LOTTA COME AMORE: LcA luglio 1975

Sempre sulla strada

Abbiamo radunato le nostre deboli forze per inviare ancora una volta questa nostra lettera a tutti i nostri amici, anche senza il fondamentale contributo di Don Sirio e quello di Maria Grazia. Che sono attualmente in Palestina.
Non sono stati motivi turistici o devozionali a spingerli a partire. E' certo che oggi - forse come non mai - abbiamo bisogno di una particolare chiarezza di fede per vivere un difficile rapporto con la Chiesa e con le realtà di questo mondo.
Man mano che il tempo passa non invecchia l'amore che ci spinge a rinnovare i motivi della nostra scelta cristiana e sacerdotale e avvertiamo l'incapacità a rinchiuderci in un mondo fatto solo delle nostre cose.
Se è vero che questo tempo che ci vede divisi può dare l'impressione di un tempo "minore"; quasi di una parentesi, è impressione non giustificata di tutta un'attenzione ed un impegno ad accogliere la volontà di Dio una disponibilità assoluta ad essere provocati dalla fede.
Scriviamo alcune cose, ancora più poveramente del solito, al termine di giornate pesanti per il caldo e la fatica del lavoro, nel poco tempo libero che ci resta dopo l'aver parlato con tanti amici e discusso insieme diversi problemi.
Non sappiamo quanto tempo durerà questa situazione e quando avverrà che saremo di nuovo riuniti. Siamo contenti che non vi sia un termine prefissato perché dà un respiro più ampio a questo tempo di ricerca. Ci affidiamo con semplicità al Signore che tiene in mano le nostre vite perché fruttifichi in noi la sua parola.
La terra di Gesù ci offre tanta possibilità di riflessione: nella contemplazione del mistero dell'Incarnazione, di questo incontrarsi in pienezza delle strade di Dio e dell'uomo e, nello stesso tempo, è motivo di inquietudine profonda per la violenza da cui è sopraffatta. Continua ad essere la terra di Gesù, luogo dove il potere e la sopraffazione non smettono di crocifiggere la povera gente. Sentiamo di non poterci incontrare con la storia ed i destini di questa terra senza allargare il cuore al mondo intero, alla storia di ogni tempo, al destino di ogni essere umano. Pur rimanendo qua, anche noi ci sentiamo coinvolti in questo allargamento di orizzonti perché il nostro povero amore cresca in noi per una vita diversa.

don Luigi e don Beppe

Terra Santa

Il viaggio di Sirio e Maria Grazia in Palestina è un piccolo avvenimento della nostra vita di comunità: ma come ogni piccola cosa della vita, porta in sé stessa dei significati che è giusto e buono cercare di scoprire. Perché tutto ciò che avviene in noi e intorno a noi può essere chiamata ad impegni più chiari, vivi ed autentici nella realtà del regno di Dio...
Per me la partenza è stata una cosa assai provocatoria perché è una scelta personale di alcuni di noi che avviene dopo diversi anni di vita comune, di scelte fatte sempre insieme, di strade percorse con lo stesso rischio. Ora qualcosa di nuovo è successo nella nostra vita: alcuni di noi hanno sentito il richiamo del tutto personale per un periodo da trascorrere in ricerca e approfondimento del mistero di Cristo nella terra che da sempre nella storia cristiana è stata chiamata «terra santa». Ora, dopo qualche giorno di questa assenza, riflettere su ciò che può essere nascosto in questo segno del tempo della nostra vita mi sembra pieno di significato e di indicazioni.
Per me è richiamo immediato al fatto che Dio, in Gesù Cristo, ha allargato i confini del Suo Regno a tutta quanta la terra, cosicché ogni angolo di terra può essere ed è realmente «terra santa». Per noi che siamo rimasti a casa, legati alle cose di ogni giorno, nello stesso lembo di terra e di mare, nel cantiere, nei campi, fra la solita gente di sempre, mangiati da tante povere cose che d'al. tra parte sono. la vita di tutti, è tanto urgente e necessario approfondire questo aspetto centrale del Cristianesimo: non c'è più tempo dove è dato esclusivamente di incontrare Dio; non c'è una storia esclusiva del Suo rivelarsi, un rito o un culto esclusivo della manifestazione del nostro amore per Lui. Ogni uomo e ogni donna sono la casa del Dio vivente e su tutte le strade, in tutta la storia uma-na, in ogni ricerca sincera di verità e di amore, in ogni lotta di liberazione dallo sfruttamento del povero si apre lo spazio di Dio.
Ogni terra è terra santa, capace di generare l'incontro con Colui che è la vita.
La terra è di Dio e tutta gli appartiene ed ha la capacità di creare motivi di rapporto con Lui: bisogna che questo avvenga in misure sempre più profonde, con serietà sempre più chiara perché sia possibile il compimento nella storia del mondo di ciò che Gesù chiama regno di Dio. «Né a Gerusalemme né su questo monte» dice Gesù alla donna samaritana, ma Dio lo si adora in spirito e verità e tutti i sentieri sono buoni per l'accoglienza e I'incontro.
Allora è cosa buona camminare per le strade della Palestina, sui sentieri che il Cristo Gesù ha toccato con la sua misteriosa e meravigliosa vicenda, allargare l'anima a tutto ciò che Dio da quella terra bellissima e tragica ha voluto comunicare all'umanità lacerata ed oppressa (allora come ora essa è terra di angoscia e di crocifissione).
Ma questo è certamente richiamo ed urgenza ad allargare lo sguardo al di là di ogni confine per abbracciare nel proprio cuore la storia dell'umanità intera e vedere in essa, nella sua totalità, la terra santa dove bisogna assolutamente poter collocare il centro del nostro impegno religioso e quindi del nostro amore a Dio in Gesù Cristo. «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli è a me che l'ho avete fatto» e «andate nel mondo intero, annunciate il vangelo a tutte le creature»: ci sono stalle, baracche, case popolari, paesi, città dove l'uomo continua a nascere solo ed emarginato come a Betlem: ci sono su tutte le strade Erodi e Pilati che cercano il Cristo per metterlo a morte; ci sono tribunali, carceri, poteri politici e militari sempre pronti a crocifiggerlo e a seppellirlo. E' questa la terra santa dove il Cristo ci aspetta per far germogliare in essa il seme della Sua resurrezione.
Il viaggio e il pellegrinare di alcuni di noi per le vie della Palestina è senza dubbio stimolo e spinta a ricollegare continuamente la storia di Gesù Cristo con quella degli uomini del nostro tempo.

don Beppe

Vita operaia

Vado al lavoro e canto
sento la forza battermi nel cuore
guardo in giro e sono il padrone del mondo!
Varco una porta o un cancello che sia
non sono più un uomo ma una sigla sul petto
centocinquanta mi chiamo e il mio nome più non conosco.
Mi metto a gridare e sono fragore di macchine
muovo le mani ma come vuole l'attrezzo
se penso, i pensieri sono stupide idee.
Non sono più io che vivo
è il padrone che vive dentro di me,
e un lavoro da fare ho al posto del cuore.
Dei miei figli io non sono più il padre
sono per loro soltanto il pezzo di pane
non sono la gioia l'amore ma solo l'affitto di casa.
Non ho più labbra per un sorriso d'Amore
non ho più mani per carezzare capelli
e il cuore a volte è un pezzo di dolore.
Ti guardo la sera negli occhi e non mi rispondi
forse a casa sono ancora il centocinquanta
e non trovo parole per te e per i nostri figli.
Domani? Il giorno nuovo è come quello di ieri
sarà soltanto un giorno di meno
sul conto di giorni che uccidono un uomo.

don Sirio

Grido a te, Signore

Signore, mi hai dato un'unica possibilità. La mia vita. Un soffio di uno dei tanti venti stellari. Una vita sola per cercare la Tua Verità. Per viverla. Per comprendere Te; io, una creatura, abbracciare l'Essere. Intuirlo e credere che valga la pena rischiare la tranquillità. Avere il coraggio di seguire la tua intuizione. L'intuizione di Te. E' un compito grosso. Un peso che curva la schiena; e mi fermo. Mi fermo ad attendere di ricominciare da capo. Qualcosa che urge di dentro e sempre trova dei limiti. Enorme desiderio di lasciarmi riempire dall'Essere. Di passare ad altri il mio desiderio; e mi fermo. Forse è da questa coscienza sofferta dei miei limiti che è nata la certezza di Te. Un bisogno reale di Verità, di Verità Assoluta, Verità Liberante, esplosione di vita, di forza. Di qui la certezza che mi sarà dato incontrarla. In tutto credo di potere bleffare, non in questo. E una verità profonda e vissuta nell'umano, è senz'altro riflesso dell'altra.
Ma a volte è troppo quello che chiedi. Dammi almeno la forza. Oppure dai ad altri la disponibilità ad offrirmi una mano a cui appoggiarsi e riposare.
Tu vivi nell'attimo d'amore che ognuno ha in sé, nel dramma iniziato da una cellula impazzita. Non sei nell'ipocrisia, nella falsità, nella superbia di chi si crede nel giusto, potente, in chi usa dell'uomo. Che Ti possa riconoscere. Nella mia unica possibilità. Nella mia libertà. Nel rischio di perderti, per cercare di averti. So che Ti troverò sempre. In chi non ha certezza e mi cerca per camminare un po' insieme, senza sapere chi sono. Nella rabbia di chi non ha altro. Nel silenzio di chi attende di essere scoperto.

Maria Luisa

Una croce vuota

Sopraggiunta l'estate, siamo arrivati quasi al termine del nostro andare qua e là, ogni tanto, a proporre la nostra rappresentazione teatrale che da «il cristiano dice no» ha continuato con il titolo di «la croce vuota»: dopo che il vescovo si è opposto a che la rappresentazione fosse fatta nelle chiese, abbiamo modificato la prima parte e tutto il discorso è venuto a far centro su un tema partico-larmente interessante.
Il Cristo, morto sulla croce oppresso dalla malvagità e dall'egoismo del cuore umano, ha sognato di essere l'ultimo crocifisso della storia. Dopo di Lui, dalla sua croce piantata sul mondo intero, la libertà doveva nascere, la giustizia, la fratellanza e l'amore fra tutti gli uomini. Ma questo sogno di Cristo si è spezzato contro il muro di pietra di tutti coloro che in nome del potere, della scienza, della legge, della religione hanno continuato a rizzare croci, a piantare chiodi nelle mani di chi ha continuato a cercare un mondo più libero e giusto.
E' sul filo di questo tema, così serio e così capace di riassumere molti aspetti del dramma della nostra vita, che abbiamo presentato la vicenda molto provocatoria e ricca di inquietudine del contadino austriaco Franz Jagerstatter ghigliottinato a Berlino il 9 Agosto 1944 dal regime nazista. Motivo .di tale spietata condanna è il suo netto rifiuto di partecipare in qualsiasi modo (né nei reparti di sanità né con i cappellani militari) alla guerra facendo appello alla sua coscienza cristiana.
Abbiamo camminato a grandi passi da Aosta a Livorno, da Varese a La Spezia, Sarzana, Arezzo e in tanti altri luoghi anche piccoli; abbiamo raccontato questa nostro storia mettendovi dentro tutta la passione e l'amore per Gesù Cristo, per la sua lotta e il suo coraggio nell'affrontare la vita secondo la volontà del Padre. Vi abbiamo messo anche la nostra passione per l'uomo, per l'umanità così sopraffatta dalla fatica del cammino, dallo sfruttamento e dalla paura e insieme così carica di speranze e di ricerca: ci siamo sottomessi a delle robuste fatiche - consolati spesso dalla fraterna accoglienza di tanti amici vecchi e nuovi - pienamente convinti della possibilità di contribuire alla crescita di «coscienza» di tante persone.
Specialmente di chi conserva in fondo all'anima il sogno di Gesti Cristo, del Vangelo, di una vita diversa, liberata dalla schiavitù della ricchezza, del capitale, della guerra e del potere d'ogni tipo.
Il nostro vescovo non ha voluto che questo messaggio - certamente parziale e discutibile (come parziali e discutibili sono tutte le prediche del preti e anche dei vescovi in tutte le chiese) - fosse gridato nelle chiese alla gente che va alla messa la domenica, ai buoni cattolici che troppo spesso sono stati costretti e forzati a pensare con la testa degli altri. Ci è stato impedito con autorità di portare nelle chiese parrocchiali la storia di questo sconosciuto contadino austriaco che ha pagato la sua Fede nel Cristo con la propria vita, incarnando cosi la Parola di Dio nella storia.
Rimane cosa strana e assurda questo rifiuto e non è la polemica che me lo fa ricordare quanto piuttosto il confronto con ciò che è venuto fuori dai nostri incontri con la gente, nei posti più diversi: abbiamo chiaramente raccolto inquietudini, desiderio di ricerca, attenzioni molto serie, a volte scontri molto violenti con ciò che veniva detto nel racconto e poi ampiamente dibattuto. Abbiamo sperimentato - anche se in misure molto umili e semplici - cosa significherebbe portare fra la gente, nel cuore stesso della vita familiare e popolare il seme dell'inquietudine evangelica.
Per noi, piccolo gruppo di nomadi da fine settimana, senza pretese artistiche ma con seria partecipazione personale, credo sia stata un'esperienza molto valida questo constatare la capacità del nostro testo di agitare l'acqua spesso così stagnante della coscienza per cercare insieme a tutti dei sentieri di verità e di comunione umana.
Questa croce, queste croci che continuano ad essere rizzate su tutte le strade del mondo; questi chiodi che lacerano il corpo di Cristo grande quanto l'intera umanità: come non possono non metterci a disagio, scavare dentro l'anima la voglia profonda che questa storia pazza finisca e ne possa nascere una nuova, limpida e buona come la luce del mattino?
Questo sogno così impossibile dovrebbe essere la realtà concreta della Chiesa di Gesù, il suo offrirsi autenticamente come il campo di terra buona dove gli uomini si riconoscono fratelli e si impegnano a vivere nella pace e qualunque costo.
.Abbiamo scoperto qua e là (e chissà quanto è ancora più grande) una Chiesa che ha paura del sogno del suo Signore, che si rifiuta di riconoscere i suoi tradimenti storici, che non vuol prendere coscienza della conversione che urge con violenza alle sue porte. Una Chiesa che non vuol guardare alla croce come ad un segno di lotta e non di rassegnazione, di contrasto e di rifiuto di ogni compromesso con il potere che avvilisce l'uomo.
Abbiamo incontrato (e quanto forse la portiamo ancora ben radicata dentro di noi) una Chie-sa che crede alla bontà della guerra «giusta», delle fabbriche di armi «per la difesa», dei quattrini, dell'ordine pubblico a base di polizia, dell'obbedienza alla patria e alla legge fatta dai potenti. Personalmente sono stato molto contento di aver tentato di offrire qualcosa di diverso alla riflessione della gente: che il cristiano è l'uomo libero della libertà che nasce da Cristo. E che la Chiesa cresce ogni qualvolta un uomo o una donna sanno dire di «no» e di «si» a partire unicamente da Lui, poiché bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini.
La Chiesa è il popolo degli uomini salvati da tutti i poteri, le patrie, gli eserciti le polizie, le paure e l'odio d'ogni specie; è popolo che prende sempre più coscienza che una croce sola - quella di Cristo - deve bastare a salvezza e liberazione dell'uomo.
Per questo, il «povero cristiano» austriaco ucciso a Berlino perché deciso a non aumentare il numero dei crocifissori rimane certamente per tutti noi che lo abbiamo incontrato sul nostro cammino uno dei personaggi più inquietanti nella nostra coscienza.

don Beppe

"Andate... annunciate il vangelo... battezzate"

L'amministrazione dei sacramenti è oggi un grosso problema nella Chiesa. Nella nostra Chiesa locale di Lucca si stanno stringendo i tempi per la realizzazione di un direttorio diocesano. Se ne parla tra preti, si affrontano discussioni con i giovani, con i babbi e le mamme, preoccupati di un probabile rialzo dei «costi» dei sacramenti, si assiste ad un certo movimento negli ambienti parrocchiali per adeguarsi alle nuove esigenze catechetiche.
Se abbiamo manifestato perplessità, non l'abbiamo fatto per difendere la pratica in uso fino ad ora, ma in quanto l'esigenza di un rinnovamento serio è così sentito da parte nostra per i problemi che comporta in tutta la realtà della Chiesa, da spingerci ad affrontare il discorso con il grande desiderio di arrivare a decisioni veramente fondamentali.
Siamo quindi contenti che nella Chiesa italiana e nella nostra Chiesa di Lucca si stiano per prendere decisioni piuttosto serie recuperando il sacramento al suo vero significato di segno di fede e togliendolo da un avvilente contesto di tradizioni e convenienze. Del resto è quanto da anni stiamo cercando di fare con quanti ci hanno chiesto di prepararsi con noi alla celebrazione del matrimonio, della messa di prima comunione, del battesimo, dell'eucarestia domenicale, della .riconciliazione.
Scrivevamo due anni fa: «L'importante è liberare la coscienza cristiana dalla inevitabilità dei «sacramenti», dal credere i «sacramenti» come condizione indispensabile per l'essere cristiano. Perché il Sacramento, ogni sacramento, è l'incontro di una volontà di ricerca, di una programmazione cosciente di esistenza cristiana, con quella precisa realtà esistenziale ritrovabile in Gesù Cristo e in Lui, attraverso Lui e con Lui, ottenibile nella propria vita. Ogni sacramento è profondo, insondabile mistero di collaborazione nel quale l'attività creatrice appartiene a Dio, l'attività accogliente appartiene all'uomo per il concepimento e la nascita e la vita di un'esistenza tipica, particolare, caratterizzata, la vita cristiana, cioè la vita nuova iniziata da Cristo e che continua nel cristiano e quindi nel Popolo di Dio che è la Chiesa.
E' in questa visione profondamente religiosa della vita e dell'esistenza umana, storicizzata in Cristo e nella Chiesa, che troviamo e crediamo le misure di Fede indispensabili ad una sacramentalizzazione. Questi segni sacramentali che costituiscono la Vita, attualizzano cioè l'opera di Dio nel mondo provocandone la consapevolezza.
Questi sette sacramenti che provengono dalle diverse condizioni della vita raccogliendone i momenti più decisivi e determinanti perché tutti e ognuno possano condurre alla pienezza di vita in Gesù Cristo in una risposta piena e perfetta al progetto di Dio.
La sacramentalizzazione, così come viene vissuta o per peggio dire «amministrata» nella pastorale del nostro tempo continua a contenere, a esprimere, a concretizzare, a dare coscienza e consapevolezza di questa misteriosa e adorabile opera di Dio nel mondo?
E' questa la problematica che ci angoscia profondamente».
Ancora oggi ci poniamo questo interrogativo, forse con maggiore fiducia e serenità.
Abbiamo voluto riunire alcune nostre riflessioni sulla celebrazione dei sacramenti per poterla insieme approfondire e discutere.
La comunità del Porto.




UNA SCELTA DI FEDE
Evidentemente è il momento fondamentale di una coscienza cristiana rinnovata. La gente non sarà più chiamata a scegliere di sposarsi in comune o di non battezzare i figli nei confronti di una «normalità» per cui è logico sposarsi in Chiesa e battezzare i figli. Avverrà il contrario, ma come sarà concretamente possibile se non saranno abbattuti alcuni ostacoli per una scelta libera e serena? Sicuramente i sacramenti rappresenteranno sempre meno momenti legati ad interessi e motivazioni che non siano strettamente di fede. Sarebbe meschino pensare che sia sufficiente eliminare i motivi folkloristici e sentimentali: e chiaro che sarà la vita della Chiesa realizzata attraverso scelte di povertà e di solitudine, rinunziando ad ogni collusione con il potere, ad ogni privilegio concordato, a tutto un giro di quattrini e di banche, ad ogni forma di autoritarismo clericale... , sarà la vita di fede di una Chiesa rinnovata a proporre un volto non appetibile per motivi umani ma solo per l'intelligenza della fede.
E questa fede se sarà davvero l'unica spinta decisiva per partecipare alla vita della Chiesa, non potrà accettare una messa condita da svenevoli canticelli, aperta alla vita attraverso le scontate e asettiche intenzioni dei fedeli, ma esigerà un vero incontro tra fratelli anche senza la convenzionale stretta di mano prima della comunione, purché sia realizzato in un confronto aperto con la Parola di Dio, in una accoglienza dei diversi motivi di fede, in una ricerca di comunione volta volta ritrovata. Non sarà quindi possibile - mi sembra scontato - accogliere come criterio di ammissione ai sacramenti la partecipazione alla Messa finché essa rimanga legata ad un precetto e sia realizzata in una convenzionalità rituale sia pure senza sbavature. Non bisogna dimenticare che anche la Messa è un sacramento, il principale anzi, e quindi non può essere partecipato per scelta di fede se non perde tutti quegli elementi pietistici e devozionalistici che impediscono una seria provocazione alla fede.
Non possiamo quindi non essere d'accordo con questa ricerca e con questa impostazione di rinnovamento sacramentale in quanto non potrà non portare un rinnovamento nella vita di tutta la Chiesa. Il sacramento dell'ordine infatti non proporrà più al servizio della Chiesa organizzatori infaticabili, esecutori zelanti, uomini della legge, ma cristiani convinti di essere donati da Dio alla Chiesa perché questa non rimanga impastoiata nella sua pastorale, infagottata in quattro cenci rituali, illusa di poter stare «nel mezzo» alle tensioni umane, senza compromettersi, sicura di poter essere più furba di Colui che l'ha fondata e di poter scegliere la croce su cui essere inchiodata.
Una Chiesa quindi rinnovata nella sua gerarchia, nel suo incontrarsi intorno all'altare, nelle responsabilità di ogni credente, nell'incontro quotidiano con la vita.
Non possiamo non credere che questi siano i motivi che sorreggono le nuove esigenze in materia di sacramenti. Non possiamo non credere che le riforme in atto non si :limiteranno ad una serie di provvedimenti restrittivi aggravando i pesi sulle spalle della gente. Se così non fosse sarebbe un imbroglio terribile.
D'altra parte ogni sforzo per chiarire le motivazioni di fede sarà ambiguo nella misura in cui ogni altra motivazione sia stimata negativa o comunque insufficiente ad una seria responsabilizzazione nei confronti dei valori della vita. l bambini non battezzati perché i genitori non vivono nella fede, non dovranno più essere immaginati come potenziali clienti di un limbo di condanna o come figli naturali non riconosciuti da Dio Padre. E' troppo vicino il tempo in cui si doveva battezzare il figliolo entro otto giorni (da noi tre soli) pena il peccato mortale, perché ora si possa fare tranquillamente il viso di chi ha le mani pulite. Levatrici zelanti con la coscienza formata da preti di provata pietà bagnavano in fretta la fronte di un neonato i cui genitori non fossero sicuramente praticanti, per salvare la creaturina dal peccato originale Ora gli stessi preti confortati dallo stesso vangelo diranno cose tanto diverse, tuoneranno contro le credenze magiche della gente, dimenticando di essere all'origine di tanta ignoranza. Così per quanto riguarda coloro che si sposano civilmente potrà ancora essere valida la qualifica di «concubini» e tutta la diffidenza che provocano coloro che sono in odore di peccato?
Non sarà forse necessario un itinerario «penitenziale» che porti cristiani e preti ad un incontro e ad una «riconciliazione» con situazioni su cui pesava e pesa tuttora un giudizio negativo? Non dovremmo noi passare il tempo più con coloro che sono in tali situazioni che tra noi?
Avere un'attenzione delicata e una preoccupazione seria per i valori che essi possono incarnare? Certo che chi é pronto a scandalizzarsi ed è abituato a valutare la fede in termini di privilegio non sarà d'accordo e accuserà di populismo, di comunismo, di compromissione politica, di turbamento di idee. Ma non hanno rimproverato anche Gesù di passare il suo tempo con le prostitute e i pubblicani?
E' venuto quindi il tempo in cui la Chiesa può ritrovare un posto nel mondo che non sia legato a privilegi e a criteri di giudizio capaci di assurde discriminazioni. Una Chiesa aperta ad ogni incontro. incapace di diffidenza perché priva di ogni potere, sicura solo delle promesse di Dio. Solo una Chiesa dal cuore nuovo può esprimere segni rinnovati.

LA PREPARAZIONE
Se le cose sono fatte seriamente, se non vi sono preti che intendono e praticano la evangelizzazione come una pura e semplice trasmissione della dottrina della Chiesa se il fatto non si riduce ad una serie di spiegazioni e a qualche momento passato insieme, la preparazione dovrebbe essere un tempo di intensa riflessione perché possa maturare una scelta di fede più autentica, senza escludere anzi riproponendo scelte diverse perché vi sia sempre un'adesione in libertà.
E' forse poco benevolo pensare che in pratica la preparazione possa essere realizzata quasi come una condizione che di per sé porti al sacramento, una dilatazione del momento «magico» del rito che abbraccia tutta una serie di incontri catechetici?
D'altra parte è onesto ricordare che anche prima che una preparazione fosse obbligatoria, c'era chi avvertiva la necessità di un aiuto per accostarsi ai sacramenti in modo serio e chi invece appoggiava tutto alla pronunzia di precise parole e al compimento di determinati gesti. Questo fatto è alla base della confusione nella testa della gente che non riesce a capire che la separazione non è una serie di carte da ottenere (sono sempre vivi quelli che per fare comunione a Pasqua dovevano mostrare il foglietto della avvenuta confessione e conseguente assoluzione). ma un cammino compiuto insieme per prendere seriamente e responsabilmente una decisione di importanza vitale. Non dovrebbero quindi essere considerati preparazione seria un insieme di catechismi o di conferenze sia pure esaurienti sotto il profilo del pensiero cristiano, predicozzi più o meno centrati, spiegazioni rituali e liturgiche con applicazioni moraleggianti.
Una preparazione che tenga conto di una scelta di fede all'inizio, per una chiarificazione crescente della vocazione personale, per una responsabilizzazione concreta nella comunità a seguito della propria vocazione per un inserimento progressivo mai concluso nella globalità della proposta di Cristo che coinvolge tutta la comunità, non può non rappresentare un momento di crescita proprio per una presenza resa più adulta e più chiara da un approfondimento della fede.
Non si «amministreranno» quindi più sacramenti a conclusione, ma come inizio di un'esistenza e di un impegno nuovo. Una preparazione non potrà collocarsi nel quadro di discorsi generici ed esortativi, ma dovrà individuare punti precisi e linee caratteristiche per una autentica testimonianza cristiana.
Se questo è ciò che viene proposto, la Chiesa non sarà più il luogo delle parole astratte, delle espressioni forti, ma generiche e scontate, del panegirico della dottrina cristiana dimenticando i tradimenti storici, ma il luogo dove la vita di fede si cala nella storia concreta per una trasformazione possibile solo per la potenza di Dio. E la Chiesa non sarà più neppure dominio di pochi che tengono il potere di fare e disfare, di dare patenti di competenza, giudizi di merito, indicazioni da seguire, ma sarà luogo dove ciascuno ha la responsabilità di un contributo specifico per una vita ed una seria riflessione cristiana.
A seconda di come questa preparazione sarà effettuata, i sacramenti potranno divenire sempre più autentici segni di fede, oppure potranno rimanere chiusi in significazioni devozionali e spiritualistiche a condanna di una Chiesa che a parole e solo a parole sa essere coraggiosa. Perché questa seconda ipotesi non si avveri, molte cose dovranno cambiare e non sarà davvero facile come cambiare un messale o un rito particolare: sarà questione di una riforma profonda della mentalità di fede e dello stile della Chiesa. E' quanto da sempre andiamo sognando anche se ci sentiamo tanto incapaci e tanto lontani nella nostra vita pratica.
don Luigi


La Comunità del Porto

L'amore al servizio della comunità

L'amore del Padre
ci ha fatti incontrare.
Partecipi della sua pienezza di vita
ci siamo riconosciuti.
Abbiamo costruito il nostro rapporto
che, oggi, in comunione con tutti voi,
diventa segno del progetto di liberazione totale
voluto dal Padre
realizzato da Cristo
affidato a noi
per servire coloro ai quali
tutto è negato dai potenti della terra.
Questa la prospettiva della nostra famiglia:
non una realtà chiusa
ma una realtà aperta
ai richiami della storia,
con le sue contraddizioni ma decisa
a superarle
con il vostro aiuto.
Un amore che ci libera e ci salva
se libera e salva gli altri,
un amore capace di generare altri amori.
E' la certezza della nostra fede.
E' l'esigenza della nostra storia.
E' la speranza della resurrezione per noi e per tutti.
Questo vi partecipiamo, lieti di incontrarvi, tutti,
attorno all' altare di Cristo.

Amedeo e Maria Teresa

I vescovi della paura

Sono tornato a casa del cantiere portando sulle spalle una giornata di caldo soffocante e quindi di fatica ancora più dura. Certe giornate svuotano di dentro e fanno sentire in modo più chiaro di sempre cosa significa la condizione operaia. Specialmente da noi dove in questi mesi estivi esplode il turismo, anche quello di gran lusso, e i mondi opposti e diversi si mescolano e più evidente appare la falsità di un modo di vivere che crea differenze così sfacciate.
Sono tornato a casa e ho dato come al solito una rapida occhiata al giornale quotidiano «Avvenire»: lo leggiamo non perché è il giornale «cattolico», come a dire quello buono, quello che dice le cose giuste, cristiane. Lo leggiamo per restare il contatto con ciò che avviene nel mondo interno della gerarchia ecclesiastica, per conoscere ciò che si muove in questo «mondo cattolico» spesso cosi poco fedele al nome che porta. Poiché dovrebbe essere universale, a cuore aperto, senza misure ed è invece troppo spesso così ristretto, chiuso come una vecchia sacrestia fuori uso.
Ho cercato sul giornale qualcosa che desse fiato, aiutasse a vivere meno pesantemente l'impegno che cerchiamo di reggere e di portare avanti; una voce di Chiesa che facesse intravedere orizzonti più aperti e respirabili. Vi ho trovato invece cose che affaticano e rendono pesante il camminare, specialmente vivendo nella classe operaia, sbriciolati dentro la vita dei propri compagni, cercando di leggere in loro le speranze e le attese che nemmeno riescono a esprimere.
Mi ha molto intristito un articolo in prima pagina, del 13 luglio (a noi arriva il lunedì) sull'intervento dei vescovi lombardi in merito al voto del 15 giugno, intitolato «Fermo richiamo all'originalità cristiana». Di originale non vi ho trovato purtroppo niente: qualcosa che realmente avesse il sapore genuino dello spirito del Vangelo, dell'acqua chiara di sorgente, dell'aria limpida del primo mattino. Tutto sa cosi di vecchio, cose sentite mille volte, lamenti e deplorazioni, parole che dicono e non dicono. Di nuovo semmai (sempre secondo il commento di «Avvenire» che penso sia al di sopra d'ogni sospetto) c'è il modo molto velato, ma anche più cattivo, di dichiarare fuori della comunione della Chiesa e dei loro pastori «tutti quei sacerdoti e religiosi che hanno indotto i fedeli a porre la loro speranza per una società migliore nella ideologia marxista».
Preciso subito di non aver «indotto» nessuno a scelte del genere: la mia speranza si pone indiscutibilmente in Dio per mezzo di Gesù Cristo. Né tanto meno mi sento in dovere di sollecitare qualunque scelta di tipo politico approfittando di un richiamo alla fede cristiana. Questo non vuol dire però che mi sia ritenuto obbligato a votare Democrazia Cristiana, come invece i vescovi lombardi fanno intendere senza mai arrischiarsi a pronunciare il sacro nome. E' strano come questi fratelli vescovi non si siano ancora accorti che le scelte politiche non si possono dedurre dalla Fede: è un vecchio trucco che ormai non fa più presa. La Fede è una cosa chiara, netta, assoluta: è dono che viene dall'alto e illumina il cammino. Dio è l'Unico ed è Lui solo che il credente sente di dover servire con tutto l'amore. Come con lo stesso amore si sente di dover vivere in comunione con tutti gli uomini.
La politica è un'opinione, un modo discutibile da verificare in pratica: c'è una politica fatta apposta per imbrogliare la povera gente e per mantenere i privilegi di chi domina con i quattrini, la forza, la legge. L'obbedienza a Dio nella Fede non può essere portata come motivo diretto per la scelta di un partito a salvaguardia di una presunta civiltà cristiana: quanti 15 giugno ci vorranno perché i vescovi lombardi imparino queste cose?
Nel loro intervento ci si sente la paura di fronte ad un mondo che cambia, a persone che si sono finalmente liberate da vecchi timori e che non per questo è detto abbiano fatto la scelta giusta. Ma ciò non vuol dire che facendo una scelta secondo coscienza e votando liberamente «a sinistra» abbiamo tradito la comunione nella Chiesa e la fedeltà al Cristo Signore. Su questa paura non è più possibile campare; questo falso potere che la Chiesa da noi ha usato per mantenere in soggezione innumerevoli coscienze non ha niente a che fare con il servizio per la Fede che il vescovo e il sacerdote hanno per la comunità loro affidata.
La Parola di Dio ci libera dalla paura e dalle false sicurezze: questo mi sarei aspettato da chi ha ricevuto il dono di conservare I'autenticità del messaggio di Salvezza nella Chiesa e nel mondo. Non ci sono più coperture per nessuno; la Fede non può essere uno «scudo crociato» dietro al quale si può giustificare tutto il sottobosco politico e sociale fatto di privilegi, carrierismo, sfruttamento economico, dominio militare e poliziesco. I vescovi - leggendo i segni dei tempi - avrebbero potuto dire se mai che nemmeno «a sinistra» ci possono essere certezze assolute (ciò che tanti cristiani di sinistra hanno capito): ma che bisogna sempre andare oltre l'orizzonte dove cresce la giustizia del regno di Dio. C'è una sinistra ancora nascosta, quella dove il Cristo Gesù ha camminato tutta la sua vita, povero con la povera gente, perseguitato e respinto, torturato e crocifisso, risorto e vivo. E' là che i vescovi lombardi avrebbero potuto spingere i nostri sguardi stanchi e forse annebbiati dalla fatica e dalla ricerca d'ogni giorno. Ma senza prendere di nuovo in mano la vecchia frusta delle lamentele e delle minacce ammantate di vuota preoccupazione: non è di qui che può nascere un mondo nuovo.
Perché poi avere così tanta paura di dover vivere la Fede in un mondo che domani fosse segnato dal marxismo, dal comunismo, dal socialismo: perché aver paura? Viene il dubbio che questa paura nasca dal timore degli uomini e non da quello di Dio: paura di perdere un potere, dei privilegi, lo stato vaticano (Dio lo volesse), dei vantaggi particolari. E' assurdo e strano temere di camminare nella storia, cercare di cambiarne il corso strumentalizzando il nome di Dio: la paura non è cristiana e non serve a nulla. Nemmeno quella dei vescovi portoghesi che si sono tenacemente opposti alla nazionalizzazione della sezione radio «Renascenza», facendone motivo di opposizione politica. Non dice forse il Signore di dare la tunica a chi vuole il mantello, di fare il doppio di strada di quella che si può essere richiesti? Cosa vale di più una stazione radio, un partito cosiddetto cattolico, oppure la libertà di chi sa di dover andare per il mondo senza bastone, né due tuniche, né borsa per il denaro? E di essere debitore a tutti - specialmente ai pagani - del dono gratuito che Dio ci ha fatto.
Quando ci saranno (e grazie a Dio ci sono) vescovi capaci di spingerci a questo coraggio cristiano, sarà meno faticoso per tutti - specialmente per tanti «atei» credere nel Dio che ci ama e ci salva.

don Beppe

Mostraci il tuo volto

Mio Dio fa di noi degli uomini sani
liberaci da queste lacerazioni
mille impressioni ci bombardano
mille rumori ci martellano nelle orecchie
gli urli degli altoparlanti
il rombo delle macchine
la sirena dell'autoambulanza
che porta la vittima
della violenza
sulla strada
mille immagini ci lampeggiano negli occhi
mille cartelli pubblicitari lungo le strade
ci comandano cosa comprare
cosa usare
cosa mangiare
mille titoli sui muri, sulle stampe
ci dicono chi ha ragione
chi sa di più
chi lo fa meglio
mille manifesti dei film sulle pareti
offendono noi donne
facendo di noi
giocattoli
Oh Dio liberaci da questo caos
questo falso splendore
che schiaccia il dorso del povero
che mangia il pane del misero
che vive del sangue del fratello
Questo falso splendore che crea guerre
che si combattono per il profitto
che assassinano per il profitto
per il profitto dei fabbricanti d'armi
dei commercianti d'armi
delle potenze delle armi
guerre dove in milioni di poveri
viene lacerato il tuo corpo
bruciato il tuo corpo
il tuo corpo sacro
viene sparato al tuo volto
al tuo volto sacro
Abbi pietà di noi!

Hedi Vaccaro 1972-75

Movimento internazionale della Riconciliazione

Il M.I.R. è una federazione di gruppi i cui membri, lottano per la giustizia e per la pace, si af-fiancano agli uomini che - in tutto il mondo sono vittime dell'ingiustizia e della oppressione economica, politica e militare. Essi dunque si sentono obbligati, in coscienza, a respingere - sotto qualsiasi forma - ogni preparazione e partecipazione alla guerra. Pertanto intensificano i metodi di lotta non violenta nella ricerca della verità e nel rispetto dell'avversario.

ISPIRAZIONE
Superando le barriere nazionalistiche i suoi fondatori hanno inteso obbedire agli imperativi dell'amore insegnati nel Discorso della Montagna.
Consapevole di questa ispirazione, oggi il M.I.R. ha anche membri di credi religiosi e filosofici diversi. Nell'impostazione non violenta della loro vita, i membri di fede cristiana si rifanno alla vita di Gesù Cristo, al Suo Amore per i nemici, fino al sacrificio volontario, alla Croce, alla Resurrezione. Tutti, comunque sono liberi di esprimere le intime motivazioni personali del loro impegno nonviolento. Nella confluenza di fedi religiose e filosofiche differenti, in unica testimonianza ed unica azione, il MIR è costituito da gruppi federati in seno all'International Fellowship of Reconciliation. Ogni gruppo ha piena libertà di espressione e di ispirazione.

STORIA
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, alcuni cristiani inglesi e tedeschi si sono promessi di non fare guerra gli uni contro gli altri. E' nato così in Inghilterra il Movimento. Molte centinaia dei suoi membri hanno sofferto il carcere essendosi dichiarati obiettori di coscienza, alcuni hanno dato la loro vita. Nel 1915 il Movimento si è diffuso anche negli Stati Uniti e nel 1919 è diventato internazionale. Fin dalla fondazione il MIR fu caratterizzato da due elementi radicali: il suo cristianesimo ecumenico ed il suo pacifismo rivoluzionario, che proviene dal Vangelo. Durante la seconda guerra mondiale molti membri del Mir, Max Metzger, Hermann Stoenr, Muriel Lester, Lloyd Davis, Matilda Wrede, Pierre Cérésole, André Troamé lavorarono concretamente per trovare delle soluzioni non violente nel vivo dei conflitti reali.
Oggi il MIR ha sezioni in 26 paesi e membri sparsi in molti altri. I premi Nobel per la Pace Albert Schweitzer, Albert Luthuli, Linus Pauling e Martin Luther King sono o sono stati membri del MIR il quale sostenne fin dall'inizio il movimento per i diritti civili negli USA.
Con Gandhi il MIR intrattenne rapporti costanti, così come ora con i buddisti vietnamiti, che hanno condotto una lotta non violenta per la fine della guerra, subendo indicibili sofferenze e persecuzioni da parte del governo militare del Sud Vietnam.
Negli ultimi anni il MIR si è esteso molto nell'America latina, dove stanno sorgendo sempre più numerosi gruppi locali, i quali, con azioni non violente, lottano per realizzare dei cambiamenti rivoluzionari.
In Italia il MIR si occupa soprattutto di:
1) Scuola di non violenza: dibattiti, conferenze ed incontri con militanti nell'azione non violenta di tutto il mondo; studi comunitari;
2) sistemazione della biblioteca e del centro di documentazione e di informazione sulla non violenza, le cause e gli effetti delle guerre, 1'obiezione di coscienza, il razzismo, i diritti dell'uomo;
3) manifestazioni e volantinaggi in occasioni particolari;
4) sostegno agli obiettori di coscienza;
5) aiuto alle Chiese per scoprire con loro la potenza rivoluzionaria dell'amore di Cristo.

(Da un Bollettino del M.I.R.)


Dalla parte dell'ultimo

E' uscito da poco più di un anno un libro sulla «vita del prete Lorenzo Milani» (Ed. Milano libri Edizioni Via Civitavecchia, 102) della giornalista Neerea Fallaci.
Nn libro molto serio, scritto con grande attenzione e soprattutto con tanta partecipazione alla vita e alla storia così intensa di don Lorenzo.
Pensiamo che la lettura di questo libro possa essere di aiuto per comprendere in profondità l'impegno di un uomo che è stato veramente dalla parte degli ultimi a seguito di una scelta cristiana radicale che ha fatto di lui un prete scomodo per la Chiesa nella quale si è trovato a vivere. Ora che è morto sono in molti forse a dire bene di lui, magari disposti a riconoscerlo quasi un profeta. Può darsi che questa sia sincerità di fronte ad una vita così seria. ma viene il dubbio che ci possa essere tanta retorica.
Quasi per mettere alla prova il nostro sentimento di fronte alla parola netta e tagliente di don Lorenzo vogliamo ricordare una delle pagine più lucide e più provocatorie della sua «lettera ai giudici». Vorremmo che soprattutto i cappellani militari italiani si sentissero - ancora una volta - messi in questione da questa parola così chiara e precisa.
«..Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura. l'esecuzione d'ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione. l'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?
«Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri «superiori» sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mo-strando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.
«L'obbiezione in questi 100 anni di storia l'han conosciuta troppo poco. L'obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l'han conosciuta anche troppo. ( ... )
«Era nel '22 che bisognava difendere la Patria aggredita, Ma l'esercito non la difese, stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti I'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza «cieca, pronta, assoluta» quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000 morti).
Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra «Patria», quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorano la Chiesa). ( ... )
«Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l'ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete la sua vita?
«Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l'esempio e il comandamento del Signore è estraneo al comandamento cristiano dell'amore allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate, come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle, se volete onorare la sofferenza degli obiettori. almeno tacete!
«Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: Auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità.
«Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
«Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano».

(Neera Fallaci: «Dalla parte dell'ultimo» pago 364-385)



La voce di un amico

Non comprendo:
ho lavorato giorno e notte
ad alzare questa torre,
l'ho intonacata
con cemento armato e pietre robuste
più sale
e più si disperde il mio vero io...
..E non comprendo il significato.
E' con canto umile
che si ottiene
una costruzione perfetta.
Il mio flauto: suono e lamento.
Molte sono le melodie cercate
ma gli accordi perfetti
non li ho ancora incontrati.
Tutto il mio tempo
ha passato ad insegnare
a costruire la mia torre
per giungere a Lui.
Il tempo mi ha favorito,
ma la pioggia
ha distrutto gran parte
d'ogni fatica.
Dentro di me
vive ancora
un appassionato canto
di desiderio.
L'albero non è fiorito
e il vento
è più crudele.
Lui non si è fatto vedere.
La mia voce
non è stata ascoltata.

Fernando Moriconi
(Pisa . Rep. Rianimazione)

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