Handicap e parola

Negli anni in cui ho lavorato con portatori di handicap, c'è stato in me - e non solo - un lento
passaggio compiuto nell'esperienza quotidiana, da un atteggiamento di "sostituzione" delle
incapacità altrui con le mie capacità, a un atteggiamento di "ascolto" e di confronto delle rispettive
capacità e incapacità.
Non credo davvero che il gesto generoso che porta a sostituirsi a chi è reputato incapace, sia
approccio inevitabile. Chiedere se la persona apparentemente in difficoltà ha bisogno di aiuto, fa
parte di una educazione fondata su una cultura del rispetto e del diritto. Ma è sempre meglio - a mio
parere - lasciarsi trasportare dall'impeto del cuore piuttosto che rifugiarsi dietro una patina di
indifferenza e non fare neppure un passo verso chi ci è prossimo.
Quel che ho imparato in tanti anni è che nelle relazioni "dispari" si sbaglia ad ogni piè sospinto. E
non si finisce mai di imparare...
Si parte di solito dalla scontata ovvietà della normalità.
Un marciapiede lungo... due anni!
"Camminate sul marciapiede!". Puntuale l'avvertimento di uno di noi operatori, accompagnando un
gruppetto di disabili che percorre il breve tratto tra la sede del centro diurno e la mensa di un
cantiere navale, aperta - dopo il pasto delle maestranze - alle ditte in appalto, agli studenti e
professori del vicino istituto nautico e a qualche povero cristo come noi, fino all'esaurimento posti.
L'entrata della mensa è infatti appena dopo una curva della strada su cui sfrecciano veloci motorini
e auto rasando lo stretto marciapiedi. Questo avveniva alla fine degli anni '80, ma ci vollero un paio
d'anni di quel tragitto a dare coraggio a uno dei disabili a uscir fuori con questa domanda: "Oh, ma
che cos'è il marciapiede?".
Il mio "io".
Ricordo quando ero giovane, da queste parti, non si usava la parola "handicappato/a" ma "infelice".
E questa parola condannava le persone non "normali" ad una esistenza imprigionata in un giudizio
negativo da cui solo la morte poteva liberare. Non ho mai conosciuto persone più attaccate alla vita
delle persone "infelici"! Le potevamo rendere infelici noi chiudendole in casa, negando loro le cose
più elementari, riducendole ad animali... O, quando ci sentivamo buoni, sostituendoci a loro,
decidendo per loro il bello, il buono, il brutto o il cattivo...
Ricordo quando cercammo di "entrare" nel loro mondo, o meglio nel mondo di ciascuno di loro,
rispettando le loro naturali differenze. Mi emoziona ancora ritornare ai loro primi autoritratti, a
quegli incerti ovali che identificavano un volto appena appena accennato... E i primi timidi tentativi
di identificazione delle diverse parti del corpo e del corpo tutto insieme. Proseguendo poi a piccoli
passi verso accenni di odorato, gusto, sensazioni tattili... E l'ambizione di sperimentare "linguaggi"
in cui potessero esprimere e raccontare accenni di consapevolezza di sé.


L.


in Lotta come Amore: LcA giugno 2013, Giugno 2013

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