Un prete nascosto nelle pieghe

della giornata di lavoro

Dedico questo secondo giornalino del 2017 alla Chiesetta del Porto. L'edificio sulle sponde del Canale Burlamacca e della Darsena Toscana che mi ospita dal ormai lontano 1972. Ma, soprattutto, alla piccola cappella che ne costituisce il cuore e il motivo di essere. Perché - mai dire mai nella vita! - per tanti anni, in particolare da quando sono rimasto l'unico ad abitare lì, alla morte di don Beppe Socci, mi sono considerato "ospite" della casa e "custode" della cappella. Mentre, da poco tempo, mi è accaduto di pensarmi "abitante" dell'intero edificio, cappella compresa. Ed è come se aprissi gli occhi su un luogo vissuto da sempre e mi lasciassi portare via dal gusto della scoperta. Di una storia, del suo spirito, come di ogni pietra riconoscibile agli occhi, ma anche al tatto, al suono, al colore, all'odore. La cappella, in particolare, mi ricorda il lungo percorso che mi ha accompagnato da quando, giovane prete, capii che mi ero consegnato ad un ruolo - quello clericale - che mi voleva "separato" nel nome di un "sacro" non santo ma connesso strettamente al potere. E quel mio istintivo cercare di mantenere le distanze da una parte di me che non volevo né potevo accettare, preferendogli una esistenza che portava con sé la cicatrice di una scissione come uno stigma. Ricordo ancora che un giorno, rientrando in casa dei miei, mi cadde l'occhio sull'orlo della tonaca da cui spuntavano le scarpe nere. Mi venne in mente che - fino alla morte - avrei indossato quell'uniforme. Non è che mi dispiacesse in sé stesso quel vestito. Fu la percezione istantanea del "per tutta la vita"... Ne ebbi una sensazione amara che mi restò dentro per tutto il giorno. Quella che per me aveva voluto essere una avventura in un mondo tutto da scoprire, iniziava a portare con sé i segni di un percorso che si trattava solo di ripetere alla ricerca della copia perfetta. Così vicina all'originale da potersi scambiare con essa. E l'originale si rivelava sempre più non Gesù, che rimaneva solo un'insegna, ma la disciplina alla riduzione di me a una "uniforme". Senza farne teoria e men che meno progetto per una alternativa di vita, confermai la scelta dell'ordinazione sacerdotale senza però tradurla per molti anni in un percorso ecclesiastico, vivendola laicamente quale presenza dedicata a tutto ciò che sentivo essere altro-da-me e che partendo dagli stretti paletti dei miei limiti, mi sospingeva alla scoperta di un orizzonte aperto all'infinito. Volevo essere sacerdote al servizio di quel incontro tra il finito e il non finito che trova il suo "tempio" nel cuore di un bosco, sulle alte creste innevate dei monti, dall'alto delle rocce a strapiombo sull'azzurro profondo del mare, nello stringersi intorno a un piccolo fuoco miracolosamente acceso al riparo di una cengia bagnati e intirizziti dalla pioggia battente di tutta una giornata, nel dare spazio al canto e alle battute salaci quando il rifugio prometteva una notte al
caldo riparo di un tetto, nel brodo che ustionava la gola ma la ripuliva dalle polveri ingoiate tutta una giornata sotto il sole implacabile in nuvole di pula intorno alla vecchia trebbia... Entravo in una chiesa volentieri da solo o in piccolo gruppo silenzioso, e ne carezzavo con rispetto le mura che per me non contenevano, ma rivelavano il mistero della profonda unità di tutto il creato. A quel tempo - ero ancora giovane - non capivo perché non riuscivo ad essere un prete come gli altri e mi portavo dietro quella vena di amarezza di fondo che mi rendeva silenzioso e scontroso come un vecchio cardo. Mi inventai perfino una definizione del mio stato e, a chi mi chiedeva riscontri del mio essere prete, rispondevo che io ero un "prete feriale", non un "prete festivo" e cioè della domenica, della ritualità strabordante anche durante la settimana. Un prete nascosto nelle pieghe della giornata di lavoro, di vita familiare (quella della piccola comunità) e di strada (negli anni '60/,80 la strada era ancora sinonimo di socialità diffusa). Solo ora mi rendo conto di aver risposto a una "vocazione". In fine vita, "quando ogni passione è spenta", come intitolava la scrittrice Vita Sackville-West un suo romanzo in cui la cenere della vecchiaia custodisce nuovi bagliori di vitali relazioni. Al termine di una carriera ecclesiastica che mi ha visto e mi vede parroco "a distanza" di parrocchie dove non risiedo e alla cui chiesa parrocchiale mi reco anch'io la domenica come uno dei parrocchiani, quello che sta più lontano come mi piace definirmi. Ed è il momento di far pace con questa mia piccola cappella che mi rimanda a un ruolo che ritorna dominante e implacabile: "Cerco il parroco" chiede il questuante quando gli apro la porta di casa. "Non c'è parroco; questa non è una parrocchia". "Ma come..." e lo sguardo accenna alla porta della cappella lì di fianco. "Insomma, il prete...". "Vede, questa è solo una piccola cappella per la preghiera personale... se si vuol fermare la porta è aperta... se vuole scambiare due parole, volentieri, se vuole prendere un caffé con me...". Vasi in-comunicanti! In pochi anni il titolo di "parroco" ha sostituito ogni altro appellativo ecclesiastico ed è pur vero che quando entrai in seminario la maggior parte dei preti non era parroco, mentre oggi una parrocchia te la appiccicano dietro senza badare troppo per il sottile. E "parroco", per quelli che suonano alla porta, vuol dire al 70%, portafoglio che si apre per una specie di gratta-e-vinci che può andare dallo spicciolino alla moneta di carta raramente di pregio. Ma guarda un po' dove ti porta la vita! Ti giri e ti rigiri, giri il mondo e ti ritrovi punto e a capo: non sei Luigi, sei "il prete"; come quando eri solo "oh bimbo, sta attento!"... ma Luigi dov'è, chi è? Credo di essere arrivato dopo un lunghissimo cercare al punto di non ritorno. Non posso più fuggire, non ne avrei neppure le energie sufficienti. Ho da confrontarmi con Dio: Lui mi aspetta, con pazienza infinita. Quei pochi metri che separano la porta di casa dalla porta della cappella, quella porta che apro al mattino appena sveglio e chiudo la sera prima di andare a dormire, aspetta che io vi sosti alla ricerca di me.

Luigi


in Lotta come Amore: LcA Dicembre 2017, Dicembre 2017

menù del sito


Home | Chi siamo |

ARCHIVIO

Don Sirio Politi

Don Beppe Socci

Contatto

Luigi Sonnenfeld
e-mail
tel: 058446455

Link consigliati | Ricerca globale |

INFO: Luigi Sonnenfeld - tel. 0584-46455 -