lì ti ci trovi bene perché chissà che bravi quei giovani ai quali sei maestro di carpenteria in ferro. E ci strugge un po' di gelosia, a dir la verità, perché dato che sono neri può anche darsi che tu, caro Luigi, vuoi loro più bene che a noi che siamo bianchi e sbiagiuliti.
Ma insomma salutali da parte nostra, dì loro che semmai ti abbiamo prestato, non di più e questo tuo allungare quasi di tre mesi c'impensierisce un po', ma siamo contenti per te, perché questa esperienza ti renda ancora più in gamba e perché così ci porterai al tuo ritorno un po' di saggezza africana e tu sai quanto ne abbiamo bisogno... Ciao, caro Luigi africano, ti siamo tutti vicini e se tu ascolti risenti i nostri discorsi a bricco, ma anche un vociare pieno di affetto.
In tuo onore Giancarlo ogni giorno fa galoppate di cima a fondo il capannone. Perché lui crede ancora di essere un cavallo...

Viareggio 15 - 9 - '86
la tua ARCA

Cinquecento anni di silenzio

dedicato a p. Alvaro "fratello mio"

Una delle punizioni frequenti nella vita di seminario - preparazione al sacerdozio - era il silenzio. Dovevi tacere nei rari momenti di libertà di "eloquio"; a passeggio, nella ricreazione, durante i pasti, nel tempo libero dalla lettura tu il punito non potevi parlare, eri in silenzio.
Una persona che non può parlare, che non conta niente, potendolo non deve esprimere ciò che il cuore va significando. Oltre ai superiori maggiori - rettore, vice rettore dei grandi, vice rettore dei piccoli - chi poteva commutare questa pena erano i caporali chiamati prefetti, i soliti lacchè che esistono sotto tutti i cieli delle istituzioni e all'ombra di tutte le bandiere che danno loro ragione di esistere e di comandare. Ho i gradi quindi esisto, quindi comando: e tu devi imparare a tacere in nome o dell'ascetica o della patria o del tuo tornaconto.
Una sottilissima scuola per non essere uomini, ma caporali!
In questo "santo spirito" di laccheismo, di essere più papisti del papa, acceso dal sacro fuoco dello zelo un prete a Popayan (Columbia) per ordine di un vescovo - non si sa quale - ha tolto il microfono a Guillermo Ternorio un indio "paez" piccolo di statura con un cappello di paglia in testa, scalzo. C'erano - in quel venerdì 4 luglio '86 - trecentomila fedeli ad ascoltare il papa in quella spianata di Popayan e tra essi cinquantamila ìndios, appartenenti alle etnie "guambianos" "paeces" e "ingas". "Amatissimo padre, l'America India, in modo speciale le comunità indigene di Colombia e questo popolo che oggi è qui riunito, si rallegrano della sua presenza e presentano un caloroso benvenuto a colui che cammina per il mondo con lo pace di Cristo". Pronuncia a stento lo spagnolo si scusa per questo ed invita il papa che già ha conosciuto la situazione delle comunità indie del Messico, dell'Equador e del Perù a "far si che i suoi messaggi arrivino a tutto il mondo per reclamare il rispetto della dignità dei popoli il superamento delle situazioni di bisogno al di sopra degli interessi economici".
Ricorda l'indio Guillermo che siamo vicini a cinquecento anni dall'arrivo del conquistatore europeo e cristiano nelle terre americane "compiremo cinquecento anni di una storia trascorsa nel silenzio del dolore, del disprezzo, dell'emarginazione, del martirio sconosciuto perché è martirio di indio". Questa storia di lotta, di vita e di morte è stata però illuminata dal risveglio della coscienza della persona umana, nella riappropriazione del patrimonio culturale della civiltà india e delle loro terre: questo cammino di liberazione duro e difficile è però duramente contrastato da coloro che tengono lo terra: il prezzo: "hanno ammazzato indios, compresi donne e bambini: ci hanno incarcerati, hanno militarizzato i nostri territori". Nonostante tutto gli indios hanno mantenuto lo fede in Cristo aiutati da vescovi sacerdoti e laici che hanno visto nelle lotte indigene le sofferenze di Cristo per una vera liberazione e per il diritto a vivere.
"Ma è per questo che sono perseguitati e assassinati alcuni rappresentanti di Cristo in terra come è stato nel caso dell'uccisione dell'unico sacerdote indigeno paez Alvaro Ulcuè Chocuè".
A questo punto il microfono fu tolto bruscamente.
Chi era padre Alvaro Ulcuè? Era nato a Pueblo Nuevo (Cauca) il 6.7.1943 in una casa dal tetto di paglia, le pareti di canna, il focolare per terra con pentole in argilla. La stella di Betlem illuminò tutta la vita di Padre Alvaro: "tutto può essere contro di noi - diceva - però Dio sta sempre dalla parte del povero". Mai ha voluto che il suo sacerdozio richiamasse privilegio "per me essere sacerdote è camminare con i poveri, vivere in mezzo ad essi". Viveva per lo sua gente - Gesù è vissuto unicamente per gli altri -; parlava lo loro stessa lingua, si considerava piccolo, lavorava molto, era un povero di Dio. AI tempo del seminario commentava scherzando: "in seminario eravamo 62 studenti: 59 bianchi impomatati se ne andarono. Dio restò con i poveretti (los malitos): Mina, un negretto, un contadino, e Alvaro un indio.

Solo nella lotta
Padre Alvaro denunciava ed annunziava con l'autenticità e lo forza di un profeta evangelico: non ebbe paura di dire la verità ai grandi e ai potenti. Essere veramente cristiani e preti non vuol dire diventare più intimi, più dediti alla preghiera: vuol dire assumersi con più coraggio il destino dell'umanità intera con il rischio che anche contro di noi gli anziani, i sacerdoti e gli scribi organizzino persecuzioni. Padre Alvaro soleva dire: "non abbiamo paura a dire la verità, essa stessa si incaricherà di liberarci". Lo infastidiva la falsità "dobbiamo essere trasparenti come il vetro". Aveva vinto lo paura; il pericolo e le minacce davano forza ai suoi passi e rinvigorivano lo sua voce. Così scriveva di lui Arturo Paoli nell'ottobre del 1983: "È un miracolo che il piombo non abbia ancora raggiunto questo indio basso e tarchiato, ma la madre di sessant'anni e il padre di settanta sono stati percossi selvaggiamente, una sorella è stata rapita e poi trovata in brandelli su un mucchio di pietre, il fratello è in carcere in attesa di un giudizio che non si celebrerà mai". Solo nella lotta non è il mercenario che fugge quando arriva il lupo ma buon pastore disposto a difendere lo sua gente i suoi fratelli indios fino alla fine. I diritti del povero sono i diritti di Dio. Nella sua voce facevano eco le profezie di Geremia, di Amos, di Giovanni Battista. Gli oltraggi le ingiustizie non impedirono a questo cuore grande di battere per bianchi, indios, morenos anche i nemici, mai dalla sua bocca una parola di odio o di vendetta. Pochi giorni prima di essere assassinato ad una messa per due indios massacrati parlò con forza "questa morte è frutto della violenza. Amiamoci. Si viva il vangelo e questo non succederà più. Chi sa qualche cosa lo dica apertamente non abbia paura. Questo succede perché abbiamo paura!"

Alzate lo testa la liberazione è vicina
Padre Alvaro a lato del suo nome nella propria lingua scriveva: Nasa Pal - sacerdote indigeno -. Sapeva che i suoi fratelli indios si aspettavano molto da lui: "Che posso fare se non essere dalla loro parte? Un giorno o l'altro mi troverete steso in qualche luogo". In Gesù vedeva il liberatore ed insisteva nell'affermare che la liberazione incomincia da se stessi che facciamo tanto male al prossimo "lasciamo il peccato che è ingiustizia, vessazione, violenza, assassinio. Il nostro popolo ha bisogno della nostra azione liberatrice animata dal Vangelo". Nel suo villaggio-parrocchia aveva avviato un programma di evangelizzazione, educazione bilingue, assistenza sanitaria, miglioramento delle case, sviluppo agricolo. leale e sincero con il suo vescovo a cui era molto legato e con il suo popolo: " non vergognatevi di essere indios alzate lo testa. " conformismo non può convivere con gli indio. Lottiamo per uscire dall'attuale situazione di emarginazione".
Alla notizia che il papa avrebbe visitato lo Colombia disse: "Se il papa conoscesse lo grandezza degli indios,la chiesa cambierebbe. Facciamo una campagna affinché il papa venga a visitare e a mettere lo mano sulla testa degli indios della Cordigliera. la chiesa tra i miei indios è viva!" Nell'omelia del 21.10.84, giornata missionaria mondiale dopo aver ricordato madre Laura, una delle grandi donne della Colombia, gioiva per lo teologia della liberazione perché, pur nata in America latina stava mettendo in discussione e in crisi l'Europa cristiana.

Un Paez muore in piedi
Fu ucciso a colpi di pistola il 10 Novembre del 1984 da due poliziotti dei servizi segreti colombiani. Gli assassini l'avevano venduto morto per quattro milioni di lire. Come mandanti, vengono accusati alcuni proprietari terrieri di secondo piano. I veri mandanti sono notoriamente al di sopra di ogni sospetto. Coloro che lo hanno visto cadere sulla Sua Terra insanguinata dicono che ha tentato di rialzarsi pur ferito mortalmente: aveva detto "quando lo morte verrà che non ci incontri mentre riposiamo ma in cammino!"
Quel "cerimoniere" togliendo il microfono voleva di nuovo mettere in silenzio il meraviglioso messaggio di vita e di amore di un povero prete indio e ricacciare nell'oblio una storia di cinquecento anni di dolore, di disprezzo, di emarginazione e di martirio sconosciuto perché martirio di indio. l'irritata reazione di papa Giovanni Paolo II ha permesso a Guillermo Ternorio di continuare... Lì a Popayan per il vicario di Cristo si sono di nuovo rincarnate le parole del profeta Isaia "lo Spirito del Signore mi ha inviato a dare lo buona novella ai poveri, a consolare chi ha il cuore trafitto, a predicare lo libertà agli oppressi". la vita di padre Alvaro Ulcuè - Nasa Pal - prete indio!

(Per notizie su padre Alvaro M. Consolata giugno 1985)


Rolando

Un Missionario ad un Cappellano Militare

Carissimo,
che la pace del mite ed umile Maestro sia con te. ...Parliamo di pace ma continuiamo ad alimentare strutture di guerra, parliamo di pace ma continuiamo a vivere con mentalità militaresca.
I giovani hanno dimostrato più apertura e sensibilità: "loro" si sono fatti questionare ed hanno fatto obiezione di coscienza, preferendo, per esempio, un servizio al terzo mondo in luogo del servizio militare.
E tu che sei maestro in Israele non ti sei fatto questionare!
Non vedi come la struttura militare ci ha contaminato e come il male è arrivato fino alle radici del nostro essere! difatti di fronte ad un semplice militare, tanto più se con i gradi, siamo pieni di rispetto e pronti agli inchini: ma forse il Cristo è venuto per sacramentalizzare la guerra! Ancora: non vedi come siamo nello schema della guerra? Tu forse dirai: io porto le stellette e i gradi, ma non sono armato.
Però io ti dico che nessuno è armato come te. Difatti per i soldati già decisi, la tua presenza, in caso di guerra, é stimolo ad uccidere quanto più possibile; per i soldati dubbiosi è proprio la tua presenza che distrugge quel dubbio e li trasforma in tranquilli "caini": ambedue i gruppi pensano, giustamente, che se il Cappellano, che é Ministro di Dio, è lì con loro vuoi dire che anche Dio sta con loro. Non vedi come siamo utilizzati o strumentalizzati da queste strutture? Non vedi come siamo complici di tanti morti e assassinati? Ripeto ancora una volta: forse il Cristo è venuto per "sacramentalizzare la guerra"?
È arrivata l'ora: dobbiamo finalmente cominciare a costruire la nuova civilizzazione dell'amore, come diceva Paolo VI.
Butta via le stellette, togliti la divisa di "fratricida legalizzato", vestiti come San Francesco d'Assisi, predica la Buona Novella sine glossa "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e PACE in terra agli uomini amati da Dio".
Fratello Sandro, per secoli siamo stati fratricidi. Il tempo si è concluso: "Amatevi gli uni e gli altri come io vi ho amati...
Amate i vostri nemici... Fate del bene a coloro che vi calunniano e odiano... Rimetti la spada nel fodero... ".
Pace fratelli: buttate via i fucili, bruciate le macchine infernali.
Sta spuntando l'ora in cui tutti ci sentiamo fratelli.
Dipende da noi, se ci decidiamo ad abbandonare pensieri di guerra e strutture di guerra.
Caro fratello Sandro mi perdonerai quanto ti ho scritto. Vorrei che questo servisse per aiutare a costruire un mondo nuovo dove siano banditi per sempre strumenti di morte.
Tu che ora sei in pieno contatto con questa struttura di morte e con uomini legalmente armati potresti essere il chirurgo che apre la ferita e fa vedere il marciume che abbiamo dentro: tornati Profeta, illumina con la Buona Notizia del Divino Maestro e lotta per un "nuovo ordine di cose".
Che il Maestro mansueto ed umile di cuore che ha proclamato il decalogo della Felicità chia-mando "Beati i costruttori di Pace" ti faccia appassionato annunciatore di questo regno di Dio. A Lui, l'Emmanuele, l'annunciatore della fraternità, la gloria per sempre. Perdonami gli errori di italiano, i 20 anni passati fuori dalla patria non sono passati senza lasciare tracce.
Con affetto di fratello dall'Amazzonia

Marco Chiarucci
Igarapè (Brasile)
2 febbraio 1986

Lettere di amici

Don Sirio carissimo,
sono contento di ricevere puntualmente il tuo "Lotta come amore". E lo leggo sempre con attenzione. Mi pare sia un barlume di profezia in un mondo appiattito da atavici compromessi.
Se mi è lecito, tuttavia, vorrei manifestarti alcune riflessioni che da tempo maturano nel mio animo. Si è vero che la gerarchia non denuncia con chiarezza ed inequivocabilità le mancanze dei regimi politici; come pure è vero che la guerra dovrebbe essere additata come il male vero e profondo... Quello che però, a mio modesto avviso, sembra essere la radice di ogni deficienza della chiesa gerarchica è la posizione che essa storicamente ha assunto e che continua a mantenere. Da tale posizione, come per conseguenza "inevitabile", derivano le mancanze che il tuo giornale, giustamente del resto, rileva. Cosa intendo? È presto detto.
Alcune accuse mosse da Gesù Cristo alla chiesa ebraica del suo tempo mi sembrano essere trasponibili "ipsis verbis" alla gerarchia ecclesiastica odierna.
«Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Matteo 15, 7-9).
(...) «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini (...) amano posti d'onore nei conviti, i primi posti nelle riunioni ed i saluti in pubblico, come pure sentirsi chiamare maestri dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare maestri perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno padre sulla terra perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. (...) Appaiono giusti all'esterno, davanti agli uomini, ma dentro sono pieni di ipocrisia e di malvagità» (Matteo 23, 4-9; 28).
Per non parlare poi di come trattano quelle che, per la loro ottica, dovrebbero essere le pecorelle smarrite. Anche in questo sono lontani dall'insegnamento del Maestro buono:
«(...) Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti per andare in cerca di quella perduta? (...) Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Matteo 18, 12.14)
Ma forse è ancora "opportuno" lasciar morire uno solo piuttosto che mettere in discussione l'intera istituzione (confronta Giovanni 11, 50).
Vedi, fratello Sirio, la mia impressione è che sia stato tradito il cuore di Gesù! e, questo è il paradosso, proprio in nome di Gesù stesso!
La dignità, gli onori, le poltrone, i soldi,... hanno sostituito l"'interesse" principale.
È da qui, da questa posizione, che nascono le "conseguenze" gli atteggiamenti accomodanti di fronte ai mali dell'umanità! Una lotta come amore non può non tener conto della radice. Il non estromettersi radicalmente da ogni violenza, da ogni guerra o sopraffazione è "conseguenza" della posizione di fondo
Eccolo mammona! a cui neppure loro hanno saputo resistere. E, come sappiamo bene: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona!» (Matteo 6, 24).
Se pensi che la mia lettera sia utile alla "lotta" pubblicala pure sul tuo giornale.
Ti abbraccio condividendo ogni anelito profetico non compreso.

Flavio
Anagni, lì 13 settembre 1986

Sogni di un vescovo

Davanti a Gesù Sacramentato, così ho "sognato il prete oggi"
- FELICE di darti tutto, ma proprio tutto, fino alla sua stessa vita per farti felice come ha fatto Gesù... ma a volte turbato per essersi chiuso nella falsa quiete di qualche sua personale sicurezza, senza la vicinanza degli altri, come a volte facciamo tutti.
- CHE quando parli di oro, di cose, di potere, lo senti lontano come uno che è totalmente immerso nella contemplazione della bellezza del volto di Dio, come doveva essere Gesù al suo tempo, camminando per le vie di Gerusalemme... ma a volte sente la nausea di sé per avere creduto anche lui all'oro, alla potenza, alle cose di questo mondo, come me.
- MISERICORDIOSO, con due grandi braccia, che aprendosi avvolgono di perdono chi lo offende come ha fatto Gesù Crocefisso... e a volte con il viso rosso di collera per l'insulto ricevuto da qualcuno.
- PICCOLO, come uomo, da stare quasi nel taschino del mio vestito, tanto è o si sente nulla, ma immenso come Cristo, di cui è testimone e figura, da cui è posseduto, con la gioia di chi ha trovato in Cristo il più grande amore possibile.
- Con due grandi mani che pare contengano tutto ciò che l'uomo chiede e l'amore vorrebbe dare, come sono le mani del Padre che è in cielo e vicino a noi... ma mani a volte vuote anche del sapore di una stretta di mano, perché hanno paura di affidarsi alle mani degli altri che sai grinzose.
- Con i passi sicuri, per la sua fede, senza tentennamenti, come i passi del buon Pastore che è davanti, in mezzo, dietro il suo gregge, mentre attraversa la valle oscura, rassicurando tutti, come il Gesù "Pastore grande delle nostre anime"... ma a volte con le ginocchia che gli tremano per la paura di sbagliare e la debolezza di non farcela.
- Con il sorriso negli occhi che trasmettono "in diretta" la carezza del Padre, invitano alla speranza, come devono essere gli occhi di Dio... ma a volte con nel fondo degli occhi una lacrima, grande come il mare, che é il silenzioso racconto del dolore dell'uomo.
- Sempre vicino e pronto a rialzarti quando cadi; senza mai permettersi il più piccolo giudizio che reputa ingiusto e capace solo di spezzare gambe già rotte; preoccupato solo di parlarti della "festa del Padre" preparata per il figlio che ritorna tra le sue braccia, come ha fatto Gesù Risorto... ed a volte narrandoti anche lui la sua avventura di figlio prodigo che per un attimo si è allontanato dalla casa del Padre.
- Capace di piangere con te, senza stupide parole di copertura, un pianto che è il racconto della Croce e della Resurrezione, come Cristo Crocifisso e Risorto... Ed a volte in cerca di qualcuno che pianga con lui per non sentirsi solo.
- Che quando stai bene, non riesci mai a trovare, perché nella lunga processione degli uomini, lui è sempre in fondo alla fila con chi non ce la fa a tenere il passo degli altri, come ha fatto e fa Gesù... ma a volte per il gusto stupido di provare la vitalità delle sue gambe, appare tra i primi, godendosi una vana gloria che non gli spetta.
- Che quando prega e contempla, pare tocchi le altezze di Dio e senti però che si porta dentro l'uomo... e quando ama scende gli abissi dell'uomo, portandosi dietro Dio.
- UNO che fa della sua vita quotidiana un pezzo di pane spezzato per chi ha fame, tanto da sembrare la sua vita "una Messa che dura ventiquattro ore"... ed a volte recita la parte del ricco Epulone che non dà ascolto al grido di Lazzaro, perché dimentica l'altare.
- UNO che ama senza misura, o meglio ha come misura l'amore di Dio... ed a volte per grettezza ama "a centimetri".
- UNO a cui affidarsi totalmente perché il suo amore è dono, servizio, puro come l'ostia che ha tra le mani; nelle cui braccia puoi riposare con la tranquillità del bimbo avvezzato in braccio a sua madre; sicuro che la sua gioia è che tu abbia gioia.
- UNO la cui pace è non avere pace finché tu sia in pace.
- UNO insomma che cammina a fianco sulla tua strada facendoti respirare l'aria del Cielo e sentendo l'afa di questa terra.
- UNO che è come CRISTO, oggi, sempre vicino agli uomini.

Mons. Antonio Riboldi
Vescovo di Acerra (Na)




Testamento spirituale di Padre Josimo

Il 10 maggio, alle ore 12.30, due killer a servizio del latifondo, assassinavano un altro sacerdote brasiliano di 36 anni: padre Josimo Moraes Tavares, della diocesi di Tecantinopolis (Goiàs). Era di origine umile, totalmente dedito al popolo povero, perseguitato e oppresso dal potere terriero. Questo testamento egli lo pronunciò il 27 aprile, durante l'assemblea diocesana, dopo essere stato minacciato di morte.
"Desidero sappiate che quello che sta succedendo non è frutto di nessuna ideologia o corrente teologica e neppure è per causa mia o per la mia personalità. Penso che il perché di questo si riassuma in quattro punti fondamentali:
1. Perché Dio mi ha chiamato col dono della vocazione sacerdotale ed io ho corrisposto;
2. Perché il Vescovo don Cornelio mi ha ordinato sacerdote;
3. Perché il popolo di Dio mi ha incoraggiato e il Parroco di Xambioà, allora P. Giovanni Caprioli, mi hanno aiutato a superare gli studi;
4. Perché ho seguito con fedeltà questa linea di lavoro Pastorale che per la forza del Vangelo mi ha spinto ad impegnarmi in questa causa a beneficio dei poveri, degli oppressi, degli sfruttati.
"Il discepolo non è maggiore del Maestro. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi..".
Devo accettare. Ora sono impegnato nella lotta in favore dei poveri contadini indifesi, per il popolo oppresso dalle catene del latifondo.
Se io taccio, chi li difenderà? Chi lotterà per loro?...
Io per lo meno non ho nulla da perdere. Non ho moglie, non ho figli, non ho ricchezza e nessuno piangerà per me..
Solo mi dispiace una cosa: mia madre ha soltanto me e più nessuno per lei.
E' povera e vedova. Ma voi rimanete qui e l'aiuterete.
La paura non mi trattiene. E' ora di impegnarsi ed assumere.
Muoio per una causa giusta. Vorrei che capiste quanto segue: tutto quello che sta succedendo è una logica conseguenza risultante dal mio lavoro nella lotta e nella difesa dei poveri, in favore del Vangelo che mi ha portato ad impegnarmi fino alle ultime conseguenze. La mia morte non vale nulla se la paragoniamo alla morte di tanti contadini assassinati, violentati, mandati via dalla loro terra, che lasciano donne e figli abbandonati, senza protezione, senza pane, senza casa".

P. Josimo Moraes Tavares
Tempi di Fraternità n°7 luglio-agosto

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