La posta di fratel Arturo

Caro fratello Arturo, questa volta ti scriviamo noi una lettera. Certo, non è la stessa cosa; ma, durante questi mesi, ci hai fatto arrivare ben più che una lettera. Ti abbiamo seguito durante il tuo pellegrinare in Italia, abbiamo avuto la gioia di incontrarti qui a Viareggio e quindi la tua presenza fra noi è stata particolarmente viva e... vivace. Ti dobbiamo quindi, innanzitutto un fraterno, caloroso ringraziamento. Un abbraccio sincero per quel tuo parlare appassionato, lucido nelle analisi severe e affatto incoraggianti, eppure così carico di speranza.
Abbiamo capito quanto ci vuoi bene. Fino a diventare sentinella che grida nel torpore di questa nostra notte dove si consuma una vita priva di senso, vuota ed assurda. E mentre parlavi, a Viareggio, era come se le cose riacquistassero un loro significato e fosse possibile riprendere in mano la propria vita e rinascere ad una coscienza attiva. Come un diradarsi di nebbie fino ad intravedere i margini di una lotta possibile e forse senz' altro doverosa per vestirsi di umanità.
E' stata una cosa bella quell'incontro!
Ti sei accorto che quando hai finito di parlare la gente non andava via?
Ci saranno stati anche quelli che sono rimasti inchiodati alla seggiola dallo stupore scandalizzato di non ritrovare, nelle tue parole, neppure nel sottofondo, i binari rassicuranti ( non si devono incontrare mai e sono gerarchicamente costituiti!) che ci separano in anima e corpo, chierici e laici, uomini e donne, civili e barbari, meritevole ed imbelli, bene e male intenzionati, ecc. ecc.
Ma sono rimasti soprattutto quelli che hanno sentito, nel vigore delle tue parole lo spessore di una vita che chiama alla vita. Tornavo, quella sera, da un viaggio assai lungo, dopo aver passato una intera giornata a salire e scendere le scale per coglier mele in val di Non. Quando sono entrato nella sala comunale, già colma di gente, mi sono rimproverato per non essere arrivato qualche minuto prima. Mi sono messo spalla al muro pronto a lottare contro l'invincibile avvolgente sonnolenza che la fatica fisica comporta. Mi sono ritrovato, dopo le prime frasi, teso ed attento. Leggero, in un modo sorprendente.
Vorrei dire subito che non sono andato a cercare, nelle tue argomentazioni, delle indicazioni concrete. Francamente non le ho raccolte. Sono rimasto come bloccato, ma forse sarebbe meglio dire affascinato, da un invito che sentivo correre dentro le tue parole. Un invito da amico, da vero amico che non teme la parola bruciante, a riprendere in mano la propria vita personale, la propria coscienza. E un invito fraterno a considerare, seriamente e realmente, la possibilità di riprendere in mano in modo solidale la vita collettiva. Aprendo una crisi, affatto cerebrale o intimistica, sul modo neutrale e disamorato con cui oggi si affrontano le responsabilità personali e sociali. Mettendo in crisi non tanto i massimi sistemi delle teorizzazioni sulla vita, quanto i gesti e gli atteggiamenti quotidiani attraverso i quali passa l'inevitabile adeguamento ad un mondo - il nostro - che ha sempre più bisogno del sangue degli altri per sopravvivere.
E mi veniva su chiaro quella sera il pensiero che, infondo, non si tratta tanto di escogitare chissà che cosa per rompere la patina opaca di immobilità che ci avvolge, quanto di essere serenamente, ma decisamente presenti a se stessi - coscienti - consapevoli che esiste un legame tra luoghi e tempi apparentemente distanti come se fossero posti su piani diversi.
Ci lasciamo invece anche troppo andare - e forse proprio adagiare - ad un compromesso esistenziale che ci permette di sopravvivere ritagliando una vita fatta di piccoli doveri ed impegni che mettono alla frusta le nostre energie personali, senza intaccare minimamente la crosta che metterebbe in discussione i nostri rapporti con gli altri, persone e popoli.
Quello che si dovrebbe fare non lo si fa perché tanto - diciamo - non serve a niente. Quello che si potrebbe fare non lo sappiamo.
In un' altra occasione mi dicesti di essere rimasto impressionato da come il nostro mondo, in generale, non accetta di portare l'età con dignità. Tutto un tirarsi sù in modo spesso tristemente artificiale per mascherare i segni del tempo. Tutt'altra cosa rispetto alla proprietà del vestire e alla cura della persona. Sta di fatto che questo rifiuto lo applichiamo un po' in tutti i campi, ripetendo il gesto dello struzzo che nasconde la testa dentro la sabbia. Così le intenzioni prendono il posto delle azioni, le preghiere rituali quello della conversione del cuore, la carità quello dell' amore e... l'allargar le braccia la lotta della fede.
Ci hai invitati al coraggio di lasciare che questa maschera mostri le crepe attraverso le quali è possibile vedere il volto devastato di questo nostra condizione di vita. Perché ci possa essere nel nostro cuore autentica pietà e dolore e quindi anche tutto l'amore capace di ridare tratti di umanità alla nostra vita collettiva, al rapporto con le risorse che sono di tutti, al rapporto con coloro che sono fuori da tutto. Un invito con energia tutta giovanile, caro vecchio dalla testa bianca! Una mano sinceramente tesa a ritrovare la dignità del vivere e la forza del credere.
Aspettiamo una tua lettera per Natale in modo da metterla nel primo numero del nuovo anno. Un anniversario, particolarmente per i rapporti con l' America Latina, che ci spinge davvero a cambiare la direzione del nostro vivere.


Luigi


in Lotta come Amore: LcA dicembre 1991, Dicembre 1991

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