Pane e pesci

immagine:  Pane e pesci A dieci anni dalla morte, il sorriso di Beppe è rimasto amichevole e accogliente nel cuore dei viareggini e non solo. Segno indelebile di uno spirito che ha saputo dare la concretezza della carne a parole come amore, pace, condivisione, accoglienza, misericordia... Ho creduto bene, su queste paginette, di dar voce a chi lo ha conosciuto e lo ricorda con le parole rotte dell'emozione e della memoria che sopraffa, attraverso immagini interiori, l'ordinata articolazione del linguaggio. Ringrazio chi ha voluto lasciarne traccia, che spero di aver raccolto con attenzione e cura. Invito coloro che volessero continuare questo percorso di ricordi e di desideri a far arrivare i loro scritti (anche solo di una frase di pochissime parole!) in modo da raccoglierne ancora per inserirli in un
"ritratto" di Beppe così come nasce nel cuore di tutti noi. Unisco, nelle ultime due pagine, la biografia di don Beppe scritta da Maria Grazia Galimberti e riproposta nel sito www.lottacomeamore.it insieme con tutti i "giornalini" usciti dalla chiesetta del porto, contenenti anche gli scritti di Beppe, i suoi racconti semplici e intensi nello stesso tempo. Ne riporto qui uno stralcio, di un pescatore di uomini che ha accolto la chiamata a farsi pescatore "di lampara" e a immergersi sempre più nel gran mare della vita. Luigi
Il mio lavoro è antico quanto l'uomo e quindi ha conservato - pur nell'evoluzione storica dei mezzi tecnici - un suo carattere «primitivo», che gli deriva dal suo rapporto con le forze della natura: il vento, la pioggia, il giorno e la notte, la bonaccia e il «marettone». Questo fatto lo rende duro e spesso incerto. Lavoro da circa un mese su un motopeschereccio (il «Libeccio») per la pesca mediterranea: è una grossa barca di 143 tonnellate di stazza, lunga 31 metri e larga 6, con la «coperta» tutta ingombra delle attrezzature necessarie al mestiere... Ho cercato di parlare del lavoro; non ho detto niente degli uomini che lo fanno e lo subiscono. Vorrei dire qualcosa di loro, perché essi meritano un particolare rispetto e una considerazione particolare. Sono i miei compagni: con loro divido il pane, la fatica, la speranza che tutto vada bene. Siamo in sedici sulla nostra barca, capitano compreso. Ad eccezione di lui e di me, gli altri sono tutti siciliani. Alcuni abitano a Viareggio da diversi anni; ma la maggior parte vengono «a fare la stagione», lasciando la casa e la famiglia e affrontando un periodo di grossi disagi. Sono dei "migranti", anche se all'interno: stanno qui da marzo a settembre (fra tutti gli equipaggi delle lampare, sono circa 250 uomini). Molti sono giovani; ma ci sono anche uomini oltre i 40 anni, che hanno consumato tutta una vita sul mare: c'è chi è stato all'estero e tutti hanno affrontato e affrontano questa vita dura e scomoda, per cercare di farsi una casetta al paese, dare una sistemazione dignitosa ai figli, alleggerire il peso di una povertà che dura da generazioni. A metà stagione, hanno una licenza di una decina di giorni: una corsa a casa, a rivedere la moglie o i genitori, e poi di nuovo «al pezzo», fino ai primi di Ottobre. Quelli che continuano a fare questo mestiere, stanno a casa quattro mesi all'anno, in inverno: al paese, si arrangiano a fare qualcosa per tirare avanti fino al principio della primavera. Sono uomini seri, che lavorano forte e sentono l'impegno di un pane guadagnato a prezzo di tanti sacrifici. lo sono sacerdote. Essi lo hanno saputo fin dallo inizio e mi hanno accolto con sincera amicizia. Piano piano stiamo facendo conoscenza: sento bene che essi scoprono nella mia povera vita, divisa totalmente con loro, il volto di un sacerdozio (e quindi di una Chiesa-continuazione di Cristo) fino ad ora sconosciuto nella loro esperienza religiosa. Sono certo che dividendo con loro il pane, il poco dormire, la lunga fatica di ogni notte, la povertà di questa vita - e tutto abbracciando nella Fede, tutto raccogliendo nella Eucarestia, tutto portando al Cuore di Dio attraverso il mio povero cuore d'uomo - sono certo che qualcosa del Regno di Dio cresca e maturi. E non solo in loro, dei quali conosco il nome e vivo l'amicizia; ma in tutta una realtà di esistenza umana allargata fino ai confini dell'umanità, perché l'amore cristiano sento che è una potenza universale, capace di produrre i germi della vita dentro la dispersione dei figli che Dio chiama all'unità da ogni angolo della terra. lo sono qui non a nome mio personale, ma di tutta una comunità cristiana di cui sono parte: con i miei fratelli e le mie sorelle che raccolgono e vivono altre realtà della vita umana (la parrocchia, l'ospitalità, la vita del cantiere o della fabbrica), sento di compiere un'opera di Chiesa e quindi di rapporto serio e incarnato dell'Amore di Dio con le sue creature. Al di là di tutto lo sforzo fisico, di tutte le rinunce che mi sono chieste, sento benissimo che la cosa essenziale è unicamente il fatto di essere una vita umana dove Dio è Tutto, dove gli altri possano
incontrare unicamente i suoi Valori, la sua Presenza, Gesù Cristo vivente oggi, con loro, al loro fianco, seduto alla stessa tavola, attaccato alla stessa croce quotidiana. Sento crescere in me la realtà autentica del sacerdozio cristiano: essere questo spazio fatto di carne e di sangue, di anima e di cuore, dove Dio prende un volto, assume e fa sua l'esistenza, il sacrificio, la speranza, la solitudine e il bisogno di luce dei suoi figli. Dove l'Amore non è una parola, un sentimento, ma la vita intera offerta per il Regno di Dio ai propri fratelli. Sto imparando a dimenticarmi, a lasciar fare completamente a un Altro, per poter essere quel pane che Cristo vuole che siano i «suoi» per la fame del mondo.

don Beppe
in La Voce dei Poveri, Aprile 1971



in Lotta come Amore: LcA Giugno 2018, Giugno 2018

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