Utopia e speranza

«È ancora molto quello che ci resta da fare. Solo attraverso l'utopia e la speranza si può credere e avere le armi per tentare, assieme a tutti i poveri e gli oppressi del mondo, di sovvertire la storia».
Queste sono affermazioni fatte in una pubblica conferenza da padre Ignacio Ellacuria, uno dei sei gesuiti uccisi nella residenza dell'Università Centroamericana in Salvador da un commando militare, il 16 novembre 1989. Con loro furono trucidate anche due donne, madre e figlia, che lavoravano all'interno dell'Università.
Da quella data sono accadute tante cose nel vasto e travagliato panorama del mondo; specialmente nei paesi ormai identificati con la sigla «Est Europeo». C'è stato il Natale di sangue e di ribellione in Romania, con la caduta del regime dittatoriale di Ceausescu. Nel muro di Berlino si sono aperte molte brecce ed è iniziata la sua totale demolizione: una strada nuova dentro i confini dell'Europa. Molti popoli associati con la forza al grande impero sovietico si sono messi in movimento, percorrendo strade dure, cariche di tensioni, di antiche paure, di enormi difficoltà all'intesa e all'incontro...
Volevo raccogliere dal fondo dell' anima tutta questa serie di avvenimenti, colmi di speranza e di tanta sofferenza: bisogna ascoltare con grandissimo amore questo gemito incessante che sale dal cuore dell'umanità, raccoglierlo con premurosa attenzione, custodirlo perché non si disperda come polvere sospinta dall'impeto del vento. E gemito che sicuramente richiama le doglie di un parto continuo che agita la storia e la sospinge per vie molto misteriose verso una «pienezza» che è oltre l'orizzonte che ci è dato di vedere.
Ho pensato che la morte «innocente» dei gesuiti salvadoregni e delle due donne del popolo poteva essere come un simbolo, un segno tutto speciale, pane e vino di una eucarestia che si celebra nel cuore stesso dell'intera umanità: poiché essi sono stati uccisi da uomini in armi, mandati per questo dai loro capi, e sono stati colpiti a morte unicamente perché con la parola e l'impegno coraggioso d'ogni giorno cercavano una via di liberazione e di giustizia insieme al loro popolo. Essi perciò sono indubbiamente un segno tragico e amaro, ma anche carico di immensa speranza. Rappresentano fisicamente, nei motivi della loro lotta nonviolenta, fondata unicamente sulla forza della ragione, della fraternità, del rispetto e del valore della dignità di ogni creatura, tutta quella parte di umanità schiacciata ed oppressa dai potenti di ogni specie che hanno come unica regola del vivere la ragion di stato, la convenienza economica, il tornaconto personale, la affermazione assolutistica dei propri diritti.
Umanità schiacciata ed oppressa in Salvador, come in Palestina o in Libano; in Armenia come in Romania; in Sudafrica come in Cambogia o in Cina.
Umanità senza voce, senza forza, senza eserciti che la difendano: la cui sola ricchezza sono le proprie braccia, il duro e precario lavoro d'ogni giorno e quella enorme e misteriosa carica di speranza che i poveri portano sempre in fondo all' anima e che permette loro di pensare che il domani possa essere migliore dell'oggi.
I sei gesuiti trucidati in Salvador lavoravano con passione e amore profondo proprio perché il domani del popolo salvadoregno, fosse diverso da quello dell'oggi segnato così duramente dalla miseria, dall'oppressione e dalla morte. Lavoravano con i poveri e per loro cercavano vie d'intesa
e di accordo fra le forze di governo e quelle della guerriglia. Speravano in un futuro migliore, f erano portatori di un'utopia di giustizia e di pace: certamente credevano in un «regno» per entrare nel quale i ricchi e i potenti devono fare più fatica di un cammello che intenda passare dalla cruna di un ago. Li hanno falciati a raffiche di mitra, hanno infierito sui loro corpi secondo uno stile di memoria nazista, senza pietà per le due donne che abitavano nella residenza universitaria per semplici motivi di lavoro.
E una storia carica di sofferenza e di dolore; ma essa porta in sè dei «segni» che credo sia giusto raccogliere con profonda partecipazione. Appartengono a quella «lotta come amore» che attraversa in tutta la sua vastità la storia di tutti i popoli della terra.
Mi è sembrato molto bello offrire agli amici ciò che ha scritto un gesuita che viveva nella stessa comunità di El Salvador e che, per caso, non si trovava in sede il 16 novembre.


don Beppe


in Lotta come Amore: LcA marzo 1990, Marzo 1990

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