Le sedie arancioni

E' una bella giornata di primavera, oggi, qui a Viareggio. Un sole invitante incastonato tra giornate piovose e umidicce e previsioni altrettanto sconfortanti. Rientro in casa per scrivere queste righe. Ormai il resto del giornalino è già pronto: una veloce revisione e la consegna in tipografia.
Ho iniziato a raccogliere il materiale partendo dal testo della conclusione della Fiaccolata in memoria di don Beppe nel terzo anniversario della morte. Tre anni. Mi sembra ieri.
Nel preparare la Fiaccolata, prima di Natale, sulla traccia che Maria Grazia mi aveva lasciato prima di partire per una attesa vacanza di due mesi in Australia, tre eventi hanno segnato lo scorrere delle giornate. Tutti e tre hanno riguardato persone diversissime tra loro e nel rapporto con la Chiesetta. Tutti e tre uniti dalla stessa esperienza di morte.
Ne parlavo con Maria Grazia, una volta rientrata a Viareggio, nelle intense giornate che hanno preceduto la Fiaccolata nella quale lei si è molto impegnata con amore e intelligenza.
Prima di tutto la morte di Grazia Maggi.
Un tempo davvero breve dall'ultima visita alla Chiesetta in una cena come sempre scoppiettante di tante cose, di tanto interesse, tanto affetto, di tanta amicizia. Questa donna minuta, segnata duramente nel fisico, eppure così capace di intensissima relazione con la spaziosità della natura, mai davvero indifferente alle persone, ai problemi religiosi e culturali. La storia di un lungo rapporto con don Sirio, Maria Grazia, poi con Beppe e con me. In quei giorni avevo tra le mani la raccolta de "La Voce dei Poveri" (antenato di Lotta come Amore, sempre ad opera di don Sirio) degli anni '60 ~ ho ritrovato una breve rubrica ricorrente: "La poesia dei giorni", un diario di poche righe relative a fatti quotidiani, alle piccole grandi perle dell'incontro, dell'accoglienza, della sofferenza, del conflitto, della gioia di ciò che avviene nell'intimità dei sentimenti. A firma Grazia Maggi. Uno scambio della prima amicizia tra Sirio e Grazia, cui ha fatto seguii l'ospitalità di scritti di Sirio nella rivista edita da Grazia, "La Prora". Ho riportato in questo numero tracce dell' omelia appassionata e sincera di don Pietro nella Chiesa di Marignolle a Firenze. Difficile rendere quell'atmosfera familiare ed insieme seriamente impegnata a render conto di una storia di amicizia vera e di un confronto aperto fino al dolore di domande dalla risposta impossibile. Il titolo, "Se il granello non muore", è quello dato da Grazia stessa alla raccolta di poesie edita nel 1996, una volta stemperato il dolore per la morte del marito Luciano. Al termine della prefazione, lei stessa scrive, sull'onda dei Canti Ultimi di Padre Turoldo e delle parole che lui ha avuto per le sue poesie: - con questa raccolta, "Se il granello non muore" , ho voluto tentare ancora col "canto" ("se non altro per me, per i figli e per gli amici") di far germinare dalla morte un atto di amore che salvi -.
Pochi giorni sono passati dal funerale di Grazia e mi sono trovato di nuovo sulla strada, in viaggio verso la Valle d'Aosta per partecipare al funerale di don Nino Gros Amici generosi mi hanno dato un passaggio su un pulmino e, poco dopo l'alba siamo arrivati nella Valle con le ferite ancora aperte della recente disastrosa alluvione. Tracce di neve intorno alla chiesetta di Saint Denis. Restaurata la chiesa e la grande canonica. Ma, indomabili, le acque sotterranee continuano a far slittare gli strati rocciosi su cui è fondato l'edificio: come la vecchia chiesa, ridotta a piazzale dalla resa degli abitanti, a Casoli di Camaiore, dove con Beppe ci siamo alternati per una storia per alcuni tratti simile a quella di Nino, senza mai raggiungere la sua storica fama di "riciclatore" di ogni e qualsiasi "vuoto a perdere".
Sempre in quei giorni, ho ricevuto una lettera da amici francesi che ricevono da molti anni il giornalino. Mi scrivono della morte di un preteoperaio loro amico, Louis Escudié. Un breve profilo della vita e le fotocopie dei tre interventi durante il suo funerale. Troverete la lettera e alcuni stralci degli interventi ne "la posta dei lettori".
Questa lettera ha fatto traboccare il vaso di una tristezza che mi si è raccolta dentro, inumidendo ancora di più le giornate inutilmente ravvivate dal Carnevale che mi arriva fin sotto casa. Devo confessare il fatto di essermi lasciato andare alla considerazione di una pagina di storia che si sta chiudendo. E la realtà dei giorni dà modo di constatare come stia passando un mondo legato a comuni memorie, punti di riferimento, sogni... e soprattutto "alle parole per dirlo". Come se la morte di amici, anche di quelli sconosciuti come Louis, ma sempre compagni di strada, mi avesse calato sugli occhi il velo pesante dell'impossibilità di comunicare con una realtà ormai troppo decisamente diversa e abituata ad un troppo diverso linguaggio. Ripensavo alla Fiaccolata, alla vitalità ancora intatta delle parole di Beppe e, insieme, all'inevitabile sclerosi della memoria quando si attacca tenacemente al solo ricordo. Rileggevo la proposta, fatta da Maria Grazia alla conclusione dell'incontro, di passare dal ricordo al tentativo di qualcosa che tentasse il trapianto dei semi di Beppe nella terra viva di oggi per una nuova fioritura.
Lentamente mi sto convincendo che arriva il tempo in cui una generazione non ha altro compito primario che quello di tramandare una storia attraverso semplici riti cui i simboli danno spessore. E che l'attesa dei vecchi non ha altra gioia che quella di incontrare teneri virgulti di vita nella fragilità e nello stupore di tutto ciò che è nascente. Occorre non lasciarsi riempire gli occhi dal rimpianto di ciò che è stato vissuto, dall'ingombrante affermazione di ciò che è stato lottato e vissuto un tempo, con vigoria adulta e compiuta.
Ieri sera stavo verniciando le sedie della sala qui alla Chiesetta, aiutato da una giovane amica che indossava un maglione tessuto di diversi vivaci colori. Stamani, prima di mettermi a scrivere, ho guardato la libreria, il tavolo, le quattro sedie già dipinte di un luminoso verde in sfumature crescenti. Ho preso la bicicletta e sono andato a comprare un barattolo di tinta arancione. Non so se le troverete ancora così le dieci sedie che sto iniziando a verniciare con quella tinta. E' certo che ho avuto voglia di una vampata di luce e di calore e ho immaginato che in mezzo a quel legno verde ci fosse del legno secco incendiato di luce e di fuoco per illuminare e scaldare l'orizzonte dell'accoglienza e dell'incontro. Forse è tornato il tempo "di accender fuochi qua e là per le colline".


in Lotta come Amore: LcA aprile 2001, Aprile 2001

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